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Il Blog di Francesco Di Franco

29 aprile 2012
Così il governo cerca di evitare la stangata Iva Scuole, ministeri, tribunali ecco i tagli anti deficit
Si proceda con una seria spending review ristrutturando la spesa pubblica cercando di eliminare tutte le spese improduttive. Si proceda ad una riduzione dei costi del comparto difesa (puntando su forze armate quantitavamente minori ma qualitativamente migliori), si riorganizzi il sistema degli affitti pagati per uffici che potrebbero essere allocati in immobili dello stato, si facciano dei tagli specifici ed intelligenti chiudendo con i tagli lineari di tremontiana memoria. Accanto a questo si continui con una seria lotta all'evasione fiscale (150 mld euro circa di evasione all'anno), si programmi la vendita di parte del patrimonio dello stato (tra mobiliare ed immobiliare vale circa 1800 mld di euro quasi quanto il debito pubblico), si aboliscano definitivamente le province (circa 15 mld di euro l'anno di costi totali).

ROMA 
-  Il ministro Piero Giarda ha lavorato al suo rapporto sulla spending review fino a tarda notte. Lo ha battezzato "Elementi per una revisione della spesa pubblica": lo porterà domani al consiglio dei ministri e, subito dopo lo illustrerà alla stampa. "Nel rapporto nessuna cifra complessiva, ma solo un metodo", dice Giarda in una rapida telefonata. Le cifre dovrà metterle la collegialità del governo operando scelte e opzioni sulla base degli "Elementi". Le indicazioni su come utilizzare le risorse si profilano a due stadi: in prima battuta il consolidamento del pareggio di bilancio nel 2013 e, solo se ci saranno maggiori risorse, la retromarcia sull'aumento dell'Iva previsto per fine anno.

VIMINALE NEL MIRINO - Oggetto dell'opera di setaccio di Giarda i bastioni della spesa più difficili e delicati da attaccare. In prima fila il ministero degli Interni: il tema della riduzione delle Prefetture è sul campo. Oggi sono una per provincia, in totale gli "Uffici territoriali del governo" sono 103. L'obiettivo è quello di lasciarne uno ogni 350 mila abitanti. Nel mirino anche i Vigili del Fuoco, gli acquisti di beni e la questione degli affitti: il Viminale spende circa 30 milioni l'anno per le locazioni e si studia l'utilizzo di immobili demaniali.

IL NODO ESERCITO - Legata a doppio filo c'è la questione della Difesa che condivide con gli Interni le forze che gestiscono l'ordine pubblico: da una parte
i Carabinieri e dall'altra la Polizia. Le sovrapposizioni ci sono, ad esempio con i 5 mila presidi dell'arma presenti sul territorio. Ma il tema, sebbene prospettato, è assai delicato. Come pure la sistemazione dei 30 mila marescialli dell'Esercito ritenuti in esubero in combinata con il piano di riduzione degli effettivi da 180 mila a 150 mila entro il 2024 stilato dal ministro della Difesa Giampaolo Di Paola.

MENO TRIBUNALI - L'occhio del ministro per i Rapporti con il Parlamento incaricato della spending review si è rivolto anche all'amministrazione penitenziaria: aumenteranno i posti de-tentivi, ma si tenterà una razionalizzazione della sorveglianza. Tagli anche ai giudici di pace e ai piccoli tribunali (con un recupero di 5.900 amministrativi e 950 toghe).

SCUOLA, SI RISPARMIA - Analizzato anche il comparto della scuola: il grosso della spesa (circa il 90 per cento) è destinato agli stipendi. Restano tuttavia margini per aggredire una massa di un miliardo destinata a beni e servizi: con un intervento della Consip (la società di Stato per gli acquisti) si potrebbe risparmiare il 15 per cento. Aperto, fino all'ultimo momento, anche il tema del ministero dei Trasporti dove si prevederebbe un intervento sulla motorizzazione.
Quanto si potrà risparmiare? Giarda non fa cifre. Ma il ragionamento del Rapporto corre sul filo di necessità non prorogabili, nello stile del governo Monti. Il primo obiettivo che il "Rapporto" si pone con la spending review è quello di blindare il pareggio di bilancio del 2013. Il Def (Documento di economia e finanza) ha fissato il rapporto deficit-Pil allo 0,5 per cento, prossimo al pareggio, ma siamo sulla soglia di rischio soprattutto perché molte delle misure delle tre manovre del 2011 che valgono 48,9 miliardi per quest'anno devono ancora essere applicate.

I TAGLI LINEARI - In ballo e in forse ci sono parte dei 13 miliardi di tagli lineari messi in atto dalle manovre di Tremonti per il biennio 2012-2013 che potrebbero produrre effetti di rimbalzo e lasciare i conti scoperti. Dunque sono necessarie risorse per superare l'asticella del prossimo anno senza inciampare nel giudizio dei mercati.
Il secondo stadio, anche se non esplicitato nel "Rapporto", è la diminuzione delle tasse. La pressione fiscale si avvia a superare il 45 per cento, come dicono Bankitalia e Corte dei Conti, mentre le tasse locali suscitano disagio. L'obiettivo implicito, se si troveranno risorse attraverso un intervento più incisivo sulla spesa, è quello di recuperare 4 miliardi per disinnescare il temuto aumento dell'Iva al 23 per cento previsto da ottobre, in coincidenza con quei vaghi barlumi di ripresa che potrebbero manifestarsi verso il Natale. 


Da La Repubblica del 29 aprile 2012


22 aprile 2012
Il burlesque che stiamo ancora pagando di EUGENIO SCALFARI
Comincerò con un preliminare che apparentemente non c'entra con i problemi che più interessano gli italiani e invece c'entra eccome. Si tratta del "burlesque" evocato l'altro giorno da Silvio Berlusconi dinanzi ai magistrati della Procura di Milano nel processo Ruby. Un giornale a lui amico ha scritto in proposito: "Berlusconi non è mai stato così libero, così vero, così testardo e virile, così morale come ieri in Tribunale. È una persona degna di ammirazione da parte di chiunque sappia distinguere tra principi non negoziabili, che non sono in ballo, e peccadillos, tra sesso predatorio e gioco piacione, tra peccato e reato".

Non voglio né posso entrare nella testa dell'autore di queste righe, che si protraggono per un'intera colonna di giornale. Dico soltanto che il racconto delle feste di Arcore e di Roma fatto dall'imputato ai magistrati inquirenti è talmente miserabile, talmente impudente e infarcito di falsità da squalificare la persona, quale che sia il suo ruolo sociale e professionale. Se poi si tratta d'un presidente del Consiglio, basta questo racconto a far capire a tutti in quale precipizio fosse caduta la dignità e la credibilità del nostro Paese. Gli inquirenti hanno il compito di stabilire se si trattava di "peccadillos" o di reati, ma a noi basta così: ce n'è abbastanza per metterlo fuori da un "cursus honorum" che ha portato solo oneri e che il Paese sta ora duramente pagando. C'è costato molto caro quel "burlesque". Lui si è divertito e pensa di continuare, scambiando l'Italia per il Paese dei balocchi.

Che un personaggio simile ci abbia governato per tanti anni, questo sì è un fatto incredibile, eppure è accaduto e rappresenta la nostra collettiva vergogna.

***

Nubi oscure rabbuiano di nuovo i mercati e l'economia reale dell'Europa e dei Paesi dell'Unione. I sacrifici pesano e il futuro appare di nuovo incerto.

Aumenta la rabbia e l'insicurezza, alimentata anche da alcune incaute sortite di alcuni protagonisti che pensano più alle loro convenienze che ad una visione del bene comune che dovrebbe essere in cima ai loro pensieri. Spiace dover annoverare tra gli incauti parlatori anche il ministro del Lavoro, che ancora ieri da Torino ha gettato olio sul fuoco. Elsa Fornero è stata chiamata a compiere un lavoro molto difficile e faticoso e lo sta facendo con indubbia dedizione, ma se parlasse di meno sarebbe un vantaggio per tutti e sarebbe molto opportuno che il presidente del Consiglio l'avvertisse del pericolo di gettar fiammiferi accesi in un pagliaio.

Il problema reale è ancora e sempre quello della crescita.

L'euro si salverà se i primi segnali di rilancio della domanda e della fiducia riusciranno a modificare in positivo le aspettative delle imprese, delle banche, degli investitori. Da questo punto di vista qualche novità c'è anche se il circuito mediatico, che cerca più il sensazionalismo che la sostanza, l'ha forse sottovalutato.

Il primo segnale consiste nel pagamento alle imprese creditrici del Tesoro che attendono da mesi e addirittura da anni di ricevere quanto gli è dovuto.

Il ministro dello Sviluppo sta perfezionando con le banche la certificazione di 30 miliardi di crediti; Corrado Passera nella conferenza stampa del 18 scorso ha dichiarato imminenti "smobilizzi bancari per almeno 20-30 miliardi per rimborsare le imprese creditrici" ed ha aggiunto che "verrà adottata in anticipo sulla scadenza prevista la direttiva europea sui ritardi di pagamento per evitare che in futuro si accumuli nuovo arretrato".

Venti o trenta miliardi di liquidità alle imprese creditrici rappresentano un braccio di leva notevole, rimettono in moto un indotto che vale cinque volte di più; è una scossa e non è la sola. Il Cipe ha varato progetti e cantieri per 30 miliardi, di cui 20 di contributo pubblico, che riguardano per oltre metà il Sud.
Un altro intervento imminente riguarda la cartolarizzazione di una parte del patrimonio pubblico che sarà utilizzato per diminuire lo stock del debito sovrano. L'ammontare di quest'operazione è di circa 300 miliardi in tranche di 50 miliardi l'anno. I vantaggi sono evidenti: una diminuzione del debito produce un'equivalente diminuzione degli oneri per i pagamenti di interessi e di cedole. Se nel frattempo si riduce anche il rendimento dei titoli il vantaggio per il Tesoro è duplice ed aumentano le risorse per accrescere le tutele sociali e diminuire la pressione fiscale.

Infine prosegue la lotta all'evasione dalla quale ci si attendono almeno 20 miliardi per l'esercizio 2012.
Il controllo delle forze politiche che appoggiano il governo e della pubblica opinione deve essere concentrato sulla rapida esecuzione di questa politica che deve svilupparsi in un quadro europeo altrettanto orientato alla crescita e qui si apre il capitolo Germania che nelle prossime settimane dovrà essere affrontato con rinnovata energia.

***

Oggi la Francia vota al primo turno delle elezioni presidenziali: sapremo tra poche ore se ci sarà una vittoria definitiva o se si andrà tra quindici giorni al ballottaggio tra Hollande e Sarkozy.

A noi italiani interessa molto chi sarà il futuro presidente francese. Al di là delle opinione politiche, per quanto riguarda l'Europa e quindi anche noi, una vittoria di Hollande è la più auspicabile. Il candidato socialista ha messo infatti come suo primo impegno un incontro con la cancelliera Angela Merkel alla quale chiederà che le spese per investimenti siano escluse dai parametri di Maastricht, che l'Europa si faccia carico di massicci investimenti in infrastrutture da finanziare con l'emissione di Eurobond e che la Bce sia più libera di adottare una politica monetaria più aggressiva.

Chiederà in sostanza che la Germania abbandoni il rigorismo e si ponga alla guida d'una politica espansiva della quale c'è grandissimo e urgente bisogno.

Vedremo se Hollande vincerà e se il suo progetto europeo sarà accettato dalla Merkel, ma è importante che Monti, con il prestigio internazionale ormai acquisito, affianchi Hollande nelle sue pressioni sulla Germania. Una svolta in quella direzione sarebbe infatti decisiva.

Sappiamo quali sono gli ostacoli: i falchi della Bundesbank, in Germania, l'establishment bancario di Wall Street e di Londra, il Partito repubblicano in Usa.

Ostacoli non da poco, che rappresentano corposi interessi e puntano sulla disgregazione dell'euro e quindi dell'Europa.

Al fondo c'è la visione d'un capitalismo antidemocratico che mantenga rendite e privilegi rafforzando il potere mondiale di un'oligarchia multinazionale che cavalca gli aspetti negativi della globalizzazione e ne affievolisce gli aspetti positivi.

In un suo recente articolo Alfredo Reichlin ha sottolineato l'importanza di questo scontro sostenendo che questa è la linea del Partito democratico: contro l'antipolitica e a favore d'una politica che diminuisca le diseguaglianze e riduca le rendite e i privilegi. È giusto battersi per questi obiettivi. Essi richiedono tuttavia una pre-condizione: un rinnovamento profondo dei partiti e del loro finanziamento. E qui entriamo nell'ultima delle nostre osservazioni.

***

Giorni fa una nostra autorevole collaboratrice, Nadia Urbinati, ha difeso con buoni argomenti il finanziamento pubblico dei partiti purché i loro bilanci siano compilati sulla base di precise regole e siano periodicamente controllati da un'Autorità terza di sicuro prestigio. Per esempio dalla Corte dei Conti. Aggiungo un altro requisito: che l'ammontare del finanziamento sia a dir poco dimezzato a partire da subito.

Il dimezzamento significa inevitabilmente un cambiamento organizzativo: non più partiti strutturati ma partiti cosiddetti "liquidi", non clientele politiche ma infrastrutture che aiutino la società ad esprimersi attraverso associazioni nazionali e territoriali con scopi specifici e concreti. Non partiti di proprietà d'un capo, ma espressione di cittadini che si manifestano con votazioni primarie per la scelta di una classe dirigente degna del nome e aperta al cambiamento generazionale.

Attualmente è in corso una sorta di affollamento al centro dello schieramento politico. Berlusconi ed Alfano annunciano una trasformazione del Pdl, Casini si prenota con il partito della Nazione, Montezemolo progetta una lista civica nazionale di tecnici e di intellettuali di sua conoscenza (?).

Molte di queste iniziative sono velleitarie e somigliano ad un "burlesque" parapolitico. Tutte risentono di una deformazione padronale. Curzio Maltese l'ha descritta appaiandola al comportamento delle scimmie babbuine. La descrizione è crudele ma eloquente ed è una sindrome che si estende anche ai partiti e movimenti di opposizione con Grillo e Di Pietro in testa. Sfugge a questa regola soltanto il Pd dove non esiste alcun leader proprietario.

Esiste però un'oligarchia che dovrebbe aprirsi ed essere più inclusiva di quanto finora sia stata.
Il tempo è breve, i problemi aperti numerosi. Auguro che l'ottimismo non sia soltanto quello della volontà ma anche quello della ragione.

Editoriale di Eugenio Scalfari da "La Repubblica" del 22 aprile 2012

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5 aprile 2012
L'Editoriale di Massimo Giannini: Il riformismo della democrazia
Condivisibile analisi di Giannini sulla riforma del mercato del lavoro del governo Monti. La questione si è chiusa con un testo molto più equilibrato rispetto a quello iniziale. Adesso che "il macigno ideologico" dell'articolo 18 sembra essere stato rimosso, il governo deve puntare con forte determinazione su quello che, effettivamente, rende difficile la crescita economica del nostro paese: costo delle materie prime, costo della manodopera, scarsità di tecnici e ingegneri, cuneo fiscale e scarsa competitività del Sistema-Paese (ovvero l'assenza di una seria politica industriale che individui i settori sui quali investire e la gravissima disattenzione nei confronti delle poltiche di ricerca scientifica e tecnologica).

Una Riforma "di rilievo storico". Mario Monti saluta così la nuova disciplina del mercato del lavoro. Un giudizio fin troppo enfatico. La Storia va sempre maneggiata con cura. Ma la soddisfazione del presidente del Consiglio è comprensibile. In poco più di due mesi, il suo governo è riuscito dove sette governi precedenti avevano fallito in poco meno di vent'anni.


Il definitivo via libera al testo del disegno di legge, ottenuto con la mediazione della maggioranza tripartita e la non-opposizione della Triplice sindacale, è un traguardo ad alta intensità politica, anche se ad incerto impatto economico. Un primo passo avanti sulla via di una modernizzazione ancora troppo lontana, e di un Welfare ancora troppo povero.

Come sempre, in questi casi si redige la lista dei vincitori e i vinti. Mai come stavolta ha vinto il riformismo. La pratica più difficile, ma più promettente. Quella della democrazia, che comporta la fatica del confronto, se serve dello scontro, e che alla fine decide senza rinunciare per principio alla ricerca del consenso. Quella del buonsenso governante, che respinge i veti ma sa ricomporre i conflitti in quello che una volta si sarebbe definito "un equilibrio più avanzato". Quella del metodo concertativo, che può anche prescindere dall'assenso preventivo delle parti sociali, ma riconosce come valore la coesione nazionale.

Monti ha avuto il merito di non farsi imprigionare dall'algida camicia di forza del tecnico, che vive e opera nel vuoto della statica professorale e della meccanica mercatista, senza curarsi della dinamica sociale e della logica politica. Ha avuto l'intelligenza di ascoltare e il coraggio di correggere la sua impostazione iniziale, su un tema cruciale e non solo simbolico come l'articolo 18 che, piaccia o no ai liberisti un tanto al chilo, chiama in causa i diritti del lavoro grazie ai quali un individuo diventa un cittadino.

L'esito non era affatto scontato. La zavorra ideologica con la quale era stata caricata la questione dei licenziamenti rischiava di trascinare nel gorgo l'intera riforma. Azzerando e annullando anche tutto quello che c'era di buono. L'avvio di una lotta al drammatico dualismo occupazionale, che vede padri protetti e figli senza tutele. L'inizio di una guerra senza quartiere all'apartheid del precariato, con l'incentivo a recuperare la centralità del contratti a tempo indeterminato e il disincentivo ad abusare dei co. co. pro e delle finte partite Iva.
 
La riscrittura dell'articolo 18, nella prima versione annunciata dal governo il 21 marzo scorso, era inaccettabile perché ingiusta. Introduceva una disparità clamorosa tra il diritto dell'azienda a licenziare e quello del lavoratore a non essere licenziato. Declinava in modo del tutto arbitrario le forme di tutela, escludendo a priori quella "reale" del reintegro nei licenziamenti illegittimi per motivi economici.

Impuntarsi su questa ingiustizia sociale, e impiccarsi a questa antinomia giuridica, avrebbe rischiato di mettere a repentaglio l'esistenza dell'intero provvedimento (oltre che la vita dello stesso governo). Monti l'ha capito, e ha modificato la norma prima ancora di trasmettere il disegno di legge al presidente della Repubblica.

Un atto di responsabilità, oltre che di equità. Il compromesso finale è accettabile, anche se per una valutazione oggettiva occorrerà leggere il testo del provvedimento per chiarirne i punti ancora sospesi, a partire dall'onere della prova nel "nuovo" processo del lavoro.
 
Bersani ha avuto il merito di dar voce a questo bisogno di giustizia sociale, intestandoselo fino in fondo e a prescindere dalla battaglia di Susanna Camusso. È riuscito a convincere il premier a reintrodurre l'istituto del reintegro e a dare più poteri al giudice nell'accertamento della manifesta insussistenza o infondatezza del licenziamento economico.

Soprattutto, è riuscito a tenere unito il Pd, su una posizione critica ma costruttiva perché propositiva. Non si è lasciato attraversare dalla faglia socialdemocratica interna al partito né stritolare nella cinghia di trasmissione al contrario rispetto alla Cgil. Anche questo esito non era affatto scontato. La prospettiva di un'implosione del Pd, dilaniato tra le due anime del socialismo europeo e del cattolicesimo democratico, era tutt'altro che irrealistica.

Il segretario, questa volta, è riuscito a scongiurarla, proprio sulla frontiera più calda per l'intera sinistra. Il partito ha retto, su una linea progressista e riformista. E proprio questa è stata la chiave per convincere Monti a cedere e costringere Alfano e Casini a negoziare, senza contropartite di altra natura sul piano economico (come la flessibilità totale in entrata) e "contro-natura" sul piano politico (come la giustizia e la Rai).
 
Chi sicuramente ha perso, in questa partita ad alto rischio, è la nutrita schiera degli schumpeteriani d'accatto che, attraverso la mistica della "distruzione creatrice" del capitale, puntavano a consumare la loro vendetta ideologica e post-novecentesca contro il lavoro, e quindi contro la sinistra e il sindacato. Lo stormo dei falchi pidiellini che puntavano ad annettere Monti alla destra berlusconiana, che citavano a sproposito Giacomo Brodolini e Marco Biagi, che evocavano il decreto di San Valentino dell'84 e il titolo dell'Avanti nel primo centrosinistra del '63: "Da oggi ognuno è più libero".

Purtroppo non fu vero allora. Per fortuna non è vero oggi, almeno sul versante della libertà di licenziare. L'operazione revanchista non è riuscita. Cgil, Cisl e Uil, recuperando un accettabile livello di unità sindacale, hanno respinto l'attacco, dimostrando che la loro "resistenza" era mirata alla collaborazione e non alla conservazione.
 
Ora la riforma può attraversare in fretta e senza danni l'iter parlamentare. Anche questo è un valore aggiunto, come ha spiegato il premier: dopo la manovra anti-deficit, la stretta sulle pensioni e le liberalizzazioni, il fattore tempo nell'approvazione della legge sul lavoro conta quasi quanto il suo contenuto. Tuttavia, incassato il dividendo politico della riforma, quello che manca è ancora e sempre il dividendo economico.

Affermare che questa legge servirà "a creare posti di lavoro e a rilanciare la crescita", come hanno sostenuto il presidente del Consiglio e il ministro Fornero, è purtroppo velleitario, per non dire illusorio. In un ciclo di recessione acuta, questa riforma non basterà a sostenere l'occupazione e a rilanciare il Pil. Tra l'altro, con un sistema di ammortizzatori sociali e di politiche attive per il lavoro finanziati con poco più di 1,7 miliardi non si va lontano.
 
Lo sviluppo economico è altrove. E questa è la missione che tocca al governo, ora che l'"alibi" dell'articolo 18 è stato rimosso, portandosi via il grumo di polemiche e di risentimenti che da sempre lo accompagnavano. Aspettiamo (con pochissima fiducia) l'invasione delle multinazionali straniere, finalmente pronte a investire in un'Italia più "flessibile".

Proprio nel giorno della riforma "di rilievo storico", colpisce un'altra notizia: la Danieli, colosso della siderurgia italiana, annuncia un gigantesco piano di investimenti in Serbia. Ed elenca i motivi che la inducono a non scommettere sull'Italia: nell'ordine, "costo delle materie prime, costo della manodopera, scarsità di tecnici e ingegneri, cuneo fiscale e scarsa competitività del Sistema-Paese".

La rigidità del mercato del lavoro "in uscita" non figura nell'elenco. Come sostiene il ministro Fornero, "l'articolo 18 è stata una grande conquista, ma il mondo è cambiato". Come dimostra il caso Danieli, il vero tabù italiano non è l'articolo 18 che c'era, ma la crescita che non c'è.


Editoriale di Massimo Giannini
Da "La Repubblica" del 5 Aprile 2012

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7 febbraio 2012
Bersani: "Dal 2013 basta governissimi sceglieremo un nuovo premier e nascerà una coalizione diversa"

«Non si può andare in campagna elettorale proponendo governissimi. Anzi. Lo stesso percorso di certe leggi che stiamo approvando adesso, ci dice che una vera opera di riforme e di ricostruzione devi farla chiedendo un impegno al corpo elettorale».
Intervista a Pier Luigi Bersani di Goffredo De Marchis - La Repubblica 7 Febbraio 2012

Pier Luigi Bersani non vuole staccare la spina al governo Monti. «Semmai attaccarla meglio. Non vorrei che lasciando passare uno strappo dopo l'altro ci trovassimo in una situazione complicata e ci fosse un cortocircuito». Lo preoccupa la nascita di un «nuovo sport. Quello per cui dietro la copertura di un formale sostegno all'esecutivo ci sia la convergenza tra chi insulta Monti come la Lega o Scilipoti e il Pdl. Questa è una presa in giro».

E se le prese in giro continuano? 

«Ribadiamo a tutti gli interlocutori la nostra scelta di appoggiare un governo che abbiamo voluto in nome dell'Italia prima di tutto. Anzi, anticipo il nostro nuovo slogan: Italia bene comune. Non pretendiamo che assuma il 100 per cento delle nostre proposte. Ma il punto è non aprire un fossato tra l'esecutivo e l'opinione pubblica. Se passa l'idea che si può allungare l'età pensionabile di un infermiere di 4 anni ma non si possono toccare notai, banche e titolari di farmacie si crea un problema serio. Lo dico per dare forza al governo non per indebolirlo. Stia attento alle trappole».

Rai, responsabilità civile dei giudici e liberalizzazioni. Sono questi i temi? 

«La vicenda della Rai è grave non solo per le ultime nomine ma anche per certe frasi che sento pronunciare ad autorevoli esponenti del Pdl. Del tipo "un intervento del governo sull'azienda sarebbe illegittimo". Ma scherziamo? È surreale. Una società interamente pubblica può e deve essere sottoposta a un intervento legittimo del governo. Per cambiare la govemance di un'azienda oggi ingestibile».

Giustizia

«Si parte con una posizione formale del governo e una del Pdl che dice di essere d'accordo. Poi vedo applausi a scena aperta per un emendamento della Lega su un tema delicatissimo come quello della responsabilità civile. A quel voto va posto rimedio. E aggiungo: siccome abbiamo le orecchie lunghe sento che attorno al decreto liberalizzazioni si muovono meccanismi della vecchia maggioranza Pdl-Lega per indebolirlo. Invece noi vogliamo rafforzarlo perché l'effetto sulla vita dei cittadini risulti visibile».

Troppe carezze di Monti al Pdl visto che sono la maggioranza uscente? 

«Non credo. Se fosse così è chiaro che sarebbe un errore. Il Pdl ha molte più responsabilità delle nostre per come si è arrivati all'emergenza conclamata in cui ci troviamo. Loro, a maggior ragione, non possono ottenere il 100 per cento».

I ministri e il premier non riescono a sottrarsi dalle battute sull'articolo 18. L'ultima è del ministro Cancellieri. Le dà fastidio? 

«Qualcosa si potrebbe rimproverare ai membri del governo ma so bene che alle domande si risponde. Il punto è un altro: come mai la nostra discussione pubblica è inchiodata da anni su questo punto e non si sposta il riflettore su come creare lavoro?».

Lo ha detto a Monti? 

«Conosco il pensiero del presidente del Consiglio e so che per lui la questione è molto più complessa della frase sulla monotonia. Ma è vero che alcune dichiarazioni sembrano protrarre il dibattito ideologico degli ultimi anni, cioè del governo Berlusconi. E questo è un male. Guai se nei prossimi mesi ci fosse una spaccatura sulle regole che sono solo una parte del problema».

Ma all'articolo 18 ci arriverete. 

«I partiti non possono permettersi di accendere fuochi. Noi stiamo zitti e non interferiamo su questo tema. C'è un tavolo del governo con le parti sociali. Accetteremo qualunque accordo nato in quella sede. Abbiamo le nostre proposte innovative che non toccano l'articolo 18. Ma non escludiamo perfezionamenti nella sua gestione a cominciare dai percorsi giurisdizionali. Ma vorremmo rivoltare l'agenda partendo dalla domanda: come si crea un po' di lavoro?».

Siete tentati da un patto Pdl-Pd sulla legge elettorale? 

«La premessa è che bisogna parlare con tutti. Le forze che sono in Parlamento e quelle fuori. Ci interessa una legge che pacifichi il Paese e venga riconosciuta da molti non da pochi. Non mi interessa invece un uso strumentale della riforma dove due soggetti lasciano fuori gli altri. Il Pd non è disponibile».

E cosìsipossono fare legge elettorale e riforme costituzionali? 

«La priorità è cancellare il Porcellum, toglierlo di mezzo. Anche qui il Pd ha la sua proposta ma è assolutamente flessibile a discutere fatti salvi alcuni paletti. Sento che Bossi dice "non si tocca nulla". In questo modo torniamo al nuovo sport di cui parlavo prima. Se scattano istinti di vecchia maggioranza ci teniamo il Porcellum. Ma questo è un punto dirimente».

Che può mettere in discussione il governo? 

«Un punto che porterebbe a un confronto politico molto acceso».

Il caso Lusi riapre la questione morale nel Pd? 

«Sulla vicenda in sé il Pd non sa nulla e non c'entra nulla».

Ma Lusi è un senatore del Pd. 

«Il Pd nasce senza patrimoni e senza debiti altrui. Con bilanci certificati. Di una persona iscritta al partito coinvolta in casi giudiziari si occupa la commissione di garanzia».

Troppi soldi ai partiti dal finanziamento pubblico? 

«Andiamo a vedere come viene finanziata la politica negli altri Paesi europei e adeguiamoci ai migliori parametri».

Scopriremo che gira più denaro o meno? 

«A occhio direi la stessa quantità. Con delle voci singole da modificare come si è fatto per i parlamentari colpendo vitalizi e rimborsi delle spese. È necessario che i bilanci siano certificati dalla Corte dei conti. Annullare i meccanismi che consentono di sopravvivere anche ai partiti estinti ed evitare che nascano gruppi parlamentari che non si sono presentati alle elezioni. Ma dai tempi di Pericle si riconosce il fatto che l'attività politica va sostenuta se si intende avere una democrazia».

Il caso Lusi viene affiancato al cosiddetto sistema Penati, al finanziamento occulto dei Ds? 

«Penso solo al Pd. Le calunnie non le leggo nemmeno. Passo tutto agli avvocati per le querele».

Quando farete le primarie per il candidato premier? 

«Intanto faccio notare che senza polemiche e sotto la neve stiamo organizzando le primarie per le amministrative dappertutto. Faremo anche quelle nazionali. Il percorso è il solito: il patto di coalizione e qualche mese prima dell'appuntamento elettorale, né troppo presto né troppo tardi, le primarie».

E se le riforme del governo Monti avessero bisogno di una grande coalizione per andare avanti? 

«Non si può andare in campagna elettorale proponendo governissimi. Anzi. Lo stesso percorso di certe leggi che stiamo approvando adesso, ci dice che una vera opera di riforme e di ricostruzione devi farla chiedendo un impegno al corpo elettorale».



8 gennaio 2012
Intervista al Ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e dei Trasporti Corrado Passera











ROMA
- «Da due mesi a oggi, un grande effetto c'è già stato: un forte recupero di credibilità e di fiducia, che anche l'altro giorno a Parigi si percepiva con chiarezza. Credibilità conquistata sul campo dal presidente del Consiglio e dall'intero Paese. Riforme coraggiose che aspettavano da tempo, come quella delle pensioni, che il governo ha proposto, il Parlamento ha approvato in tempo record e la gente ha accolto con una reazione molto composta».


Ministro Passera, eppure la situazione resta difficile. E lo spread oltre quota 500.
«È vero, l'emergenza non è finita. Il peggio è passato: abbiamo corso davvero il rischio della Grecia, del disastro. Non siamo ancora fuori dal tunnel. Però un progetto di rilancio del Paese è stato avviato con determinazione. Ogni ministero ha il suo compito da svolgere. Si lavora bene insieme, e questo accelera e rende più efficace il lavoro di tutti. Abbiamo un piano per la crescita. Per liberalizzare e favorire i consumatori. Per sostenere le imprese. Per investire nell'istruzione, nella ricerca, nella giustizia. L'Italia ha fatto e farà la sua parte. Serve però che la faccia anche l'Europa. A cominciare dalla Germania».

Dopo il bilaterale a Berlino della prossima settimana, la cancelliera Merkel sarà in Italia il 20. Che cosa chiede il governo alla Germania, all'Europa?
«L'Europa non riesce a decidere con visione e pragmatismo, i mercati valutano che l'Europa non ce la faccia, quindi scommettono contro; e i Paesi con un debito più alto soffrono di più. O l'Europa decide di darsi gli strumenti che qualsiasi moneta ha, vale a dire una Banca centrale in grado di garantire la liquidità e la stabilità, oppure non ci sarà crescita, e non ci sarà occupazione. La Germania è il Paese che ha avuto maggiori vantaggi dall'euro. Sono certo che svolgerà il ruolo che le compete di Paese leader, non di Paese che spacca l'Europa. L'Europa deve avere il coraggio di dire al mondo che garantisce se stessa. Altrimenti, con questi tassi di interesse, crescere è quasi impossibile».

Nel frattempo in Italia cresce il disagio sociale.
«È vero. Il disagio occupazionale cresce visibilmente, e va ben oltre il numero dei disoccupati. Bisogna considerare anche gli inoccupati che non cercano neppure lavoro, i cassintegrati, i sottoccupati. In tutto sono almeno sei milioni di persone. E questo è un peso enorme per le famiglie italiane, perché significa paura del futuro. L'Italia, come l'Europa, deve lavorare per il rigore, ma anche per la crescita. La politica deve misurarsi in termini di posti di lavoro creati, non solo di Pil e di equilibrio dei conti. Se non cresciamo non potremo garantire al mondo che avremo la capacità di restituire il debito».

Finora si sono viste soprattutto tasse. O no?
«Non è così. A parte l'intervento sulle pensioni, che ha messo sotto controllo la più grande voce di spesa pubblica, nella manovra "salva Italia" ci sono 6 miliardi per le imprese che assumono e investono su se stesse. Ci sono 4 miliardi per le famiglie, che senza il decreto avrebbero avuto minori detrazioni. Ci sono 20 miliardi per il credito alle pmi, grazie al fondo di garanzia. E in queste settimane abbiamo sbloccato 15-20 miliardi per cantieri vari: metropolitane, ferrovie».

All'evidenza, non basta. Che cos'altro prevede il vostro piano per la crescita?
«Cose molto concrete. Per favorire l'innovazione, la revisione del sistema degli incentivi. Per stare accanto alle aziende che stanno salvando l'Italia grazie alle esportazioni, già c'è il nuovo Ice (Istituto per il commercio con l'estero), ma aiuteremo in molti altri modi le nostre imprese a stare sui mercati internazionali. Faremo sì che venga saldato lo scaduto dei pagamenti privati e pubblici: 60-80 miliardi di debito forzoso che gravano sulle imprese e stanno diventando un peso insopportabile».

Nessuno paga più nessuno. Come invertire la tendenza? «In breve tempo adotteremo la direttiva europea per cui tutti i pagamenti devono avvenire entro 60 giorni. Stiamo lavorando su vari modi alternativi per smaltire l'accumulato, senza intaccare gli obiettivi di contenimento di deficit e debito pubblico: servirà probabilmente la collaborazione della Cassa depositi e prestiti e delle banche, ma un modo va trovato velocemente. Compresi i pagamenti in Bot».

Altre misure?
«Dobbiamo mettere più soldi in tasca a chi ha i redditi più bassi, in cambio di maggior produttività per le aziende. E dobbiamo semplificare, snellire l'enorme costo burocratico che grava sulle imprese che vorrebbero investire, crescere, nascere».

Come procederete con le liberalizzazioni? Per decreto?
«Sì. Abbiamo già cominciato, rafforzando l'Antitrust e aprendo ulteriormente il settore del commercio. Andremo avanti. Ogni mese».

Un decreto al mese?
«Anche più di uno, non solo sulle liberalizzazioni ma su tutti i temi della crescita. Apertura dei mercati, lotta ai blocchi e alle rendite di posizione, aumento della concorrenza. A parole sono tutti d'accordo, tranne quando viene toccato il proprio settore. Per questo procederemo in ogni campo: gas, energia, commercio, trasporti, professioni. Ogni cosa fa parte del progetto per creare crescita sostenibile. Tutti dovranno fare la loro parte».

Come spiega il crollo in Borsa di Unicredit? Più in generale, il sistema bancario italiano è davvero solido?
«Le banche italiane sono state tra le poche a proseguire le loro attività senza chiedere nulla allo Stato. Certo, essendo legate all'economia reale, quando l'economia reale va male, ne risentono. L'esplosione del costo della raccolta e la botta delle nuove regole che obbligano a svalutare l'investimento nei debiti pubblici hanno fatto il resto. Le banche che hanno fatto gli aumenti di capitale per tempo tengono meglio. Quelle che hanno tardato a fare aumenti di capitale sufficienti sono più in difficoltà. Ciò non toglie che siano banche strutturalmente sane e forti».

E l'apparato produttivo è in grado di reggere alla crisi?
«C'è una base di aziende che tiene su l'Italia. Sono le aziende che fanno il 30% del Pil grazie alle loro esportazioni. Automazione, agrindustria, sistema moda, sistema casa: grazie a loro, l'Italia non perde quote del commercio internazionale o ne perde meno di altri Paesi. Dobbiamo fare di tutto per aiutare queste aziende, e anche per facilitare gli investimenti dei gruppi internazionali in Italia. Il fatto di aver risolto il contenzioso Edf-Edison, che si trascinava da anni, mostra che l'Italia fa sul serio, e se la giocherà anche sul dossier energia. Le filiere della salute e del turismo possono dare grandi risultati, grazie agli investimenti che faremo nella ricerca, nelle infrastrutture, nei trasporti. Parliamo di oltre 200 miliardi di ritardi accumulati nelle infrastrutture strategiche. Che daranno sollievo anche al settore delle costruzioni».

Dove li trovate i soldi?
«Di sicuro, non con nuove tasse».

Non ci sarà un'altra manovra?
«No. Finito. Quel che c'era da fare è stato fatto. Per finanziare il piano crescita dovremo ridurre i costi degli apparati pubblici; e di spazio ce n'è tanto. Solo nel mio ministero, nell'ambito delle strutture di mia pertinenza, abbiamo realizzato tagli per il 35%. Ci sono sprechi da ridurre, abusi da sanare: pensiamo solo alle false pensioni di invalidità. Useremo meglio i fondi europei: con il ministro Barca abbiamo recuperato quasi tre miliardi per il Sud. Troveremo risorse con privatizzazioni e dismissioni. E con il recupero dell'evasione fiscale».

Che effetto le fa l'operazione Cortina? Non si è esagerato?
«L'evasione in Italia è scandalosamente diffusa. È giusto combatterla. Per potere in prospettiva abbassare le tasse - famiglie e imprese oneste ne pagano troppe - dobbiamo far pagare tutti».

Quando parla di privatizzazioni pensa anche a Eni, Enel, Finmeccanica?
«Pensiamo per il momento a un patrimonio di immobili, crediti, concessioni ancora da valorizzare. Pensiamo alle municipalizzate, al trasporto pubblico locale, alle miriadi di piccole aziende frammentate e inefficienti, che devono essere accorpate, quotate, messe in condizioni di partecipare ad aste aperte, di stare sui mercati e competere con i migliori operatori esteri».

Il superamento dell'articolo 18, che prevede la licenziabilità solo per giusta causa, può servire alla crescita?
«Non era un prerequisito del tavolo sul lavoro, come Elsa Fornero ha ben chiarito. Che vada migliorata la flessibilità in entrata, e resa più logica la flessibilità in uscita, è evidente. Per superare il dualismo del mercato del lavoro, che penalizza i giovani, servono contratti più chiari, più responsabilizzanti per le aziende. Dobbiamo ridurre l'abuso del precariato, valorizzare il contratto di apprendistato, liberare una generazione dalla condanna a sottolavori senza prospettive. Per poter crescere, le aziende devono diventare più produttive, in termini di utilizzo degli impianti, di orari, e avere attorno a loro un sistema Paese più efficiente».

Non nota un'insofferenza crescente da parte del partito di maggioranza relativa e del suo leader, Berlusconi?
«Una certa insofferenza di chi era in carica e ha passato la mano a un governo terzo è umanamente comprensibile. Che questo governo abbia fatto cose che non si riusciva ad affrontare da anni può aumentare l'insofferenza. Ma in Berlusconi vedo una sincera volontà di contribuire a far uscire l'Italia dall'angolo. La classe politica ha mostrato grande disponibilità a sacrificare interessi di breve termine. E l'opinione pubblica ha accettato i sacrifici».

Ne è così sicuro?
«Sì. Certo, vedo fare capolino pure demagogia e populismi...».

Ad esempio?
«Quando si dice che i sacrifici sono inaccettabili. Quando si cercano i capri espiatori. Quando si pretendono miracoli in un mese. L'altro nemico è la rassegnazione di chi pensa che l'Italia non ce la possa fare. Mentre è vero il contrario».

Conferma che le frequenze tv non saranno più gratis?
«Confermo che non vedo ragioni per andare avanti con le concessioni gratuite, per regalare questi beni pubblici nel nuovo contesto tecnologico e di mercato. Trasformeremo la questione in un'opportunità per ammodernare il sistema di telecomunicazioni».

Lei ha venduto le sue azioni Intesa. Questo non risolve ancora la questione del conflitto di interessi. Da banchiere lei ha contribuito ad avviare iniziative industriali, dalla nuova Alitalia ai treni privati, che potrebbe favorire da ministro.
«Il problema non esiste per chi mi conosce. Chi non mi conosce si toglierà ogni dubbio vedendo il mio operato. Il modo in cui è stato sciolto il nodo Edf-Edison smentisce chi poteva pensare che volessi favorire qualcuno. Abbiamo creato l'Autorità dei trasporti proprio come garanzia di trasparenza nell'ambito ferroviario. Ho giurato di fare solo l'interesse pubblico. E il fatto che abbia venduto le mie azioni, senza esserne obbligato, e con un forte danno, conferma la serietà delle mie intenzioni».

I giornali hanno scritto della sua intenzione di fondare un partito, di incontrare il capo dei vescovi Bagnasco...
«...Beh, si tratta di due cose decisamente diverse».

Quale sarà il suo futuro politico?
«Guardi, il cambio di vita è stato così veloce e impegnativo, che per ora proprio non ci penso. Ho 300 tavoli di crisi aziendali aperti, i progetti per la crescita da varare...».

Non sia evasivo.
«Non sono evasivo, sono sincero. A parte la straordinaria esperienza con cui abbiamo cambiato le Poste, avevo sempre lavorato nel privato, sia pure nello spirito dell'interesse generale. Occuparsi della cosa pubblica è straordinario. Se sarò capace di farlo, lo vedremo. Saranno gli italiani a decidere se sarà stato un buon lavoro. Finora non sono mai riuscito a immaginare il mio futuro più lontano. E il futuro mi ha sempre sorpreso».

Aldo Cazzullo
da il Corriere della Sera del 8/1/2011


8 gennaio 2012
L'editoriale di Eugenio Scalfari: L'Italia guida la battaglia salva-Europa
Abbiamo più volte osservato che Mario Monti non è un tecnico ma un uomo politico di grande livello, attento alle relazioni con la società civile, con le organizzazioni sindacali e con le forze politiche. Ma sta rivelando un'insolita capacità nella politica estera, applicata principalmente ai temi che riguardano l'economia e agli strumenti finanziari che ne costituiscono la leva; ma non soltanto.

La politica estera di Monti mira più in alto. L'obiettivo finale, se riuscirà nel suo intento, si propone di rafforzare un potere federale europeo che, pur mantenendo in vita i governi nazionali, ne restringa la sovranità e modifichi la distribuzione dei poteri all'interno delle istituzioni europee, accrescendo quelli del Parlamento di Strasburgo, della Commissione di Bruxelles e della Banca centrale.

Questo disegno appare ormai chiaro e passa per l'attenzione che il nostro "premier" sta dedicando alle alleanze politiche all'interno dell'Unione con gli altri Paesi dell'eurozona ma anche al di fuori di essa a cominciare dalla Gran Bretagna. Questa rete diplomatica non ha come finalità quella di stringere e di costringere la Germania a piegarsi - obiettivo impensabile - ma di rassicurarla e convincerla che un'Europa forte coincide con una Germania forte, economicamente e politicamente.

Questo è il motivo del prezzo che l'Italia ha salatamente pagato nelle scorse settimane con la legge "salva Italia" di marca rigorista.

Era necessaria per salvare il nostro Paese dal baratro, ma anche per procurarsi un biglietto d'ingresso al vertice dell'Europa. Quella legge potrebbe a buon diritto chiamarsi "salva Europa" poiché il peso del nostro Paese nel concerto dei 27 Stati dell'Unione non è mai stato così determinante come oggi, specie se abbinato alle capacità di Monti, politiche ed economiche, che non hanno riscontro negli altri leader europei.

La durezza rigorista della Merkel aveva l'obiettivo di rassicurare l'opinione pubblica tedesca che la Germania non avrebbe pagato il conto dei Paesi spendaccioni. Ci è riuscita recuperando una popolarità che supera il 60 per cento, preziosa in una fase di elezioni regionali che culminerà nel 2013 nelle elezioni politiche generali.

Ma la Cancelliera non ignora che il rigore dei bilanci è parola vana se non è abbinato a politiche di crescita in tutta l'Unione, poiché da quella politica dipendono le esportazioni tedesche, gli investimenti e la creazione di nuovi posti di lavoro che ne sono il corollario.

In alcune riunioni informali ma informalmente rese note la Merkel ha più d'una volta manifestato la sua consapevolezza di queste realtà e ne è tanto più convinta a causa del rischioso intreccio che mette in pericolo alcune banche tedesche imbottite di titoli tossici. Ma ha trovato in Sarkozy un partner inutilmente impulsivo e anche lui condizionato dalle imminenti elezioni presidenziali.

La scommessa di Monti consiste nella necessità di un terzo protagonista che non ha condizionamenti pre-elettorali e per di più superiore ai due partner per le sue specifiche competenze, a patto che l'appoggio parlamentare delle forze politiche italiane, delle organizzazioni sindacali e della pubblica opinione sia il più compatto possibile. La sua autorevolezza si fonda sulla fiducia degli italiani e sulla distanza dall'appuntamento elettorale. Un anno scarso perché con l'inizio del semestre bianco (gennaio 2013) anche qui da noi la campagna elettorale avrà inizio e le prerogative del Quirinale saranno affievolite. Ecco perché Monti deve agire con la massima velocità ed ecco perché, se gli italiani saranno consapevoli della posta in gioco, il loro appoggio non può essergli lesinato.

* * *
La settimana che si chiude oggi è stata purtroppo funestata da alcuni fatti non prevedibili ed altri al di fuori dal controllo del nostro governo: l'Sos del "premier" greco per un rischio di default del debito che sembrava superato ma è tornato a manifestarsi con virulenza (anche per una improvvisa diminuzione delle entrate tributarie che desta il fondato sospetto d'uno sciopero dei contribuenti e d'un consapevole lassismo del governo); l'incidente (chiamiamolo così) ungherese, il crollo della sua moneta e del suo debito sovrano; la prolungata attesa delle banche europee e italiane ad utilizzare la massiccia iniezione di liquidità della Bce; le perdite in Borsa registrate dal titolo Unicredit in occasione dell'aumento di capitale da sette miliardi imposto dall'autorità bancaria europea (Eba).

L'andamento borsistico di Unicredit denuncia una situazione cui bisognerebbe porre rapido rimedio: le grandi banche italiane dipendono dal controllo delle Fondazioni che sono strutturalmente inadatte ad adempiere a questo delicatissimo compito. Occorre sostituirle al più presto riportandole alle loro attività statutarie e affidando la proprietà di banche ad un azionariato più idoneo.

Per quanto riguarda l'attendismo del sistema bancario italiano dopo l'operazione di liquidità della Bce, ne parleremo tra poco. Quanto agli incidenti greco e ungherese, si tratta di fatti che chiamano in causa l'Europa con pressante insistenza e vanno dunque affrontati nei modi che abbiamo già indicato.

* * *
L'attendismo delle banche era prevedibile e previsto. Durerà ancora per qualche settimana ma dovrebbe cessare o attenuarsi fortemente con l'inizio delle aste di titoli dei debiti sovrani in scadenza. Tra febbraio e marzo scadranno in Europa 500 miliardi di titoli pubblici dei quali 150 riguardano il nostro debito.

Le ragioni dell'attendismo delle nostre banche sono le seguenti:
1. Si è verificato negli ultimi mesi una sensibile diminuzione sia dei depositi sia delle richieste di prestiti.
2. Le sofferenze di crediti non esigibili sono sostanzialmente aumentate fino a rappresentare il 9 per cento dei bilanci.
3. Molte banche europee sono oberate da titoli scadenti o addirittura tossici. Non essendovi un prestatore di ultima istanza questa situazione blocca la reciproca fiducia tra gli istituti di credito europei e li incita a vendere sul mercato i titoli di debiti sovrani ritenuti rischiosi.
4. Malgrado queste difficoltà le banche, ma anche i fondi d'investimento e i risparmiatori, hanno effettuato rilevanti acquisti di titoli pubblici a breve termine. In particolare il rendimento dei nostri Bot a tre mesi è diminuito, tra il 9 novembre e il 5 gennaio, del 70 per cento passando dal 6,60 all'1,95 per cento; per i Bot a sei mesi la diminuzione è stata del 68 per cento passando dall'8,30 al 2,66; per i Bot a dodici mesi diminuzione del 62 per cento (da 9,47 a 3,61); per i Btp a due anni diminuzione del 30 per cento (da 7,26 a 5,09). La diminuzione del Btp quinquennale è stata più bassa: 12 per cento. I decennali sono sostanzialmente stabili attorno al 7 per cento.

Va aggiunto a chiarimento che l'alto rendimento dei decennali è virtuale; ridiventerà attuale con le prossime aste di febbraio. A questo proposito sarebbe opportuno che il Tesoro, anziché portare in asta Btp decennali, abbreviasse i termini di scadenza a un anno o al massimo due. Li collocherebbe a rendimenti molto più bassi superando un appuntamento molto impegnativo senza incidere sulla durata media del nostro debito pubblico che è attualmente di sette anni.

Sarebbe altrettanto opportuno che il Tesoro azzerasse il fabbisogno dello Stato. L'operazione ha un costo di 15 miliardi e non presenta particolari difficoltà.

* * *
La Bce la sua parte l'ha fatta con l'operazione di prestito triennale di 500 miliardi all'1 per cento di tasso. Il 19 febbraio riaprirà lo sportello a richieste di prestiti triennali per importi illimitati. Non porrà condizioni alle banche per quanto riguarda l'utilizzo di quei fondi, ma è facile prevedere una discreta "moral suasion" per erogazioni alla clientela e partecipazione attiva alle aste del Tesoro. Si tratta per di più di operazioni profittevoli anche se il Tesoro abbreviasse le scadenze dei nuovi titoli.

Non credo che nella strategia di Monti ci sia la richiesta di equiparare la Bce alle altre Banche centrali. Se il nostro premier vuole rassicurare la Merkel questa non sarebbe, almeno per ora, la richiesta giusta. Ma in un futuro più lontano, diciamo nel 2015, potrebbe divenire praticabile e bene ha fatto il ministro Passera a metterla in calendario.
Quello che Monti vuole oggi portare a casa con la riunione del Consiglio europeo del 30 gennaio, è il dimezzamento della quota di debito da diminuire per i Paesi che superano il 60 per cento nel rapporto debito-Pil e il defalco degli investimenti strutturali dal calcolo del deficit rispetto al Pil. Sarebbero due passi nella giusta direzione per quanto riguarda la crescita. Messi insieme al contenimento dei rendimenti consentirebbero un quadro di maggiore tranquillità e l'avvio immediato di iniziative per la creazione di posti di lavoro e nuovi meccanismi di ammortizzatori sociali.
Insomma una politica di rilancio a piccoli passi ma con perseverante continuità, purché vi sia l'appoggio degli italiani ed in particolare delle parti sociali.

Da questo punto di vista la Camusso e la Fornero hanno grandi responsabilità. Innovare profondamente il contratto di lavoro tenendo fermo l'articolo 18: questa è la scommessa. Non è impossibile, soprattutto se sapranno guardare la luna e non il dito che la indica.

Post scriptum. Voglio qui inviare i nostri sentiti auguri al professor Befera, presidente dell'Agenzia delle entrate. Non badi alle minacce e agli insulti che le vengono lanciati. Le prime confidiamo siano soltanto sciagurate esibizioni di teste balorde, i secondi, se vengono da personaggi tipo Santanché, sono titoli onorifici.


Eugenio Scalfari

da La Repubblica 08 gennaio 2012

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2 gennaio 2012
IL DOSSIER: Caccia, portaerei e organici record ora la parola d'ordine è 'tagliare'

Interessante inchiesta di Repubblica sulle spese per la Difesa che il nostro paese sostiene. E' giunto il momento di ragionare su una razionalizzazione e riduzione delle spese militari, senza che prevalgano ingenui e anacronistici furori antimilitaristi. In un momento di crisi delle finanze dello stato, quando si taglia in settori come la scuola e l'università, quando si tagliano i trasferimenti agli enti locali che erogano servizi di assistenza sanitaria e sociale, quando si chiedono agli italiani sacrifici (con aumento tasse e nuove norme previdenziali) è necessario intervenire sulle spese per la difesa. Spendiamo 24 mld Euro ogni anno per la Difesa (contro i circa 10 mld spesi per Università) e di questi 12 mld sono per pagare il personale (circa 180.000 unità). Puntiamo alla riduzione del personale militare (anche del 50%), ad una sua maggiore qualificazione ed alla riduzione di armamenti che appaiono veramente eccessivi per un esercito come quello italiano (come la richiesta di 131 caccia F-35 per oltre 15mld di euro) anche nell'ottica di una strategia europea della difesa.



Il nuovo ministro ha debuttato davanti al Parlamento annunciando che anche le Forze armate sono pronte a fare austerità. Ma l'Italia ha ordinato 131 F-35: costeranno quanto una manovra finanziaria. Gli stipendi valgono il 62 per cento del bilancio della Difesa, 23 miliardi di euro più 1,4 miliardi per le missioni all'estero. L'affondo del Pd: "Scandaloso" di GIAMPAOLO CADALANU

Caccia, portaerei e organici record ora la parola d'ordine è 'tagliare'  

LA MIGLIOR DIFESA è l'attacco: doveva esserne convinto il ministro Giampaolo Di Paola, quando ha debuttato davanti al Parlamento annunciando da subito che anche le Forze armate erano pronte a fare voto di austerità. Ma il problema, naturalmente, è "come" imporre risparmi e rinunce, a fronte di impegni internazionali e persino interni sempre più estesi.

La strada suggerita dal ministro, in realtà accolta senza entusiasmi in Commissione, è ridurre gli organici, visto che gli stipendi valgono il 62 per cento del bilancio della Difesa, equivalente a 23 miliardi di euro più 1,4 miliardi per le missioni all'estero. Oggi i militari sono circa 180 mila, meno di quelli previsti dall'attuale modello di Difesa, per Di Paola l'ideale sarebbe molto meno, 130-140 mila, se non addirittura 90 mila. Non possiamo licenziare, si è rammaricato il ministro, e dicono che abbia scherzato: "Ci vorrebbe una guerra, o un terremoto".

Lo scontro sul cacciabombardiere
Sulla struttura delle Forze armate del futuro si confrontano in Parlamento due ipotesi principali. La prima è quella suggerita dal ministro: tagli robusti sul personale, attraverso il blocco del turn-over, e investimenti sulla tecnologia. È una strada che piace alle industrie, alla Marina e all'Aeronautica.

C'è spazio pure per il controverso Joint Strike Fighter, o F-35, il cacciabombardiere più costoso della storia. Fra ritardi, errori e rinvii, lo sfortunato progetto della Lockheed ha subito tanti ritocchi nel preventivo che oggi ogni esemplare dovrebbe costare 200 milioni di euro. L'Italia ne voleva 131, il programma prevede una spesa di almeno 15 miliardi in dodici anni, ma gli aumenti saranno inevitabili, vista la necessità di modifiche al progetto originale: solo il mese scorso la commissione del Pentagono che sta esaminando i prototipi dell'F-35 ha chiesto 725 correzioni, dal casco del pilota al sistema di aggancio in atterraggio, che ha fallito tutti i test sul campo.

Insomma, se l'ordine resterà questo, l'F-35 costerà quanto una manovra finanziaria. E' talmente caro che tutti i paesi interessati ci stanno ripensando, persino Israele e il Regno Unito hanno dovuto tagliarne i programmi e il Pentagono ha ridimensionato le richieste.


In America il dibattito è aperto, i pregi e soprattutto i difetti del cacciabombardiere sono resi pubblici spietatamente: per John McCain, eroe del Vietnam ed ex candidato repubblicano alla presidenza, il progetto F-35 è "un disastro", mentre il Washington Post lo ha definito nei giorni scorsi "un preoccupante esempio delle spese del Pentagono".

In Italia la prima a contestare la scelta è stata "Famiglia Cristiana", poi è partita una campagna massiccia, ma senza grandi risultati. Per Gian Piero Scanu, capogruppo Pd alla commissione Difesa del Senato, "è scandaloso che si sottraggano risorse così ingenti per strumenti di guerra, agli antipodi con le necessità dell'Italia". Ma Di Paola si è limitato ad annunciare che "dovrà rivedere" la lista della spesa.

La beffa della manutenzione
Anche gli esperti sono molto critici: l'F-35 è un aereo progettato per le esigenze della Guerra fredda, quasi inutile in teatri come l'Afghanistan e inferiore, secondo molti generali, al J-20 Stealth di produzione cinese. In più, del fiume di denaro necessario, in Italia resteranno solo poche gocce. Anzi, gli operai destinati a montare le ali nello stabilimento di Cameri saranno solo 600, meno dei mille impegnati oggi nella lavorazione del vecchio Eurofighter.

Ed è difficile non considerare una beffa che persino una parte della manutenzione sarà fatta all'estero: gli alleati concedono al nostro paese di usare la tecnologia antiradar Stealth, ma non si fidano tanto da rivelarne i dettagli e permetterne quindi aggiornamento e riparazioni.

La portaerei da un miliardo e mezzo
Di cancellare del tutto il programma, Di Paola non ne vuol sentire: è stato lui stesso a firmare i primi protocolli d'intesa, nel 2002, come capo di Stato maggiore. Ma soprattutto la versione B a decollo corto dell'F-35 è destinata alla Cavour, portaerei da un miliardo e mezzo di euro, fiore all'occhiello della sua amatissima Marina.

La nave è un gioiello progettato in tempi meno austeri e fortemente voluto dall'ammiraglio: se non potrà schierare sul ponte gli Jsf, rischia di svelarsi come un monumento allo spreco. Resta da vedere, dicono molti parlamentari, se non sia uno spreco comunque, visto che la politica estera italiana non sembra prevedere tentazioni imperiali. "Costruirla è stata un'assurdità, visto che c'era già la Garibaldi", dice l'esperto Massimo Paolicelli, "tanto più che le spese non finiscono mai: la nave costa duecentomila euro al giorno in navigazione, centomila quando resta in porto".

Le fregate di lusso
Ma la Cavour non basta all'arma prediletta dell'ammiraglio Di Paola, che ha ordinato dieci fregate della classe "Fremm", per 6 miliardi di euro. Anche qui gli esperti sollevano perplessità: non solo dieci navi sono tante, ma per qualche misterioso motivo costano alla Marina molto di più di quanto le paghi la Marine nationale francese.

I blindati e le basi
La seconda ipotesi prevede il mantenimento di un numero robusto di militari, con investimenti adatti per il profilo internazionale dell'Italia. In questa direzione va la spesa di 600 milioni, già autorizzata in Commissione, per blindati Lince, mezzi logistici protetti, sensori e protezioni passive per le basi avanzate. È un ordine che "vale" tre F-35, ma darà lavoro a duemila persone per tre anni.

Quest'ultimo scenario, gradito all'Esercito e all'industria italiana, appare più ragionevole e adatto ai tempi, ma richiede un cambio di rotta. E la capacità di convincimento messa in campo da chi ha interesse nei progetti più costosi sembra realmente immensa.  

 

da la Repubblica del 02 gennaio 2012

Link Nota Dipartimento Esteri Partito Democratico sulla questione

http://beta.partitodemocratico.it/doc/227706/nota-del-dipartimento-esteri-sulle-spese-militari-e-sulla-questione-degli-f35.htm





30 dicembre 2011
EuroUnionBond per la nuova Europa, la proposta di Prodi e Quadrio Curzio

Dall’editoriale de “Il Sole 24 ore” del 23 agosto 2011, la proposta di Prodi e Quadrio Curzio sugli Eub (EuroUnionBond). L’editoriale completo al link http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2011-08-22/eurounionbond-nuova-europa-201300.shtml?uuid=AapbbDyD


Gli EuroUnionBond (Eub). La nostra proposta è che bisogna innovare di più con il varo di un Fondo finanziario europeo (Ffe) che emetta Eub con quattro caratteristiche che ricomprendono alcune delle precedenti.

1) Il Ffe dovrebbe avere un capitale conferito dagli Stati Uem in proporzione alle loro quote nel capitale della Bce. Il capitale dovrebbe essere costituito dalle riserve auree del Sistema europeo di banche centrali (Sebc) che sono la maggiori al mondo con circa 350 milioni di once per un controvalore intorno ai 450 miliardi di euro. Per mettere l'oro a garanzia vanno modificati gli statuti del Sebc e della Bce (anche con riflessi sui Trattati europei, ma non sul Central banks gold agreement che tratta delle vendite di oro), enti che potrebbero anche diventare azionisti, in quanto conferenti, del Ffe. Supponendo che il capitale versato del Ffe sia di 1.000 miliardi di euro, ogni Stato membro della Uem dovrà conferire oltre all'oro altri capitali anche in forma di obbligazioni e azioni stimate a valori reali e non a prezzi di mercato sviliti.

L'Italia dovrebbe conferire 180 miliardi di euro in totale di cui 79 milioni di once in riserve auree, valutabili oggi a circa 101 miliardi di euro, più altri 79 miliardi di euro che a nostro avviso dovrebbero essere azioni di società detenute dal ministero dell'Economia (Eni, Enel, Finmeccanica, Poste ecc). Società che oggi non sono privatizzabili, dati i prezzi di mercato. Con questi conferimenti il timore tedesco di pagare i debiti altrui dovrebbe placarsi. La Germania dovrebbe versare al Ffe 270 miliardi di euro di cui 140 miliardi sono 109 milioni di once d'oro e 130 altri valori. La Francia dovrebbe versare 200 miliardi di cui 100 con i 78 milioni di once d'oro e 100 in altri valori. Sarebbe importante che Italia, Germania e Francia conferissero a complemento dell'oro azioni di società settorialmente omogenee nell'energia, nelle telecomunicazioni, nei trasporti.

2) Il Ffe con 1.000 miliardi di euro di capitale versato potrebbe fare una emissione di 3.000 miliardi di Eub con una leva di 3 e durata decennale (e oltre) al tasso del 3% eventualmente variabile dopo un certo periodo. Altre garanzie si potrebbero aggiungere con impegni giuridici degli Stati Uem. L'onere di interessi sarebbe di 90 miliardi di euro all'anno pari oggi a circa l'1% del Pil della Uem pagabile sia con i profitti del conferimento del capitali azionari al Ffe sia con una quota dell'Iva dei Paesi della Uem, sia con gli interessi di cui diremo. Quanto detto è ovviamente adattabile in vari modi su tassi, scadenze, rimborsi degli Eub e magari loro convertibilità in azioni. Ma la sostanza non cambia.

3) Il Ffe dovrebbe dividere in due parti i 3.000 miliardi raccolti con gli Eub.Per far scendere dall'attuale 85% al 60% la media del debito della Uem sul Pil verso il mercato il Ffe dovrebbe rilevare 2300 miliardi dei titoli di Stato dei Paesi della Uem. L'Italia scenderebbe al 95% del debito su Pil verso il mercato mentre per il restante 25% sarebbe debitrice verso il Ffe. La Francia e la Germania scenderebbero sotto il 60% di debito su Pil verso il mercato. I rimanenti 700 miliardi della citata emissione dovrebbero andare a grandi investimenti europei anche per unificare e far crescere imprese continentali nella energia, nelle telecomunicazioni, nei trasporti delle quali il Ffe diverrebbe azionista.

I vantaggi di questa emissione di Eub sarebbero enormi. Ne citiamo solo due. Il primo è che il Ffe non sarebbe opportunistico ma stabilizzante nella gestione dei titoli di Stato nazionali da detenere su lunghe durate rendendo così molto difficile anche la speculazione. Il secondo vantaggio sarebbe un mercato degli Eub di grandi dimensioni e una raccolta a interessi in media più bassi rispetto ai titoli nazionali di quasi tutti i Paesi Eum. Data anche la natura del Ffe e degli Eub, che hanno garanzie reali, diverrebbe realistico attrarre investitori molto liquidi come i Fondi sovrani che si stima abbiamo oggi asset intorno ai 4.200 miliardi di dollari, ovvero circa 3.000 miliardi di euro, che nessuna emissione di titoli di Stato della Uem può servire se non in piccola parte. In tal modo gli Eub possono davvero diventare competitivi nei confronti dei titoli del tesoro Usa dei quali la Cina vuole alleggerirsi. Naturalmente vanno precisate le strutture e la governance societaria del Ffe (che in parte si possono prendere dallo Efsf e dal Esm), tra cui i poteri di voto dei partecipanti al Ffe, che pur dipendendo dalle quote nel capitale dovrebbero anche essere rivedibili periodicamente per tenere conto della eccedenza sul 60% del debito pubblico su Pil dei singoli stati. Anche in tal modo si spingerebbero i diversi Paesi a far scendere il loro rapporto di debito su Pil.

In conclusione: queste innovazioni andrebbero subito messe in progettazione perché, dati i tempi legali della Uem (e della Ue), l'Eurozona sta correndo gravi rischi. Quelli della speculazione, quelli di un rigore di bilancio senza crescita e occupazione, quelli della diarchia franco-tedesca che ha avocato a se il governo della Uem e della Ue ma che non pare all'altezza di un Governo capace dei grandi progetti politico-istituzionali attuati in passato.

 

 

 


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permalink | inviato da ciccio.difranco il 30/12/2011 alle 0:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

29 dicembre 2011
Prodi: via a Eurobond e superBce il tandem Berlino-Parigi ha fallito

Riporto di seguito un intervista di Romano Prodi, dove vengono messi in luce i problemi dell'attuale assetto dell'Unione Europea, con una moneta unica senza una politica economica unica. Questi problemi sono alla base della crisi dei debiti pubblici (originata dalla crisi americana del 2007) che colpisce diversi paesi UE (Grecia, Spagna, Portogallo, Italia) e che rischia di travolgere l'intero edificio europeo. 


Professor Prodi, dieci anni fa l' euro entrava per la prima volta nelle tasche dei cittadini. Oggi ci ritroviamo per una celebrazione o per un funerale?

«Diciamo che siamo di fronte alla necessità di una rifondazione. Dobbiamo prendere atto dell' incompiutezza di quel progetto e portarlo a termine. Del resto anche allora lo andavo dicendo che non si poteva avere una politica monetaria unica senza una politica economica comune. Ma la reazione, di Kohl come di Chirac, fu netta: è meglio rinviare la fase due».

 

Più che rinviarla, se la sono dimenticata.

«Sì. Perchè l' Europa è cambiata. E' cominciata l' era della Grande Paura. Paura della globalizzazione. Paura della Cina. Paura del futuro. E la Germania si è fatta paladina di queste paure. Così tutto il processo si è rallentato. E quando è arrivata la tempesta non solo mancavano gli strumenti per affrontarla, ma anche la voglia di uscire dai porticcioli protetti degli egoismi nazionali».

 

Non le sembra che quella della globalizzazione fosse un paura giustificata?

«Non ha senso fuggire di fronte all' inevitabile. La globalizzazione ci impone una sfida. Ma era folle pensare di poterla evitare».

 

Nel suo libro appena uscito, "Dieci anni con l' euro in tasca" in cui dialoga con Delors, si dimostra ottimista sul futuro della moneta unica. Perché?

«Per la Germania l' uscita dall' euro sarebbe una tragedia mai vista. Certo, c' è una dosa di schizofrenia nella politica europea: l' analisi guarda al futuro, ma la prassi pensa solo al presente immediato. Si dà addosso alla Grecia pensando alle elezioni in Nordrhein-Westfalen. Ma anche la schizofrenia ha un limite».

 

Eppure avrà sentito anche lei le voci secondo cui la Germania starebbe stampando in Svizzera i nuovi marchi.

«Sì, le ho sentite. Ma sono, appunto, voci. Se si tornasse all' euro tedesco e all' euro italiano, il rapporto salirebbe immediatamente verso l' uno a due. E la Germania smetterebbe di esportare. Nell' ultimo anno la Germania ha registrato un surplus commerciale di 200 miliardi, di cui metà verso la zona euro. Sarebbe cancellato in un attimo».

 

Chi avrebbe immaginato, solo pochi mesi prima che avvenisse, la fine dell' Urss? Non potrebbe accadere lo stesso con l' euro?

«Non credo. Quello sovietico era un sistema che aveva accumulato errori tali da non reggere più. L' euro, invece, è stato un elemento di stabilità e di progresso. In questi dieci anni l' industria europea si è andata rafforzando molto più di quella americana. Abbiamo imparato a vivere con una moneta forte. I Paesi del Golfo e la Cina aspettano solo una politica di buonsenso da parte degli europei per riequilibrare le loro riserve valutarie a favore dell' euro».

 

E quale sarebbe questa politica di buonsenso?

«Una moneta comune va difesa con strumenti comuni. Occorre che la Bce sia autorizzata a fare il proprio lavoro, come lo fa la Fed. E occorre che gli eurobond, garantiti dall' oro delle banche centrali nazionali, consentano non solo di difendere il debito, ma anche di rilanciare gli investimenti, come hanno fatto Cina e Usa nel momento del bisogno».

 

I tanti errori della coppia Merkel-Sarkozy erano evitabili?

«Se governano in base ai sondaggi di opinione, no»

 

Ma in democrazia si può fare altrimenti?

«Io l' ho fatto: dalle carceri, alla politica di cittadinanza, all' immigrazione. E ne ho pagato il prezzo. Ma non ho rimpianti».

 

Oggi l' Europa è più tedesca che mai.

«E lo è per colpa della Francia. Parigi ha voluto contenere da sola la Germania senza averne il peso. Questo direttorio a due ha rovinato l' Europa, perché in realtà a comandare è solo la Germania. E Berlino insegue solo il suo interesse immediato».

 

Ma sei grandi sbagliano impunemente,e i deboli, come è successo in Portogallo, Grecia e Italia, sono costretti a cambiare governi democraticamente eletti, che fine fa la democrazia?

«La democrazia va sempre in crisi se non si porta il processo democratico al livello in cui si prendono le decisioni vere, se il "potere del popolo" si esercita là dove non c' è più potere reale. E' quanto sta succedendo in Europa».

 

Allora non c'è via di uscita?

«Tanto per cominciare sono convinto che, come si sono dovuti cambiare i dirigenti dei Paesi perdenti, gli errori che si stanno accumulando sono talmente madornali che si finirà per cambiare anche quelli dei Paesi cosiddetti forti. La crisi economica dell' Europa, che è ormai inevitabile, si scaricherà su quelli che, a torto o a ragione, hanno avuto la pretesa di dirigerla. E a quel punto si potranno riaprire tutti i giochi».


ANDREA BONANNI da La Repubblica del 28 dicembre 2011


Link Proposta sugli Eurobond di Prodi e Quadrio Curzio

http://cicciodifranco.ilcannocchiale.it/2011/12/30/eurounionbond_per_la_nuova_eur.html



11 dicembre 2011
I due Mario l'Europa l'hanno salvata

L'editoriale di Eugenio Scalfari oggi su "La Repubblica",

Due domeniche fa intitolai il mio articolo "Due Mario italiani per salvare l'euro". Ero abbastanza ottimista in quell'articolo e così pure nell'altro della domenica seguente. Oggi lo sono ancora di più perché le previsioni sono diventate fatti e i fatti hanno un diverso peso, producono effetti, modificano aspettative, comportamenti e decisioni. Dopo la firma di Giorgio Napolitano e la presentazione alle Camere del decreto "Salva Italia", dopo la decisione della Bce annunciata giovedì scorso di aprire un credito illimitato al sistema bancario dell'Eurozona e dopo il Consiglio dei capi di governo dei 27 paesi dell'Unione di venerdì, il mio ottimismo si è rafforzato. Lo dichiaro qui perché, oltre ad essere un giornalista, sono anche un risparmiatore, un consumatore, un elettore, sicché il mutamento delle mie aspettative potrebbe anche rappresentare un "test" di analoghi mutamenti sociali. Del resto i mercati di venerdì l'hanno già resi visibili ed è probabile che i mercati di domani emettano un giudizio ancora più esplicito per quanto riguarda lo "spread", l'andamento delle Borse e il rendimento dei debiti sovrani.
Il decreto "Salva Italia" sarà approvato dal Parlamento entro il 18 dicembre; il 20 la Bce erogherà alle banche la prima ondata di liquidità; ai primi di marzo la Commissione di Bruxelles renderà esecutivo l'accordo intergovernativo già siglato a Parigi l'altro ieri dai 26 paesi dell'Unione. Ne è
rimasta fuori l'Inghilterra ma è lei che si marginalizza rispetto all'Europa e non viceversa.
Questi sono i fatti sui quali siamo chiamati a ragionare.

***
Il decreto "Salva Italia" ha già suscitato un'ampia letteratura di commenti e di approfondimenti. I primi sono stati positivi, se non altro perché non c'erano alternative: tutte le forze politiche erano consapevoli che il rigore era necessario; se non l'avesse deciso Monti in autonomia ci sarebbe stato imposto dall'Europa. La differenza tra queste due posizioni è politica: quel decreto ha consentito al governo italiano di riprendere a pieno titolo il suo posto di interlocutore primario nel consesso europeo. Quanto agli approfondimenti, essi hanno messo in luce alcuni errori o manchevolezze del decreto ai quali si spera di porre rimedio nel dibattito parlamentare e nei limiti in cui non si alteri l'architettura del provvedimento e i suoi saldi.A sua volta l'accordo integrativo di Parigi che sancisce l'obbligo dei 26 membri dell'Unione di realizzare il pareggio dei rispettivi bilanci e di conferire all'Unione i propri poteri fiscali, è un percorso decisivo verso una maggiore sovranità europea nel campo economico, che diventerà piena con la revisione dei Trattati: un obiettivo storico ancora incerto ma altamente auspicabile. Nel frattempo la sovranità fiscale rassicura i mercati e rassicura l'America; non a caso il segretario americano al Tesoro ha partecipato informalmente alle varie fasi che hanno preceduto l'accordo e il presidente Obama è più volte intervenuto per affrettarne il buon esito.

Ma il fatto nuovo e decisivo di tutta questa vicenda risiede nell'intervento della Bce di liquidizzare il sistema bancario dell'Eurozona. Quando ne fu data notizia nel primo pomeriggio di giovedì scorso i media quasi non se ne accorsero, salvo il "Wall Street Journal " e il "Financial Times". Non se ne accorsero neppure i media italiani, ad eccezione di Repubblica, che a questo tema dedicò una parte del titolo di apertura di prima pagina. Tutti gli altri si limitarono a segnalare la riduzione del tasso di sconto da parte della Bce. Ma non se ne accorsero neppure i mercati che infatti giovedì pomeriggio erano di nerissimo umore e colpirono duramente i titoli delle banche, i listini delle Borse e fecero schizzare di nuovo verso l'alto i rendimenti dei titoli pubblici.

Il "24 Ore" di venerdì apriva ancora con un editoriale assai scettico verso le "incertezze" e "l'inazione" della Bce, corretto soltanto ieri da un articolo di Carlo Bastasin finalmente improntato a una più attenta analisi dei fatti: "Tutti gli strumenti necessari sono finalmente disponibili: leader nazionali credibili, fondi di salvataggio adeguati e un allentamento quantitativo del credito. La prima reazione era stata di delusione perché il comunicato dei capi dell'Eurozona sembrava ancora elusivo sulle situazioni immediate. Ma un secondo sguardo fa leggere il comunicato diversamente".

Meno male che il secondo sguardo c'è stato. Dico meno male perché l'informazione è essenziale per l'andamento dei mercati e i comportamenti dei risparmiatori e degli operatori. Quello che con qualche timidezza viene chiamato l'"allentamento del credito" è in realtà il pezzo forte della manovra a livello europeo, sia per quanto riguarda il "credit-crunch", sia per la crescita, sia per il rendimento dei titoli di Stato. La vera risposta europea si chiama dunque Mario Draghi così come la risposta italiana si chiama Mario Monti. Non ci voleva un occhio di lince per capirlo.

***
Ma vediamola più da vicino la manovra della Bce.
La prima mossa è la diminuzione all'un per cento del tasso di sconto, decisa  -  a quanto ha detto lo stesso Draghi  -  dopo una vivace discussione e non all'unanimità dal Consiglio direttivo della Banca. La radicata ossessione anti-inflazionistica della Bundesbank deve avere avuto il suo peso ma, probabilmente proprio per non dare troppo spazio ai suoi incomodi falchi, la Merkel quel giorno stesso disse che il suo governo non sarebbe mai intervenuto né avrebbe commentato le decisioni della Bce che "nei limiti del proprio statuto è indipendente e può decidere come meglio crede nell'interesse dell'Unione europea".

Il nocciolo della manovra tuttavia non è nel ribasso dello 0,25 per cento del tasso, bensì nell'apertura di un gigantesco sportello: prestiti illimitati per la durata di 36 mesi a tutte le banche dell'Eurozona al tasso fisso dell'un per cento. Il collaterale di garanzia è costituito da titoli di Stato dell'Eurozona, ma non soltanto: per quanto riguarda le banche territoriali di piccole dimensioni, che servono imprese medio piccole e che di solito non hanno titoli pubblici in portafoglio, la Bce accetterà come collaterali di garanzia i mutui e i debiti della clientela certificati dalla banca creditrice. Si tratta di una novità di grande importanza perché incentiva l'accesso al credito delle imprese medio piccole che  -  specialmente in Italia  -  costituiscono il nerbo dell'imprenditoria nazionale.

Quell'allentamento quantitativo del credito ha almeno quattro obiettivi: sblocca la circolazione del credito interbancario e favorisce con ciò la diminuzione dei tassi a breve e brevissima scadenza; consente alle banche di riprendere in grande stile l'erogazione dei prestiti alla clientela lucrando una forte differenza tra il costo dello sconto all'un per cento e il tasso di interesse parametrato sullo "spread". Attualmente questo tasso oscilla intorno al 6 per cento; quando i mercati saranno più tranquilli scenderà al 5 e sperabilmente al 4 e forse al 3, ma anche in quel caso ci sarà sempre un discreto margine di profitto, oggi altissimo.

Il terzo obiettivo della Bce, che per le banche è più opportuno chiamare occasione, concerne la partecipazione alle aste dei titoli pubblici. In questi ultimi mesi le banche erano molto restie ad accrescere il loro portafoglio-titoli, già ampiamente imbottito; le banche estere e i fondi di investimento erano anzi prevenuti negativamente verso i titoli italiani e spagnoli e se ne disfacevano nella misura del possibile. L'operazione-Draghi mira a invertire questo "trend", inversione tanto più necessaria in vista delle massicce emissioni italiane ed europee che avranno luogo nel 2012 e  -  per quanto riguarda l'Italia  -  soprattutto nel primo trimestre e nell'autunno dell'anno che sta per arrivare. Quando si dice che l'aumento di liquidità bancaria tende a trasferirsi anche alle emissioni dei debiti sovrani, si descrive appunto uno degli effetti dell'allentamento del credito.

Infine: una maggiore attività d'intermediazione delle banche significa anche un aumento delle prospettive di profitto e quindi migliori aspettative di dividendi per gli azionisti. Per restare al caso italiano che più ci interessa, il nostro sistema bancario  -  secondo le direttive dell'Eba  -  dovrebbe ricapitalizzarsi per complessivi 15 miliardi. L'Abi (Associazione banche italiane) ha già definito erronee e illegali le raccomandazioni dell'Eba (che è il suo omologo a livello europeo). In ogni caso una maggiore redditività del sistema può sdrammatizzare questa disputa e comunque facilitare il rifinanziamento dei capitali bancari. Resta il problema dei debiti sovrani che l'Europa richiama all'osservanza del livello massimo del 60 per cento rispetto al Pil e qui si apre il tema della crescita economica.

Dal governo Monti ci aspettiamo ora che  -  dopo il bollino del rigore che ha recuperato la nostra credibilità nelle sedi internazionali  -  si passi con la massima rapidità ai provvedimenti di stimolo della domanda nei settori del consumo, delle infrastrutture, del cuneo fiscale tra salario lordo e busta paga netta. Questo è l'appuntamento decisivo. Finora Monti ci ha lasciato a bocca asciutta. Ne abbiamo capito il perché, ma non può che consentire una dilazione di due o tre settimane. Passate le feste (che non saranno troppe festose) non ci sarà spazio per ulteriori ritardi. Stavolta tocca a Passera e a Barca. Speriamo non ci deludano.

Post scriptum. A Passera incombe anche il compito di nominare un commissario alla Rai dove la situazione è ormai insostenibile e di indire un'asta vera sulle frequenze. Comprendiamo che l'argomento è politicamente indigesto, ma lo è comunque, che l'asta vera si faccia o che si accetti quella truccata. "Le tue parole siano Sì o No". Passera è cattolico e tragga le sue conclusioni.

(11 dicembre 2011)



4 dicembre 2011
Veltroni: Sono in gioco l'Italia e l'Europa

Onorevole Veltroni, la crisi non è passata, anzi.

«Noi siamo a un punto estremo della crisi e ho l'impressione che non ci si renda conto che il mondo non sarà più lo stesso dopo questa vicenda: siamo in un passaggio d'epoca che le nostre generazioni non hanno mai conosciuto. Sto rileggendo il libro di Rusconi sulla crisi di Weimar: ci sono momenti della storia in cui una serie di elementi si congiungono e possono determinare una crisi di sistema. È il nostro caso. Noi siamo dentro una crisi finanziaria che investe tutto l'Occidente e che minaccia la più importante conquista del Dopoguerra, cioè la costruzione dell'euro. C'è una crisi economica mondiale tale che si fatica a immaginare elementi di crescita e di sviluppo e che è diventata — ed è questo il terzo elemento — crisi sociale. Le imprese chiudono e i lavoratori perdono il lavoro. I suicidi degli uni e degli altri sono qualcosa che assomiglia a quello che accadeva nel '29 a Wall Street. E ancora, c'è una crisi politica con una difficoltà di leadership in tutta l'Europa, che sta diventando, e questo è il quinto elemento, una crisi istituzionale. Temo che la democrazia come l'abbiamo conosciuta fatichi a governare una società complessa e interdipendente. Se non ci si affretta a trovare delle forme capaci di garantire al tempo stesso maggiore capacità e velocità di decisione e maggiori forme di coinvolgimento e protagonismo diffuso, il rischio è che alla fine possa prevalere l'idea che la democrazia è un costo che non ci si può permettere. Io non riesco a non collocare qualsiasi ragionamento politico dentro questa sensazione: non nei prossimi mesi, ma nella prossima settimana si deciderà il destino nostro e dell'Europa. Se il Consiglio dei ministri italiano e il Consiglio europeo di giovedì si concluderanno con rinvii e impegni astratti, il rischio di un tracollo dell'euro è fortissimo. E quando sento dire, a destra e a sinistra, "torniamo alla lira" penso che si stia sottovalutando la drammaticità della situazione. Noi dobbiamo sperare che si faccia un passo avanti e non indietro perché dietro di noi c'è il baratro e non possiamo neanche restare fermi, perché sotto di noi è la terra che si muove. Noi siamo alla fine di un ciclo economico che ha prodotto giganteschi benefici ma che ormai ha le gambe d'argilla. Bisogna immaginare un nuovo modello di sviluppo, uscendo dalla finanziarizzazione eccessiva dell'economia per occuparci della moderna economia reale, a partire dall'unico volano oggi immaginabile: la conoscenza».

Che cosa si aspetta da Monti?

«Intanto Monti ha ridato dignità e autorevolezza all'Italia. Dopodiché, insieme alle misure che erano state previste nello scambio di impegni con la Bce e l'Europa, mi aspetto anche misure per la crescita del Paese. Perché se è vero che c'è bisogno di rigore, è anche vero che un malato può morire per eccesso di medicine. E i partiti non devono sentirsi con le spalle al muro, ma devono sostenere il governo con la determinazione che questo possa creare le condizioni migliori per un gioco politico nitido e virtuoso nel futuro».

Tornando alle misure.

«Quando sento il ministro Fornero parlare di reddito minimo garantito penso che quella sia una grande misura di civiltà, come incentivare il lavoro delle donne. Poi mi aspetto molto sul piano della lotta alla criminalità che, dentro le maglie della crisi, si sta impadronendo dell'economia italiana. E mi aspetto un intervento sui problemi della comunicazione. Mi piacerebbe che si facessero due cose chiare e nette: alla scadenza del Cda, la nomina di un amministratore unico della Rai per chiudere la lunga stagione dei partiti e metterla in sintonia con il nuovo clima del Paese. E poi la cessazione dello scandalo dell'asta delle frequenze regalate a Rai e Mediaset. Ma c'è una quarta cosa importantissima: la patrimoniale. La proposi al Lingotto: sono convinto che quella sia la strada, più che l'Ici. Poco più del 10 per cento degli italiani dispone del 48 per cento del patrimonio privato nazionale, che non è fatto solo di immobili, ma anche di yacht, suv, azioni. L'idea di far pagare la casa a uno che ha risparmiato tutta la vita per comprarla e lasciarla ai figli e di non far pagare chi ha lo yacht è socialmente ingiusta. Naturalmente stiamo parlando di una patrimoniale light, di un'imposta non pesante ma su tutto il patrimonio, in modo che abbia un effetto redistributivo vero. Ricordo che quando feci quella proposta fui circondato. Fassina, che oggi passa come un estremista di sinistra, disse: è un'idea di Veltroni, non del Pd, ora mi fa piacere che sia un'idea del Pd».

Era un'idea del Pd anche la concertazione: Monti non la pratica.

«Monti ha detto che incontrerà le parti sociali. E fa bene a farlo. Comunque la concertazione non prevede l'assenza di decisione: è finalizzata alla decisione. La faranno nei tempi dovuti: se per farla ci vogliono venti giorni, non li abbiamo. Occorre trovare il consenso in poche ore. E questo è responsabilità di tutti, governo e sindacati».

Ma i partiti non vogliono mettere la faccia su questa manovra.

«Non mi piace che lo dicano, apprezzo di più Bersani che dice "discutiamone". Cosa vuol dire non mettiamoci la faccia? Per conto di chi lo fanno Monti e gli altri se non per spirito di servizio, per aiutare un Paese diviso da 17 anni maledetti? La classe politica non deve fare come l'orchestrina sul Titanic. Non se lo può permettere: gli italiani si ricorderanno chi si è comportato responsabilmente e chi ha guardato agli interessi di bottega».

Ma il Pd è diviso.

«Il Pd non è mai stato unito come adesso e convinto della necessità di questo passaggio: l'abbiamo gestito bene tutti insieme. Del resto, cos'è l'unità di un partito? Non è pensarla tutti nello stesso modo, perché questo non è dato in natura, per fortuna: quando la si pensava tutti allo stesso modo ci si metteva le camicie dello stesso colore. L'unità di un partito è data dalla ricchezza e visibilità delle sue differenze. Faceva così la Dc che non costituiva un governo senza la presenza di tutte le sue anime, faceva così il Pci quando Berlinguer prima e Occhetto poi proposero Ingrao e Napolitano alla presidenza della Camera. Allora è naturale che nel Pd ci siano le posizioni di Ichino e di Fassina. Il prezzo dell'unità non può essere la rinuncia alle proprie opinioni, ma le differenze non possono scardinare un partito. Si discute e poi si trova la sintesi, che è quella di un partito riformista e non conservatore».

Nel Pd c'è chi teme di perdere la base elettorale.

«Il Pd è aumentato nei sondaggi quando ha avuto la posizione più responsabile. Accadde con le elezioni del 2008, è accaduto di nuovo in questa fase perché l'opinione pubblica ha bisogno di sentire sicurezza e affidabilità. Io ho amato enormemente Berlinguer e tra le sue doti ci fu quella di avere il coraggio di dire cose terribilmente scomode. Lui non aveva paura di avere nemici a sinistra: ogni corteo dell'estremismo passava sotto Botteghe Oscure per protestare ma lui non ha mai cambiato idea. Il massimo consenso del Pci di Berlinguer è successivo al '73, quando lui propose a un partito che si chiamava comunista di allearsi con un partito che era stato il partito di Scelba: con quella linea il Pci vinse i referendum del '74, le Regionali del '75 e andò benissimo alle Politiche del '76. Quando una grande forza di sinistra, democratica, parla al Paese e dà al Paese la sensazione di poter essere un riferimento di sicurezza e di cambiamento è il suo momento migliore. Dovremmo ricordarlo tutti».

Dal Corriere della Sera del 3 dicembre 2011


4 dicembre 2011
Come evitare la catastrofe
Interessante commento di Mario Pirani oggi su Repubblica, relativo alla situazione economica che il nostro paese e l'Europa tutta stanno vivendo in questi giorni.

Mi torna alla mente una scritta che qualche tempo fa vidi su un muro di Trastevere a Roma: "Contro la crisi annamo a rubbà!". Lì per lì mi sembrò una spiritosa provocazione ma, con quel che sta avvenendo, mi viene il dubbio che ormai possa esser letta come una risposta scientificamente valida, almeno sotto il profilo di un sondaggio popolare basato sui grandi numeri. L'incertezza sul futuro incombe. Tutti si chiedono e ti chiedono: "Come andrà a finire ?". Ma non c'è risposta.

Anche se una specie di reazione scaramantica suggerisce di sfuggire alle previsioni più realistiche ma ad un tempo più catastrofiche. Forse più che leggere le odierne cronache economiche bisognerebbe sfogliare un celebre romanzo degli anni Trenta, Furore di John Steinbeck, l'odissea realistica di migliaia e migliaia di disoccupati che la Grande Depressione aveva sradicato dalla loro terra e che attraversavano l'America dall'Est all'Ovest alla ricerca vana di un qualsiasi lavoro per sopravvivere. Ma se questo racconto si presta angosciosamente a delinearci il possibile  -  anche se speranzosamente improbabile  -  profilo di un futuro prossimo venturo, l'esperienza vissuta, l'intelligenza storica e politica accumulate, lo spirito di sopravvivenza, e, infine, la perizia tecnica, potrebbero ancora sventare il peggio. A condizione di prendere davvero atto del pericolo e agire di conseguenza.
 
Il che per ora non è, né sul piano europeo, né su quello italiano. Non saranno, infatti, le formule incomprensibili ai più su nuovi patti di stabilità, l'emissione o meno di eurobond meno ostici oltre Reno, i ventilati accordi intergovernativi imperniati sul club delle triple A, ancora superstiti, a ridare fiato e speranza all'economia dell'Ue. Fiato e speranza di nuovo evocabili e non spenti sul nascere, solo se un gruppo di governanti, disposti a giocarsi il tutto per tutto sul piano politico, prima ancora che economico, si mostreranno capaci di rimettere in agenda il compimento di quel cantiere lasciato a metà per edificare una Europa unita; solo se questo pugno di uomini di Stato sapessero ricordare a se stessi e alle opinioni pubbliche che l'opera venne intrapresa per fugare l'incubo secolare delle ricorrenti guerre intra-europee, per aprire la libera circolazione fra le nazioni, prima ai lavoratori poi alle merci, oltre ogni dazio e frontiera; per garantire in Occidente uno spazio democratico fondamentalmente concorde, capace di attrarre, come è avvenuto, gli Stati dell'Est ancora sotto il peso della dittatura; per prevenire nuove crisi economiche e garantirci il buon funzionamento di una economia sociale di mercato.

Naturalmente oggi la valorizzazione dei punti di partenza andrebbe accompagnata dalla riedizione di un piano Delors, che non era un sogno ma un progetto fattibile di un'Europa capace di affrontare la globalizzazione, di ridare un futuro alle sue giovani generazioni, di recuperare disciplina, solidità e solidarietà. E, soprattutto consapevolezza. Quella che non avemmo quando, una volta creato l'euro, dimenticammo che una moneta unica non poteva alla lunga reggere se i bilanci pubblici degli Stati membri non erano ispirati da grandezze compatibili, criteri unificanti, regole solidali e rispettate, contabilità affidabili. E, infine, dalla facoltà di agire come tutte le banche centrali, quale sportello di ultima istanza, in grado di stampare moneta per strozzare la speculazione e rilanciare la congiuntura economica. Aver gettato non il cuore ma la testa al di là dell'ostacolo, aver varato l'euro ma non le sue indispensabili fondamenta, averne allargato con imprudenza le frontiere iniziali a Stati sempre più impreparati, minaccia ora di travolgere non solo la moneta unica ma l'intera costruzione europea. Se si ripetessero non sarebbero scene da fantascienza ma cronache di vita vissuta quelle attraversate dalla Germania degli anni Venti o dall'Argentina verso la fine del secolo scorso: gli sportelli bancari chiusi, sospeso il pagamento dei salari pubblici e delle pensioni, mancanza di denaro circolante, disperazione e disordini. Si ripresenterebbero, come allora, risposte politiche di destra estrema. Una economia autoritaria di Stato potrebbe trovare consensi oggi impensabili.

Un panorama così catastrofico non è  -  come abbiamo detto  -  ormai ineluttabile. Sempre che se ne renda avvertita l'incombente minaccia e l'obbligo per tutti di comportarsi con consapevole fermezza, con spirito patriottico, non solo nazionale ma di necessità europeo, con l'urgenza della sopravvivenza. Un discorso che vale per tutti i Paesi, per le cicale del Mediterraneo e per le formiche del Nord. Ognuno porta la sua parte di responsabilità. Non si può incolpare il cittadino tedesco se si mostra riluttante ad accollarsi il peso delle imposte evase da milioni di italiani o se i suoi sindacati, a differenza dei nostri, si fanno carico della produttività del sistema, ma quel che la signora Merkel dovrebbe rammentare ai suoi concittadini è che, ad avvantaggiarsi delle potenzialità esportative dell'euro, i primi di gran lunga nei mercati sicuri di Eurolandia, sono stati proprio i detentori del marchio made in Germany e che lo scambio globale tra il dare e l'avere è di molte lunghezze a loro vantaggio. Per cui o ci salveremo assieme (e loro sono i soli ad avere i mezzi per farlo) o crolleremo assieme.

Quanto all'Italia, malgrado la salutare svolta all'imbocco dell'ultimo miglio, con le dimissioni di Berlusconi e l'avvento di Monti, non si può non notare che nei comportamenti della classe politica verso il governo tecnico sono tornati ad emergere alcuni dei vizi nazionali che speravamo fossero stati riposti, almeno per lo spazio di questo drammatico frangente. Anzitutto i furbeschi ricatti il cui smontaggio implica dannosi ritardi e defatiganti compromessi; la tendenza ad anteporre miserevoli vantaggi di parte alla preminenza dell'interesse nazionale, l'uso volgare di un fraseggio improprio e quant'altro si presti a mantener virulento il degrado della vita pubblica. Inutile, comunque, proseguire nell'elenco dei permanenti pubblici vizi. Sol che deve esser chiaro che un governo tecnico ha un senso e una sua necessità allorquando i partiti hanno disastrosamente dimostrato l'incapacità di condurre a salvamento il bene pubblico. Verificata l'impossibilità della maggioranza di ieri di attuare questo compito, come anche la non percorribilità di un qualsiasi accordo, sia pur provvisorio, dei partiti dell'una e dell'altra sponda, è infine emersa, per iniziativa del presidente della Repubblica, l'opzione neutra del governo tecnico. Ma il suo compito risulterebbe inutile se ad ogni passo dovesse soggiacere non alla razionalità di scelte, appunto, tecniche, ma al placet della destra o della sinistra, libere di seguitare a comportarsi come se, finalmente sciolte da ogni diretta e pubblica responsabilità, potessero muoversi sulla scacchiera come meglio aggrada secondo i loro interessi politici, corporativi o elettorali a futura memoria. Silurerebbero l'ultimo vascello rimasto per salvare l'Italia e non è una consolazione immaginare che precipiterebbero loro stessi nella rovina.


Da La Repubblica del 04 dicembre 2011

8 novembre 2011
Veltroni: "Il modello è Papandreou, non Zapatero niente voto e governo di transizione"

Parla Walter Veltroni: il partito ascolti le preoccupazioni di Prodi.  "Il Cavaliere ora è solo contro tutti e oscilla tra infantilismi e l'idea di trascinarci alle urne in un finale da Caimano". Su Renzi: "Non condivido né certe forzature del sindaco di Firenze né reazioni di stampo antico del tipo 'fai il gioco del Cavaliere'" di GOFFREDO DE MARCHIS


Un modello per il dopo Berlusconi? Il socialista Papandreou, ancor più che Zapatero. "Il premier greco ha dimostrato cosa significa essere un uomo di Stato. Pur avendo la maggioranza, ha operato per un governo di unità nazionale facendosi da parte". Il parallelo con la Grecia fa capire quanto Walter Veltroni veda nerissimo il futuro di un'Italia con Berlusconi in sella anche solo per qualche giorno. "Sta trascinando il Paese verso un esito che può diventare davvero difficile e persino drammatico", scolpisce l'ex segretario del Pd.


Siamo lontanissimi dai numeri devastanti della crisi ellenica, non crede?
"Certo. Ma il pericolo per l'Italia non sono le sue potenzialità, i suoi fondamentali. È piuttosto un presidente del Consiglio che si ostina a non volere riconoscere la realtà. In questo momento è solo contro tutti: contro i mercati, contro le cancellerie europee, contro i giornali italiani e internazionali, contro parte consistente della sua stessa maggioranza. Berlusconi invece oscilla tra l'asilo infantile con dichiarazioni del tipo "voglio vedere in faccia chi tradisce" e l'idea di trascinare l'Italia a elezioni in un clima che rischia di assomigliare al finale de Il Caimano. I parlamentari del centrodestra devono sapere che l'obiettivo del premier è la corsa alle urne non certo la conclusione della legislatura né la trasformazione in atti parlamentari della lettera alla Ue".

C'è lo spazio
per un governo di transizione?

"Io lo sostengo da tempo, l'ho scritto in un appello firmato con Beppe Pisanu molti mesi fa. Vedo che questa mia convinzione è oggi un dato oggettivo. Si può andare a votare con la verifica trimestrale del Fondo monetario, con i mercati che possono attivare meccanismi di esposizione debitoria del Paese tali da non essere sopportabili? No. L'Europa si attende da noi riforme strutturali, misure serie, un clima all'altezza della situazione".

Perché il voto anticipato non garantisce una fase nuova, come avviene in Spagna?
"Perché in Italia c'è una legge elettorale che fa nominare i parlamentari. E rende ancora più indigeribile per i cittadini la politica e la sua macchina organizzativa. Perché contro quella legge sono state raccolte un milione e 200 mila firme referendarie. Perché quella norma non dà alcuna garanzia su un sicuro vincitore in tutti e due i rami del Parlamento. Per tutti questi motivi un governo di transizione è chiamato anche al cambiamento della legge elettorale".

Condivide la scelta di Bersani di dire no sia un governo Letta sia a un governo Schifani?
"Sì. Occorre un segno di discontinuità profonda e al tempo stesso nulla che appaia un ribaltone, cioè una soluzione ostile al centrodestra. Quello che mi sta a cuore è il profilo della personalità che verrà indicata per guidare l'esecutivo. Più è lontana dagli schieramenti, più ha autorevolezza in Europa, più si è tenuta fuori dal conflitto politico degli ultimi anni, meglio è".

È il profilo di Monti. Pdl e Lega possono accettarlo?
"Premessa: sarà il capo dello Stato a valutare la via d'uscita. Per fortuna è persona nella quale si riconoscono tutti gli italiani, un presidio importante delle istituzioni. Monti è una personalità che non può essere considerata ostile dal centrodestra visto che fu nominato commissario europeo proprio da Berlusconi. E il centrosinistra non potrebbe non considerarlo positivamente. Ma come il suo ci sono altri nomi".

È normale che i partiti deleghino a figure super partes il destino dell'Italia?
"Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui le forze politiche devono dimostrare di avere una sintonia con lo stato d'animo dell'opinione pubblica. Fu così dopo la Resistenza, è stato così durante gli anni del terrorismo quando non era certo facile far convivere il partito di Berlinguer e il partito di Andreotti e ora siamo costretti a farlo per un breve periodo perché si affaccia la più pericolosa delle minacce per una comunità che viva in democrazia: la recessione".

Non la spaventa un governo che nasce sotto la regia di personaggi come Pomicino e con le fughe di ultrà berlusconiani come Stracquadanio e Carlucci?
"Proprio per questo dico che il nuovo governo non deve essere frutto di operazioni simili a quelle che fa Berlusconi. Anche se i parlamentari che lasciano il Pdl lo fanno, mi sembra, mossi da un autentico disagio e soprattutto consapevoli di non avere altri strumenti, dentro il partito, per esprimerlo".

Il Pd si rifugia di nuovo dietro un esecutivo tecnico?
"Ora la responsabilità di una grande forza riformista consiste nell'evitare il tracollo. Il resto viene dopo. Ma sono convinto sia proprio questo il momento del Pd. Io ho cominciato il mio lavoro di segretario dopo la sfortunata stagione dell'Unione quando Berlusconi aveva il pieno del consenso. Adesso invece il Pd ha di fronte a sé un immenso spazio. Ed è giusto ascoltare la preoccupazione di Prodi sulla difficoltà a raccogliere fino in fondo il consenso. Il Pd dovrebbe far vivere quella che chiamai la sua vocazione maggioritaria e lanciare sui contenuti la sfida riformista. Un partito unito ed aperto. Da questo punto di vista, né certe forzature di Matteo Renzi usate nel passato né, tantomeno, atteggiamenti di chiusura e reazioni di stampo antico del tipo "fai il gioco di Berlusconi" corrispondono all'idea in cui io e altri abbiamo creduto anche quando altri non ci credevano. L'idea di una grande forza riformista, nuova, di cui al Lingotto definimmo contenuti e lineamenti".

Se nasce un governo Monti, poi lo candiderete alle prossime elezioni?
"Non consumiamo altri nomi, altre persone, come abbiamo fatto con una bulimia folle in questi anni. Ripeto: ora una forza riformista cerca di evitare il tracollo del paese e i prezzi sociali. Il resto viene dopo. Sapendo che la vera sfida non è solo quella del rigore ma è quella dell'innovazione, della crescita, dell'equità e soprattutto del cambiamento, anche morale, più coraggioso e radicale. Ciò di cui ha bisogno l'Italia, ciò per cui è nato il Pd". 
 
Da La Repubblica del 08 novembre 2011


6 novembre 2011
Forse stavolta l'Italia s'è desta
Editoriale di Eugenio Scalfari

Che il tempo di Berlusconi fosse scaduto era chiaro a tutti da un pezzo, ma la cosa singolare è che ormai è finalmente diventato chiaro anche allo stato maggiore del suo partito e, a quanto sembra, anche a lui.

Altrettanto chiaro è che la via delle elezioni anticipate non è praticabile; la sconfitta del Pdl e della Lega sembra inevitabile e catastrofica. Ma c'è anche un'altra e più stringente ragione: l'Italia non si può permettere due mesi di campagna elettorale con i mercati che porterebbero lo "spread" a 600 punti base e il rendimento dei titoli pluriennali all'8 per cento.

Non resta che un governo del Presidente guidato da una personalità al di fuori dei partiti, che abbia grande autorevolezza internazionale e l'appoggio di tutte le forze responsabili rappresentate in Parlamento. Tra queste ci deve essere anche il Pdl affinché la fiducia parlamentare sia solida e non esposta a trabocchetti che avrebbero un effetto devastante sulla crisi economica.

Questi sono i dati ormai certi della situazione. Incerte sono ancora - ma non lo saranno per molto poiché il tempo stringe - le modalità del "passo indietro" berlusconiano: farsi battere in Parlamento o dare le dimissioni prima che la sconfitta sia certificata da un voto?

Gianni Letta, che insieme ad Alfano e a Verdini ha informato il presidente del Consiglio che la sua maggioranza numerica non c'è più, propende per le dimissioni prima d'un voto di sfiducia. L'occasione potrebbe esser quella dell'8 novembre, giorno in cui si voterà alla Camera il Rendiconto economico dello Stato.

Questo documento è essenziale perché, in mancanza della sua approvazione, non è possibile approvare la legge di Bilancio e quella di stabilizzazione economica.
Le opposizioni potrebbero astenersi e l'ex maggioranza approvare il Rendiconto, in tal modo apparirebbe chiaro che la maggioranza ha appunto cessato di esistere perché è scesa al di sotto dei numeri che la rendono tale.
A quel punto il presidente del Consiglio si presenterebbe dimissionario al Quirinale e la partita passerebbe nelle mani di Napolitano. Il resto riguarda il capo dello Stato verso il quale si concentra da tempo la fiducia del Paese e di tutti i governi dell'Europa e dell'Occidente.
Questo è uno dei possibili passaggi, ma altri ce ne sono che conducono allo stesso risultato: un nuovo governo presieduto da un "Papa straniero" con l'appoggio di tutti e in particolare dell'Europa, della Bce e del Fondo monetario internazionale. Con quale programma?
* * *
Alcuni dicono che il programma è quello contenuto nella lettera d'intenti che Berlusconi presentò pochi giorni fa alle Autorità europee e che queste avevano corretto e integrato prima ancora di riceverla. Ma quel documento era comunque assai vago e non conteneva alcuni elementi fondamentali.
Altri dicono che il programma sia quello contenuto nella lettera della Bce firmata da Trichet e da Draghi inviata al nostro governo lo scorso agosto e parzialmente recepita nelle successive e raffazzonate manovre berlusconiane (con Tremonti alla finestra).
Conclusione: il futuro governo dovrebbe assumersi un durissimo compito di macelleria sociale che aumenterebbe la disistima della pubblica opinione verso la "casta", cioè verso tutti i partiti aumentando pericolosamente il solco tra il Paese reale e le istituzioni.
Ebbene, a mio avviso questa diagnosi è completamente sbagliata.
* * *
Il nuovo governo dovrà fare una scelta di fondo prima ancora di metter mano ai concreti provvedimenti che la realizzino e dovrà farla in pochissimi giorni.
Ma io credo che questa scelta sia già stata fatta e coincida con quanto sostengono da tempo sia Draghi (ormai insediato alla guida della Bce) sia il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama: crescita e rigore, ma probabilmente prima crescita e poi rigore.

Francamente non so quanto questa scelta coincida con le ondivaghe indicazioni delle Autorità europee e soprattutto della Germania. Finora l'Europa e la Germania in particolare hanno privilegiato il rigore, ma gli effetti sono stati assai poco soddisfacenti.

Il rigore è certamente necessario per arrestare, anzi per far diminuire il peso dei debiti sovrani e il rischio d'un blocco del sistema bancario internazionale. I governi interessati - in particolare quello italiano - hanno cercato di eludere quella precettistica senza tuttavia imboccare la strada della crescita. Le conseguenze - già in parte verificatesi e ancor più incombenti - aggravano il rischio di una deflazione e insieme di un'emergente inflazione per mancata offerta di beni e servizi, cioè l'anticamera d'una devastante recessione.

La lettera della Bce dello scorso agosto e le numerose esternazioni successive di Mario Draghi segnalavano la necessità di abbinare rigore e crescita, ma per il primo indicavano anche misure e tempi, per la seconda formulavano solo esortazioni. Successivamente, il 2 novembre, Draghi ormai nel pieno delle sue nuove funzioni, ha deciso con l'appoggio unanime del Consiglio direttivo della Banca centrale europea, la diminuzione significativa del tasso di sconto dell'euro.

La sua prima mossa da Francoforte ha dunque indicato la via della crescita.
Obama dal canto suo è stato ancora più netto: ha esortato l'Europa a puntare sullo sviluppo produttivo, sulla creazione di nuovi posti di lavoro e su una rete di protezione dei disoccupati e dei lavoratori precari prima ancora di passare a nuove strette rigoriste.

Queste diagnosi e le conseguenti terapie dovrebbero - dovranno - costituire la base d'azione del futuro governo del Presidente. Lo definiamo così perché il nostro Presidente è il solo depositario della fiducia interna e internazionale ed è dunque il solo garante effettivo dell'azione di governo.

Uscito di scena Berlusconi non avremo più bisogno d'esser commissariati dalla Commissione di Bruxelles e dall'Fmi se non per il rispetto delle regole che abbiamo a suo tempo approvate con tutti i Paesi membri dell'Unione. Il controllo sulla situazione italiana sarà il Quirinale ad effettuarlo per quanto riguarda l'aderenza della sua politica alle scelte di fondo per uscire dal drammatico stallo in cui ci troviamo.

L'obiettivo è dunque chiarissimo: bisogna che il prodotto interno lordo cresca a ritmi più adeguati perché solo la sua crescita contribuisce a far diminuire il deficit e a far aumentare il saldo delle partite correnti.
Per ottenere questo risultato è necessario un aumento della domanda per consumi e investimenti e quindi uno sgravio fiscale consistente sul lavoro e sulle imprese. E poiché queste agevolazioni non possono esser fatte accrescendo il fabbisogno e quindi il debito, occorre spostare l'onere tributario dalle spalle dei più deboli a quelle dei più abbienti e degli evasori, dalle aziende alle persone, dai redditi ai patrimoni. Un'altra terapia riguarda i redditi dei disoccupati e dei precari affinché essi possano contribuire all'aumento della domanda. E qui si apre anche il capitolo delle pensioni.

Il nuovo governo dovrebbe impegnarsi alla costruzione di un patto generazionale tra padri e figli, facendo passare tutti gli attuali pensionati - con l'esclusione dei lavori usuranti - al sistema contributivo e ad un prolungamento dell'età pensionabile, a condizione che i risparmi derivanti da quest'operazione siano interamente destinati ad una nuova rete di "welfare" che preveda salari minimi di disoccupazione e copertura previdenziale sul lavoro precario discontinuo.
Infine, per quanto riguarda la riforma del lavoro, occorre adottare le proposte di Ichino e di Boeri che consentono maggior libertà di entrata e di uscita dal posto di lavoro, impedendo licenziamenti discriminatori e incentivando l'assunzione di giovani. Va da sé che l'evasione fiscale e il taglio delle spese superflue debbono essere tenacemente perseguiti. Per evitare che il miglioramento strutturale si accompagni ad ulteriori aumenti di spesa e di evasione come purtroppo finora è avvenuto.

Un governo di questa natura non ha certo davanti a sé una strada fiorita di rose, ma neppure di macelleria sociale. È un programma di ricostruzione economica che manca da dieci anni, culminati nel disastro in cui ora ci troviamo.
* * *
Ma un governo di ricostruzione non si può limitare al capitolo, pur di estrema importanza, dell'economia e della finanza. Deve - dovrà - ricostruire l'etica pubblica devastata dal ventennio berlusconiano. Deve - dovrà - riformare la legge elettorale restituendo agli elettori la possibilità di scegliere i loro rappresentanti attraverso le preferenze o, meglio ancora, i collegi uninominali almeno per una parte notevole dei seggi in palio. E dovrà dimezzare il numero dei parlamentari, abolire i vitalizi degli ex membri del Parlamento, tagliare le spese politiche al centro e negli enti territoriali.

Ma deve soprattutto unire le forze della sinistra e quelle del centro nell'opera ricostruttiva che ha giganteschi appuntamenti: i giovani, le donne, i vecchi, il Sud, l'immigrazione, la lotta alla violenza e al crimine organizzato. Un anno non basta a realizzare questi obiettivi. Ci vorrà una legislatura costituente nel senso sostanziale del termine, come auspicò Aldo Moro quando promosse l'apertura al Pci di Berlinguer pochi giorni prima del suo rapimento.

Le sue parole - che ho ricordato su queste pagine due settimane fa - ancora risuonano per la loro attualità e sono oggi tanto più facili da tradurre in concrete decisioni in quanto non si tratta di un accordo tra forze antagoniste ma tra forze che torneranno ad essere alternative non appena la ricostruzione sarà stata avviata verso il suo compimento e nuove regole saranno entrate nella politica e soprattutto nel costume.

Mentre scrivo queste mie riflessioni una folla di aderenti e sostenitori del Pd si è riunita in piazza San Giovanni per dar forza al nuovo corso e arriva la notizia che sono più di venti i deputati che hanno abbandonato il Pdl. È un numero sufficiente per costituire subito un gruppo autonomo, ma è sensazione generale che lo smottamento continuerà in Parlamento e ancora di più tra i cittadini elettori. La svolta che questo giornale invoca da anni è dunque ormai un fatto compiuto.

Concludo con le parole del nostro Inno nazionale: Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta.

Da La Repubblica del 6 novembre 2011



permalink | inviato da ciccio.difranco il 6/11/2011 alle 12:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

1 novembre 2011
Subito un governo di salute pubblica

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Gentile Direttore,
l’ingresso in campo dell’FMI e i rendimenti dei BTP al 6 per cento, indicano che siamo ormai al punto di non ritorno. Non c'è più un minuto da perdere. Sono in gioco i risparmi degli italiani, la tenuta sociale e la permanenza dell'Italia nel sistema Euro.

Da maggioranza e opposizione non arrivano risposte adeguate. Il Governo è paralizzato da conflitti interni. L’opposizione ha una linea di politica economica confusa e non è in grado di garantire quanto richiesto dall’Europa. Le elezioni non rappresenterebbero dunque una soluzione e paralizzerebbero il paese.

La lettera alla UE è manifestamente insufficiente rispetto alla gravità della situazione. Le tensioni che percorrono l'Italia non consentono di affrontare i problemi con soluzioni parziali, che diano l’impressione di riservare i sacrifici solo a una parte dei cittadini, magari proprio quelli che non votano i partiti di governo. Con questo metodo l’Italia rischierebbe di esplodere. Esiste oggi una ampia condivisione, da parte di cittadini e di esponenti politici moderati e riformisti, sulle misure prioritarie da adottare.

1. Prima di chiedere ulteriori sacrifici ai cittadini, la politica e le istituzioni devono mettere mano ai loro stessi costi, partendo dal numero dei parlamentari, dall’abolizione delle province e degli altri enti inutili. Non ci vuole una legge costituzionale per abolire il novanta per cento delle province. E poi varando una “patrimoniale sullo Stato”, una vendita massiccia di cespiti pubblici che vada ben oltre quanto attualmente prospettato dal Governo.

2. Lavoro. Non possiamo chiedere più flessibilità in uscita senza affrontare il problema del precariato permanente e la riforma degli ammortizzatori sociali. La proposta Ichino è del tutto condivisibile e attuabile, ma va presa nella sua interezza. Bisogna abolire i contratti a termine (mantenendo solo quelli fisiologici e stagionali), sostituendoli con un contratto unico, che consenta il licenziamento per motivi economici o organizzativi, ma che protegga il lavoratore dalle discriminazioni, gli eviti di dover rincorrere rinnovi periodici e lo supporti in caso di perdita del lavoro. I lavoratori che attualmente godono di un contratto a tempo indeterminato, protetto dall’art.18, continuerebbero a beneficiare di una protezione più ampia rispetto ai giovani lavoratori, ma in cambio dovrebbero andare in pensione più tardi, contribuendo così a finanziare i nuovi ammortizzatori sociali.

3.Dobbiamo tornare ad essere il paese del lavoro e della produzione. Non possiamo più permetterci di avere un fisco che premia rendite e patrimoni. Non è solo una questione di giustizia sociale, ma anche di efficienza dell’economia. Se la crescita scompare anche il valore dei patrimoni diminuisce. Occorre reperire risorse da destinare all’abbattimento delle aliquote su lavoratori e imprese. Con l’introduzione di una imposta permanente sulle grandi fortune e l’abolizione degli incentivi alle imprese si potrebbe tagliare in maniera radicale l’IRAP. Mentre, vincolando per legge i proventi della lotta all’evasione alla diminuzione dell’Irpef, ad iniziare dai redditi medi e bassi, si creerebbero le condizioni per un positivo conflitto di interessi tra chi paga e chi evade. Un ulteriore ritocco all’IVA, può essere valutato, ma solo a patto che vada automaticamente a diminuire la pressione fiscale sulle persone. Tutta la manovra sul fisco deve essere sottoposta al vincolo di destinazione. La sfiducia dei contribuenti, che non sanno più dove vanno a finire i loro soldi, si combatte evitando discrezionalità nell’uso delle risorse che provengono dalle loro tasche.

4. Bisogna intervenire subito sulle pensioni, abolendo quelle di anzianità e passando ad un sistema interamente contributivo. Una parte consistente dei proventi generati andranno utilizzati per investire in un welfare dedicato ai giovani e alle donne.

5. Per esperienza diretta so quanto rapidamente la liberalizzazione di un settore può dare impulso a investimenti e occupazione e quanto però siano forti le resistenze della politica per mantenerne il controllo. La lista dei settori da liberalizzare è lunghissima. È fondamentale che insieme ai provvedimenti di apertura alla concorrenza si rafforzino i poteri dell’Antitrust per dare agli investitori la garanzia del rispetto delle regole.

Questi cinque provvedimenti, se attuati simultaneamente e accompagnati da un grande piano di rilancio dell’immagine internazionale dell’Italia, rappresenterebbero un valido argine alla speculazione, ridarebbero una prospettiva di crescita al paese e opererebbero nella direzione di una maggiore equità sociale.

Sappiamo però che nessuno dei due schieramenti porterà avanti questa agenda. Al contrario di quanto avviene nelle democrazie avanzate, dove l’obiettivo è la conquista dell’elettorato moderato, in Italia la preoccupazione dei partiti è quella di compattare la parte più populista dell’elettorato, appellandosi ad un “serrate i ranghi” permanente.

Oggi, per fortuna, molte persone non si riconoscono più in questa logica. Dentro la destra e la sinistra stanno emergendo forze che spingono per un rinnovamento vero del proprio schieramento. Compito di tutta la classe dirigente è quello di mettere da parte ogni ambizione personale per dare un contributo affinché queste forze vengano valorizzate e trovino un terreno di incontro.

Questo è quello che dobbiamo fare oggi in vista di un prossimo futuro. Ma l’urgenza della situazione richiede soluzioni immediate. Non abbiamo tempo di attendere la naturale evoluzione del quadro politico. Il Presidente del Consiglio deve rendersi conto che l’unica strada per salvare il paese passa oggi attraverso un Governo di salute pubblica. In passato, in situazioni non più gravi di questa e con un’opposizione ideologicamente più radicale, i leader del partito di maggioranza relativa trovarono il coraggio per aprire una stagione di ampia collaborazione, nella consapevolezza che ci sono momenti in cui ridare coesione al paese viene prima di ogni altra considerazione.

Se Berlusconi continuerà ad anteporre le proprie ambizioni al bene dell’Italia, e se la sua maggioranza lo asseconderà in questa pericolosa scelta, si concluderà nel peggiore dei modi un percorso politico che ha ombre e luci, ma che non merita di affondare nello spirito del “dopo di me il diluvio”.

Lettera pubblicata sull'edizione de La Repubblica del 31 Ottobre 2011

3 ottobre 2011
Anna Finocchiaro: «Ritrovare dignità»

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«Il punto è la perdita di dignità, il fatto che in tutto il mondo ormai siamo oggetto di scherno. E la principale causa è il nostro presidente del Consiglio». Per Anna Finocchiaro non c’è più tempo da perdere: «Questo governo non esiste più, ormai è una accozzaglia politica che sta in piedi solo con i voti di fiducia in Parlamento. C’è un urgente bisogno di un nuovo governo e un nuovo premier per portare l’Italia fuori da questa immonda palude». Alfano fa sapere che “Berlusconi non ha alcuna voglia di dimettersi” e che il Pdl non vuole “larghe intese”. «Ha perso una buona occasione per fare qualcos’altro che il portavoce del presidente del Consiglio. Peccato. Da un giovane segretario di partito ci si sarebbe aspettati più lungimiranza». Ma ha senso continuare a invocare un nuovo governo, se questa è la controparte? «E allora cosa, vogliamo tenerci uno che fa “il premier a tempo perso” e svergogna il nostro Paese agli occhi dell’opinione pubblica? Un ministro della Repubblica che dimostra di essere incompatibile col suo ruolo, che invoca la secessione del Nord per paura di perdere i propri elettori e per ricattare il suo alleato? C’è un’enorme discrepanza tra il Paese, i suoi problemi, le difficoltà degli italiani, e questa pantomima del tutto incompatibile con l’interesse dell’Italia. È necessario che Berlusconi, che ormai vive ossessionato dai suoi processi e dalle sue “bambine”, lasci con urgenza il governo. Se non lo capisce da solo glielo faccia capire chi in questi anni gli è stato attorno, ha governato, ha legiferato». Una spinta ulteriore potrebbe venire anche dalla classe dirigente diffusa, da chi ha ruolo di direzione o di orientamento nella società? «Segnali importanti cominciano ad arrivare. La stessa posizione di Confindustria ha registrato dei toni e una determinazione che non avremmo sospettato in altri momenti. Ma adesso bisogna capire se la classe dirigente del centrodestra si può definire tale, se qualcuno dimostra cioè di pensare all’Italia, che in questo momento di grave crisi deve anche sopportare il macigno ulteriore della perdita di credibilità e di prestigio in sede internazionale». Nel caso in cui Berlusconi si decidesse a fare un passo indietro, per il Pd la via maestra sarebbe il voto o un governo di transizione? «Si farà ciò che è più utile al Paese e che sarà possibili nelle condizioni politiche che si dovessero creare. Ma ciò che è evidente è che l’Italia non può sopportare più questo governo. Noi siamo il primo partito e mai il centrodestra è stato così debole, quindi siamo i meno preoccupati dall’ipotesi del voto anticipato. Ma ogni decisione andrà presa pensando non al bene del partito ma al bene dell’Italia». Dai sondaggi emerge che il Pd sta pagando la vicenda-Penati. «Noi pagheremo tutto, è ovvio. Ma abbiamo una sola strada e l’abbiamo già percorsa, dimostrando un comportamento trasparente e coerente. Abbiamo deciso di sospendere dal partito chi è indagato per fatti gravissimi, non abbiamo mai attaccato la magistratura e non abbiamo mai fatto nulla per sottrarre qualcuno ai processi con leggi e leggine. E stiamo lavorando per rendere ancora più rigoroso il nostro codice etico e più penetranti i poteri della commissione di garanzia». Come giudica l’atteggiamento dell’Udc verso il Nuovo Ulivo? «L’Udc sta giocando una partita più da spettatore che da attaccante. Ha deciso di fare del terzismo la sua chiave. In un momento di grave difficoltà per il Paese i cittadini chiedono a ciascuna forza politica di assumersi delle responsabilità, e l’Udc non lo sta facendo. Ma ora deve essere chiaro a tutti che non ci sono alibi per nessuno. O da una parte o dall’altra. Terzismi possono essere utili in altre fasi, non in questa». Però anche nel Pd c’è chi esprime perplessità sull’accelerazione impressa alla festa dell’Idv sull’alleanza a tre. «Ma Bersani lo ha detto chiaramente, prima si definisce il programma, poi vengono le alleanze e infine si sceglie il candidato premier». E l’Udc va coinvolto in questo percorso fin dal primo passo? «Noi abbiamo tentato e tenteremo ancora di coinvolgere nella definizione del programma tutte le forze politiche di opposizione. Ma non tutto è nelle nostre mani. Spero però ora si rendano tutti conto che di fronte alla gravità della situazione certi atteggiamenti rischiano di diventare stucchevoli». Il Pd ha depositato al Senato una proposta di legge elettorale, mentre sembra certo che saranno raccolte le firme necessarie per un referendum che farebbe tornare il Mattarellum. «Lavoriamo perché si avvii il processo in Parlamento. La nostra proposta garantisce la possibilità di formare governi più stabili di quanto non fossero quelli nati dal Mattarellum, che non prevedendo il doppio turno spinge verso alleanze non omogenee. Dopodiché, se non si riuscisse, ben venga il referendum perché tutto è meglio del Porcellum».


Da L'Unità del 19 settembre 2011


18 settembre 2011
Un premier allo sbando connivente e ricattato
Un premier allo sbando connivente e ricattato

È scandaloso che mentre il Paese attraversa la sua più grave crisi economica il premier confidi alle ragazze che gli si concedono di fare il capo del governo "a tempo perso". E che passi il suo tempo di lavoro con i suoi avvocati per evitare i processi e soffocare le intercettazioni invece di studiarsi i dossier del debito, della disoccupazione, d'una economia che è ormai l'ultimo vagone del traballante treno europeo

CE LA faremo da soli? Molti ci sperano, magari per scaramanzia. Oppure per quel "dover essere" che implica un richiamo alla coscienza morale, ma è chiaro e l'abbiamo scritto più volte che da questa crisi si può uscire tutti insieme o tutti insieme affonderemo perché l'economia internazionale è a tal punto intrecciata da costruire un unico sistema di forze e di debolezze.

Lo si è visto venerdì scorso, quando cinque Banche centrali - la Fed americana, la Bce europea, la Banca d'Inghilterra, la Banca giapponese e quella svizzera - hanno inondato di liquidità il sistema bancario europeo con prestiti in dollari a tre mesi per cifre illimitate. I mercati hanno respirato, le Borse sono ritornate in positivo, gli "spread" sono diminuiti. La via di salvezza è questa? Stampare moneta per tirare i Paesi fuori dalla recessione che li minaccia, magari a prezzo di scatenare l'inflazione?

No, non è questa la via e le Banche centrali lo sanno bene. L'inflazione a due cifre  -  che avrebbe il pregio di svalutare i debiti sovrani riducendoli a carta straccia  -  è l'imposta più odiosa perché è la più regressiva che possa immaginarsi, colpisce tutti i redditi fissi, stipendi, salari, pensioni, arricchisce i già ricchi e impoverisce i ceti medi. Spezzerebbe definitivamente una coesione sociale già indebolita da crepe profonde.

Le Banche centrali possono intervenire per fornire all'ammalato una boccata d'ossigeno
in attesa che la terapia contro la malattia faccia il suo effetto. Purché la terapia sia appropriata e somministrata con tempismo nella giusta misura.

Questo discorso riguarda tutti i Paesi convinti dalla crisi, ma da noi, in Italia, esiste ed opera con sempre maggiore intensità un altro elemento aggravante. Noi da tempo non siamo più governati. Da tempo il nostro Paese è scivolato agli ultimi gradini della credibilità internazionale. Il "premier" che guida il governo è diventato una barzelletta, le cancellerie evitano di incontrarlo, le autorità europee alle quali chiede l'elemosina di un incontro rifiutano di comparire insieme a lui nelle conferenze stampa.

Ci vorranno anni e anni prima di poter recuperare la perduta dignità, ci vorrà un tenace lavoro di restauro delle istituzioni, occupate o insidiate da una vera e propria banda della quale il "premier" fa parte o dalla quale è sistematicamente ricattato.

In questi giorni la curiosità dell'opinione pubblica è concentrata soprattutto sulla sfilata di prostitute o di "ragazze di vita" fornite da procacciatori su richiesta del presidente del Consiglio e avviate verso le sue residenze private e semi-pubbliche. Ma l'attenzione principale dovrebbe invece essere rivolta ai contatti sistematici del premier con alcuni lestofanti di professione, a cominciare da quel Lavitola che al tempo stesso lo serve e lo ricatta.

È certamente scandaloso che mentre il Paese attraversa la sua più grave crisi economica il premier confidi alle ragazze che gli si concedono di fare il capo del governo "a tempo perso"; è altrettanto scandaloso che passi il suo tempo di lavoro con i suoi avvocati per evitare i processi e soffocare le intercettazioni invece di studiarsi i dossier del debito, della disoccupazione, d'una economia che è ormai l'ultimo vagone del traballante treno europeo. Ma lo scandalo che non ha precedenti nella storia d'Italia è la connivenza del capo dell'esecutivo con una banda che esplicitamente mette le mani nella casse dello Stato, deturpa e stravolge le istituzioni, i pubblici appalti, le pubbliche imprese.

Connivente e al tempo stesso ricattato. Lavitola concerta con lui le promozioni nel comando della Guardia di finanza. Tarantini ottiene di essere presentato e raccomandato a Bertolaso per essere inserito tra gli interlocutori della Protezione civile. Le "ragazze di vita" vengono compensate con posti alla Rai o nei consigli regionali o addirittura in Parlamento. Imprese pubbliche come la Finmeccanica sono contaminate dalla corruzione che arriva fino ai vertici dell'azienda e ne influenza le scelte.

Tutto ciò avviene non solo sotto gli occhi con l'attiva complicità della più alta autorità di governo. Ma non soltanto, perché alcuni ministri non possono non sapere. Non può non sapere il ministro dell'Economia da cui la Guardia di finanza dipende e da cui dipendono le imprese pubbliche possedute dal Tesoro. Vero è che anche quel ministro non sta messo affatto bene; indipendentemente dall'esito della votazione che si svolgerà tra pochi giorni alla Camera sulla richiesta d'arresto del deputato Marco Mario Milanese, il processo che lo vede coinvolto riguarda appunto il suo ruolo di controllore delle imprese pubbliche delegatogli in esclusiva dal ministro con tutto ciò che ne consegue, ivi compresi i suoi maneggi con i vertici della Guardia di finanza.

Esistevano due "lobbies" (così disse il ministro al nostro giornale poche settimane fa) in quel corpo così importante per la lotta contro l'evasione fiscale e contro la corruzione: una lobby faceva capo ad un gruppo di alti ufficiali con rapporti diretti con palazzo Chigi, l'altra con altri ufficiali con rapporti col ministro. Lo scandalo non consiste nell'esistenza di tali rapporti, che sono dovuti; consiste nel fatto che fossero contrapposti, come erano e sono contrapposti tra loro il "premier" e il ministro dell'Economia, contrapposizione non secondaria nella pessima gestione della crisi che ha richiesto cinque manovre finanziarie in due mesi, le ultime delle quali avvenute (per fortuna) su ordine della Bce come contropartita ai suoi interventi sul mercato dei titoli di Stato.

Questa è dunque la situazione in cui si trova il nostro Paese: il presidente del Consiglio collude con lestofanti che mirano ad ingrassare i loro portafogli con pubbliche risorse; con essi si dà del tu, con essi scambia baci e abbracci, con essi programma appuntamenti e favori, li introduce nella pubblica amministrazione, interviene a proteggerli quando si sentono minacciati, li finanzia con denari contanti che non lasciano tracce, parla attraverso telefoni forniti di schede al riparo (così sperano) di intercettazione.

Ma quando la connivenza non basta, lui, il premier, viene messo "con le spalle al muro" col ricatto.
Un capo di governo ricattabile è un pericolo gravissimo, non sostenibile in nessun Paese del mondo. I magistrati di Bari sono stati finora prudenti: alcune intercettazioni assai sconvenienti verso capi di governo stranieri (Merkel, Sarkozy) non sono state allegate all'ordinanza comunicata alle parti, per evitare una vera e propria crisi diplomaticamente squalificante. Non toglie che quelle frasi sono state dette da un premier evidentemente fuori controllo.
Un personaggio in queste condizioni continuerà a governare, con la maggioranza di Scilipoti fino al 2013?

* * *

Di tanto è crollata la credibilità di Berlusconi (tutti i sondaggi la stimano ormai al 22 per cento contro il "no" del 78) e di altrettanto è cresciuta quella del presidente della Repubblica. Il quale, costretto e indotto dall'emergenza delle circostanze, ha interpretato con il consueto rigore e scrupolo ma anche con accresciuta fermezza i poteri che la Costituzione gli conferisce. L'abbiamo visto nella gestione della manovra finanziaria, l'abbiamo visto anche quando, appena qualche giorno fa, ha rifiutato di firmare il decreto che il premier reclamava per bloccare la pubblicazione delle intercettazioni effettuate dalla Procura di Bari.

Il Presidente conosce e ha sempre rispettato i limiti che la Costituzione pone all'esercizio delle sue prerogative. In occasione della sua partecipazione in videoconferenza al meeting dello studio Ambrosetti di alcuni giorni fa, Napolitano ha ricordato che in una democrazia parlamentare l'esistenza del governo non può esser messa in discussione fino a quando esista una maggioranza che lo sostiene. Soltanto quando quella maggioranza venisse meno il Capo dello Stato diventa il "dominus" della partita, per insediare un nuovo governo che possa ottenere la fiducia del Parlamento ovvero per sciogliere anticipatamente le Camere.

Questo pensa il Capo dello Stato ed è certamente nel giusto, anche se alcuni costituzionalisti sostengono che i suoi poteri sono ancora più ampi per quanto riguarda lo scioglimento anticipato della legislatura, forse dimenticando che il decreto di scioglimento richiede anche la firma del presidente del Consiglio.

Tutto ciò detto, il Capo dello Stato ha, per Costituzione, il potere di inviare messaggi al Parlamento su qualunque tema e in qualunque circostanza. Può anche esternare il suo pensiero in altri modi, comunicati, lettere, interviste; ma il modo solenne è quando rivolge il suo messaggio al Parlamento, cioè ai delegati del popolo sovrano.

Noi pensiamo che quel momento sia arrivato. Pensiamo che spetti al Presidente investire il Parlamento del problema della credibilità del governo. Nel Parlamento ci sono le opposizioni ma c'è soprattutto la maggioranza ed è alla maggioranza parlamentare che un messaggio presidenziale sulla credibilità del governo dovrebbe essere indirizzato.
So bene che il Presidente detesta essere "tirato per la giacca". Noi non vogliamo affatto commettere quella scorrettezza. Ci limitiamo a segnalare che un passo del genere rientra perfettamente nelle sue prerogative. Ovviamente spetta a lui soltanto di decidere se utilizzare il suo diritto di messaggio su un tema così delicato, ma così capitale per le sorti stesse della democrazia.

Nella sua dichiarazione di voto sulla manovra, in nome del gruppo parlamentare del Pd, Walter Veltroni ha denunciato il pericolo dei giovani che nella piazza di Montecitorio gridavano "chiudete il Parlamento". Tra i tanti rischi che corre la democrazia c'è anche questo: la spinta crescente contro le istituzioni democratiche.

Non saranno i mercati a farlo ma la persistenza dell'attuale governo a potenziare l'attacco ai titoli e alle Borse. Non sarà la magistratura a stabilire le sorti del premier, ma la sua connivenza e ricattabilità con chi soddisfa i piaceri che placano la sua malattia psichica. Perciò occorre che il Parlamento esca dall'apatia e dall'afasia. Il Capo dello Stato può stimolarlo a compiere i suoi doveri.

Eugenio Scalfari

Da La Repubblica del 18/09/2011


24 agosto 2011
Alcune considerazioni sulla situazione economica
Ripropongo di seguito alcune mie considerazioni sulla situazione economica del nostro paese fatte nel dicembre del 2010, considerazioni che sono di stretta attualità; il fatto che già alla fine dell'anno scorso si discutesse della grave situazione del nostro paese dimostra come il governo sia stato incapace di intervenire su una situazione che poi è degenarata nella crisi "degli spread dei titoli pubblici" dello scorso luglio-agosto.


18 dicembre 2010
Alcune considerazioni sulla situazione economica
diario

La situazione economico-finanziaria in cui si trova il nostro paese è abbastanza critica; dopo la Grecia, l'Irlanda e la Spagna, l'Italia rischia di essere la prossima preda della speculazione finanziaria sui debiti pubblici. La previsione per il prossimo anno (2011) di una crescita economica pari al 1% del PIL, contro una media europea del 1.7%, tende a peggiorare ulteriormente le cose.
Come ha detto qualche giorno fà il Governatore della Banca di Italia Mario Draghi, solo crescendo si possono pagare i debiti; nel 2010 per interessi sul debito pubblico abbiamo pagato circa 74 mld di euro su 443 mld di euro di entrate totali.
Il problema della crescita economica si risolve solo se si decide, e per decidere è necessaria una forte volontà politica, di spendere le risorse del nostro paese in determinati settori, togliendole ad altri, al fine di rimettere in moto le cose.
In particolare è noto a tutti che si deve spendere in detassazione sul lavoro (sia per imprese che per lavoratori), in formazione universitaria e in ricerca; solo se si riduce il carico fiscale sul lavoro, se si forniscono laureati di qualità (sopratutto nei settori scientifico-tecnologici) e se si migliorano la qualità dei prodotti e dei processi produttivi (attraverso la ricerca), si può competere sul mercato globale al fine di incrementare il volume di affari e creare posti di lavoro riducendo la disoccupazione (sopratutto quella giovanile). Molto spesso si dice: da dove si prendono le risorse per fare tutto questo? Ecco alcune idee:
- Evasione Fiscale. Per il 2010 si è stimato un ammontare dell'avasione fiscale pari a 150 mld di euro (dati Confindustria); perchè, invece dei condoni fiscali misure una tantum e fortemente diseducative, non ci si impegna a recuperare almeno il 10% di questo (non dovrebbe essere una impresa impossibile). Si tratterebbe di 15 mld euro.
- Abolizione delle provincie. Le provincie costano ogni anno allo stato circa 13 mld di euro (dati Eurispes rapporto 2008); una loro abolizione frutterebbe alle casse dello stato, escludendo le spese per i dipendenti che vanno ricollocati in altre amministrazioni e quelle per investimenti, si otterrebe un risparmio del 60%. Sono circa 8 mld di euro.
- Riduzione spese militari. Escludendo le spese per investimenti, il nostro paese spende ogni anno per le spese relative al mantenimento di 195000 militari (esercito, marina e aviazione) circa 13 mld di euro (Bilancio dello stato 2010). Si potrebbe aprire una riflessione che, non facendosi condizionare da ingenui e utopistici furori antimilitaristi, punti alla costituzione di forze armate di minore entità numerica ma di alta qualità e professionalità. Se si riducessere del 30 % avremmo altri circa 4 mld di euro.
- Federalismo Fiscale. Un serio federalismo fiscale che, senza condannare al sottosviluppo il meridione, punti a ridurre gli sprechi (soprattutto nel settore della sanità); oggi spendiamo circa 100 mld di euro di trasferimento alle regioni principalmente per i servizi sanitari e per il trasporto pubblico locale (Bilancio dello stato 2010). Se si risparmiasse il 10 % si potrebbe recuperare altri 10 mld di euro.
Complessivamente avremmo totalizzato circa 37 mld euro da spendere in detassazione, università e ricerca.
Queste sono solo alcune proposte che servono a dimostrare che è possibile trovare le risorse per il rilancio dell'economia; accanto a questo si dovrebbe avviare una seria vendita (e non svendita) di parte del patrimonio pubblico inutilizzato (per es. uffici, caserme ed altro) per ridurre il debito pubblico (il valore del patrimonio pubblico ammonta a circa 400 mld di euro).
Ma per fare tutto questo ci vuole una seria volontà politica; il governo Berlusconi con i tagli lineari di Tremonti (che sono serviti a salvaguardare i conti ma non hanno garantito risorse per la crescita) ha dimostrato di non averla, ha dimostrato di non sapere scegliere per non scontentare nessuno (per es. la Lega sulle province, una parte del Pdl su una seria lotta all'evasione fiscale).
Non era riuscito a farlo con una maggioranza di 65 deputati in più alla Camera, non riuscirà assolutamente a farlo con un governo Berlusconi-Scilipoti con 3 deputati in più.
La seria proposta avanzata dal Partito Democratico per un governo di responsabilità nazionale guidato da una grande personalità tecnico-istituzionale (il governatore Draghi su tutti) e sostenuta da una maggioranza di responsabilità (PD, UDC, FLI, la parte più responsabile del PDL, per es. Pisanu) per avviare serie politiche economiche contro la crisi salvaguardando il nostro paese dal rischio di un tracollo finanziario non si è, per il momento, riuscita a realizzare.
A causa del desiderio del Presidente del Consiglio di volere restare abbarbicato a Palazzo Chigi in qualsiasi modo (anche grazie ai vari Scilipoti), il nostro paese starà nei prossimi mesi ancora a galleggiare, non risolvendo nessuno dei problemi in questione ed aggravando ulteriormente la situazione.

24 luglio 2011
Veltroni: adesso il Pdl dica sì a un governo istituzionale


«Il Paese ha bisogno di un altro governo. Ha bisogno che si dia rapidamente un messaggio di stabilità, di sicurezza, di affidabilità dell' Italia. La crisi che stiamo vivendo è molto grave, e il fatto che il presidente del Consiglio si stia occupando dell' onorevole Papa piuttosto che dei rischi profondi che il Paese vive e delle sofferenze delle famiglie dimostra la lontananza siderale tra il presidente del Consiglio e il Paese stesso. Sette giorni di silenzio, di nascondimento, di evidente concentrazione su altri problemi, a cominciare dal pagamento degli oneri sentenza Mondadori. Un governo in cui ogni giorno c' è un conflitto più grave tra il premier e il ministro dell' Economia. Un ministro delle Riforme istituzionali che mostra il dito medio mentre viene eseguito l' inno nazionale; un episodio per cui in un altro Paese dopo due secondi si sarebbe stati accompagnati all' uscita. Una situazione di totale instabilità e assenza di capacità di governo, proprio mentre se ne avrebbe più bisogno. Si stanno allineando una serie di pianeti che reclamano un passaggio d' epoca». Walter Veltroni, chi dovrebbe sostenere questo nuovo governo? Anche il Pd? E Berlusconi perché dovrebbe farsi da parte? «Berlusconi oggi è il problema. Ed è riconosciuto come tale in Italia e all' estero. Lo Spiegel titola una sua analisi "perché è giusto punire l' Italia". L' instabilità politica e di governo è legata in particolare a Berlusconi: tutto il Paese, compresi moltissimi deputati di maggioranza, lo avvertono come un ostacolo alla liberazione delle energie dell' Italia, al suo rasserenamento. Berlusconi deve avere la misura minima di capire che deve per una volta far prevalere gli interessi della nazione sui propri. Invece ripete meccanicamente le parole del capitano Smith del Titanic di De Gregori: "Andiamo avanti tranquillamente"». Berlusconi fa notare di avere ancora la maggioranza in Parlamento. «Non l' ha nel Paese. Non l' ha nel rapporto con l' opinione pubblica, con i soggetti imprenditoriali e sociali, nelle relazioni internazionali. Ha la maggioranza con Scilipoti. Ma con Scilipoti non dai risposte ai mercati finanziari e al bisogno di novità del Paese». Come farlo, allora? «Con un governo presieduto da una persona che sia affidabile e credibile, per l' Italia e per l' Europa, e faccia due cose. La riforma elettorale, per rafforzare il sistema bipolare e restituire ai cittadini il potere di scegliere, con i collegi uninominali, i loro rappresentanti. E scelte anche dolorose contro l' emergenza economica. In Italia qualcuno deve fare questa parte: Giuliano Amato, Ciampi, noi, con il governo Prodi, per entrare in Europa. L' Italia è il Paese che fece in sei anni l' Autosole; oggi siamo fermi sulla Salerno-Reggio Calabria. Con Pisanu parlammo di governo di decantazione per indicare un tempo breve, che apra la via a una nuova dialettica tra due forze di tipo europeo e tolga dal campo della vita pubblica l' anomalia Berlusconi». Lei pensa davvero che anche il Pdl sosterrebbe un governo così? «Penso che dovrebbe tutto il Parlamento. Perché non sarebbe un ribaltone. Ma un governo con un consenso larghissimo, di forte attitudine istituzionale e di competenza, indispensabile per affrontare una fase di difficoltà che può diventare drammatica». Chi dovrebbe guidarlo? Si è parlato di Monti e dello stesso Pisanu. «Per fortuna in questo Paese c' è Giorgio Napolitano. Il Quirinale è un presidio di saggezza. Ha stimolato la politica a reagire nel modo giusto. Il Pd ha fatto bene in Parlamento ad assumere una posizione responsabile, tanto più apprezzabile in ragione del dissenso profondo per una manovra estemporanea, dal segno sociale sbagliato, che ostacolerà la crescita. Ora è il centrodestra che deve dare analoga prova di responsabilità non rimanendo incollato al potere». Lei parla di "allineamento di pianeti" e passaggio d' epoca. A cosa si riferisce? «C' è una crisi politica e di legittimazione delle istituzioni molto profonda. C' è una crisi morale, con un dilagare della corruzione e della criminalità superiore persino ai tempi della denuncia di Enrico Berlinguer. C' è una crisi economica e finanziaria che porta a compimento tutti i nodi irrisolti della nostra storia, a cominciare dal debito pubblico, nel pieno di una tempesta che investe l' Occidente intero: se qualche anno fa qualcuno ci avesse detto che il presidente degli Stati Uniti avrebbe denunciato il rischio di default del suo Paese, avremmo pensato a una barzelletta. E c' è un insopportabile aumento della disuguaglianza sociale. Otto milioni di poveri sono una cifra intollerabile per l' Italia del nuovo millennio». Contro la crisi finanziaria il governo ha presentato e fatto approvare la manovra. «Non credo che la manovra abbia risolto tutti i nostri problemi con i mercati. I mercati non sono la Spectre: agiscono dove percepiscono instabilità finanziaria e politica; e noi abbiamo tutti e due gli elementi. Quando parlo di passaggio d' epoca penso alla spirale che l' Italia deve interrompere se vuole sopravvivere: la spirale di conservatorismo e populismo, che ha segnato tutto il Novecento. La funzione storica del Pd resta quella di introdurre un elemento di discontinuità tra fascismo, andreottismo, berlusconismo. E la discontinuità si chiama riformismo. Qualche mese fa al Lingotto, proposi di aggredire il debito e portarlo in 15 anni all' 80% del Pil, per rimuovere questa pietra al collo che pesa sulle nuove generazioni». Lei chiese una patrimoniale. «Io chiedo innanzitutto un piano industriale della pubblica amministrazione, per uscire dalla logica dei tagli lineari e selezionare in modo preciso sprechi e spese, a cominciare dalle Province. Si deve valorizzare il patrimonio pubblico. Si deve privatizzare e liberalizzare. Si deve dare priorità ad ambiente, cultura, formazione. E ribadisco che quando un Paese è in crisi, e noi lo siamo, chi ha di più deve contribuire più degli altri; altrimenti il Paese non tiene. Mi ha fatto piacere che questo tema sia stato ripreso da Casini nel suo intervento alla Camera. Come ai tempi dell' euro, occorre uno sforzo massiccio. Il 10% del Paese detiene il 48 % della ricchezza nazionale». Chi paga, e come? «Le soluzioni possibili sono molte. Il punto è il principio: deve pagare di più chi ha di più, non i pensionati e gli artigiani, i precari e gli operai. Non credo ci sia alternativa a questo, se vogliamo mettere l' Italia in sicurezza per le prossime generazioni. Altrimenti a pagare di più saranno, con i poveri, le forze produttive, che sono anche le più esposte. A cominciare dalla piccola industria e dal ceto medio. Quelli che tengono su l' Italia». Una cosa è certa: i partiti non intendono rinunciare ai propri privilegi. «Invece i costi della politica vanno tagliati. Sbaglia la politica quando reagisce piccata, come se dovesse difendere se stessa. Il vero problema è il funzionamento della democrazia. La gente è anche disposta a sopportare un costo se le istituzioni funzionano e decidono, se sono in mano a gente onesta, se garantiscono stabilità. Altrimenti la politica appare un costo iniquo, tanto più insopportabile quando si chiedono sacrifici alle famiglie. Ma la democrazia che decide non può essere fatta da mille parlamentari, due rami del Parlamento, Regioni, Province, Comuni, istituzioni pletoriche, consigli di amministrazione nominati dai partiti, una Rai sottoposta al controllo dello spoil system. Ci vuole una cura dimagrante, non solo perché corrisponde a un sentimento e anche a una rabbia, ma perché se la democrazia non decide prosperano i poteri altri. Comprese le varie P2, P3, P4, P8». Il suo partito non ha appoggiato l' abolizione delle Province. «Il mio partito dovrebbe mettersi alla testa di questa riforma, non subirla. Non ci possono essere milioni di persone che vivono di politica». Lei è in disaccordo con una parte del Pd anche sul ritorno al proporzionale. «Senza bipolarismo, il Paese è destinato ad andare alla deriva. Ai tempi del proporzionale, i partiti affondavano le radici nella storia del Paese: il Pri aveva Mazzini, il Pli Giovanni Amendola, il Pci Gramsci. Ora abbiamo un sistema di partiti personali. E vogliamo tornare al proporzionale, con il debito pubblico al punto più alto? Vogliamo tornare a governi di coalizione che cadono per la presidenza dell' Eni? Io non ho nostalgia dei tempi delle stragi e penso che l' Italia a forza di volgersi indietro si trasformerà in una statua di sale. Consentire ai cittadini di scegliere i candidati e il governo è fondamentale; tanto più ora che Berlusconi sta uscendo di scena. Quando Alfano è divenuto segretario del Pdl, gli ho telefonato. E gli ho detto che ha due possibilità: può fare il secondo di Berlusconi, e continuare lungo quella linea di totale irresponsabilità istituzionale e nazionale; oppure può essere l' uomo di una nuova destra, civile, rispettosa delle regole. Se alla fine di questa lunga transizione avremo costruito un bipolarismo di tipo europeo, questo allineamento di pianeti avrà prodotto un esito simile al significato dell' ideogramma cinese della parola crisi: opportunità». Nuovo governo o no, tra non molto si andrà a votare. Lei si è espresso contro uno schema tipo ' 94, con i tre poli. Nello stesso tempo difende le primarie, che rendono impossibile l' accordo con l' Udc. Come risolve la contraddizione? «Guardi, in questi due anni ho avuto la soddisfazione di vedere le idee del Lingotto, dal bipolarismo all' attacco al debito pubblico, diventare patrimonio di molti. Tra queste idee c' è anche evitare la geremiade su "con chi", anziché "che cosa". Prima il progetto, poi le alleanze. E un Pd che punti al 40% e sia plurale e aperto. Chi è d' accordo sul dimagrimento della politica, su una riforma del mercato del lavoro che cancelli la precarietà, su nuove politiche ambientali, si metta insieme. Oggi, se non si pone l' accento su crescita e speranza, domineranno recessione e paura. La destra ha speculato sulla paura e favorito la recessione. Il centrosinistra trovi la forza di sfidare conservatorismi e populismo, entrambi presenti nella sua cultura. Il riformismo non è un pranzo di gala; ma di questo ha bisogno l' Italia. Penso a un' altra versione di Titanic, il libro di Enzensberger, che ha una frase bellissima: "Strano come, di tutto quel che c' era prima, la maggior parte senza lasciar lacuna sia scomparsa come un sasso nell' acqua"».

Aldo Cazzullo, da il "Corriere della Sera" del 17 Luglio 2011

17 luglio 2011
Sì alla manovra, poi Berlusconi a casa

Bentornati nel Club Med. Narcotizzati da tre anni di falsa propaganda "sviluppista", ci eravamo illusi di essere usciti definitivamente dal girone infernale dei "latinos", i Paesi reietti del Mezzogiorno di Eurolandia. E invece eccoci qui. In due sedute micidiali, il "venerdì nero" che ha chiuso la settimana scorsa e il "lunedì nero" che ha aperto quella in corso, siamo tornati nel mirino infallibile della speculazione. Lo "spread" sui tassi di interesse al record da quando esiste l'euro, la Borsa che brucia in un solo giorno un'altra ventina di miliardi. È il temuto effetto-domino, l'estensione del morbo dei debiti sovrani che dalla Grecia (e dopo aver colpito l'Irlanda) si diffonde inesorabilmente al Portogallo, alla Spagna e ormai anche all'Italia.

Nel silenzio prolungato di Silvio Berlusconi, e in quello imbarazzato di Giulio Tremonti, parla a sproposito il ministro dello Sviluppo Romani, che dice: "Non c'è motivo di preoccuparsi, la speculazione contro l'Italia è basata sul nulla". Ancora una volta, un'approssimazione e un dilettantismo che fanno accapponare la pelle. Sostenere una tesi del genere equivale a non aver capito nulla di ciò che sta accadendo nei mercati e nel Paese.

Primo: c'è moltissimo da preoccuparsi. In gioco non c'è qualche spicciolo di guadagno per le banche d'affari. C'è invece il futuro dell'euro, perché se saltano Stati come la Spagna o l'Italia salta la moneta unica, e dunque va in malora un ventennio di storia europea, con tutto il buono che ne è derivato per i "volonterosi" che aderirono al sogno di Maastricht. E nelle leadership europee non sembra esserci consapevolezza della drammaticità della fase, che richiederebbe ben altre e più energiche reazioni. Lo stillicidio di polemiche e di rinvii sugli aiuti alla Grecia, per esempio, è stato un atto irrazionale e irresponsabile: come spargere sangue nel mare di un mercato infestato dagli squali della speculazione. Servirebbe una politica di aiuti imponenti, sul modello del Tarp americano, non solo ai Paesi periferici, ma anche al sistema bancario dell'eurozona, che comunque necessita di un rafforzamento patrimoniale. E invece si nicchia, si chiacchiera, si indugia.

Secondo: la speculazione contro l'Italia non è affatto basata sul nulla. Ha invece solidissime basi, che questo governo di apprendisti stregoni ha "costruito" in tre anni di non gestione della crisi. Sul piano tecnico, la manovra da 40 miliardi va approvata in fretta. Ma andrebbe anche rafforzata e anticipata, come chiedono la Banca d'Italia e la Confindustria, e come Repubblica aveva invocato subito dopo la sua finta approvazione in Consiglio dei ministri. Troppe misure incerte nella quantità. Troppe misure erratiche nella tempistica. Non si può affidare quasi la metà dell'intervento di risanamento a una legge delega fiscale e assistenziale di cui nessuno può oggi conoscere i tempi e i modi di attuazione. Ci saranno i margini per rinvigorire e rendere più sostenibile questa "stangata a orologeria", senza che nel frattempo le "locuste" non spolpino quel poco che è rimasto?

Sul piano politico, governo e maggioranza affondano nell'entropia e nell'ignavia. Un premier marchiato a fuoco da una sentenza che lo definisce ufficialmente "corruttore di giudici" non è e non può essere in grado di gestire credibilmente il caos che regna sotto di lui. Un ministro dell'Economia sul quale pendono sospetti e che teme di subire il cosiddetto "trattamento Boffo" non è e non può essere in grado di sostenere serenamente il compito immane che il momento difficilissimo vissuto dal Paese gli carica sulle spalle. Siamo all'epilogo della parabola berlusconiana. La telefonata della Merkel al premier è la conferma plastica di quanto andiamo ripetendo da tempo: il presidente del Consiglio italiano non conta più nulla, ed è ormai di fatto "commissariato" dalle cancellerie d'oltre frontiera. Il dramma è che nell'abisso rischia di finire non solo il Cavaliere, ma l'intera nazione. È un pericolo che va scongiurato. Le opposizioni si dimostrino all'altezza. Questa manovra deve passare in Parlamento il più presto possibile, per mettere in sicurezza l'impegno collettivo sul pareggio di bilancio. Ma un minuto dopo Berlusconi deve andare a casa. È ora di separare, finalmente, la biografia del Cavaliere da quella della nazione.


 di Massimo Giannini
articolo tratto da POLIS (La Repubblica) del 11 luglio 2011

11 giugno 2011
Domani e Lunedì votate 4 Si ai Referendum

Domani e Lunedì andate a votare e votate 4 Si ai referendum:

Votate Si al primo ed al secondo referendum per evitare che ci sia l'obbligo di fare entrare i privati nella gestione dei servizi pubblici locali (in primis quello dell'acqua) e per evitare che ci siano rincari nella bolletta dell'acqua non correlati ad investimenti nelle infrastrutture idriche (acquedotti).

Votate Si al terzo referendum per evitare che ci sia la possibilità nel nostro paese di costruire centrali nucleari. Entrare nel nucleare adesso quando molti paesi (si pensi alla Germania) scelgono di non investire più in questa tecnologia è una scelta sbagliata; rischiamo di trovarci tra 15 anni ad essere gli unici ad avere una tecnologia nucleare obsoleta. Bisogna investire in efficienza energetica e rinnovabili e continuare la ricerca sul nucleare di nuova generazione.

Votate Si al quarto referendum per evitare che il Presidente del Consiglio dei Ministri ed i Ministri abbiano un trattamento "speciale" di fronte alla legge per reati che non hanno commesso nell'esercizio delle loro funzioni ma che hanno commesso da semplici cittadini.


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permalink | inviato da ciccio.difranco il 11/6/2011 alle 16:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

6 maggio 2011
Avanti c'è posto, il commento di Massimo Giannini su Repubblica

Riporto di seguito il commento di Massimo Giannini, vice-direttore di Repubblica, in merito alla nomina dei sottosegretari fatta ieri dal governo.

È nato il "governo dei disponibili". Pronti a tutto, pur di lucrare una poltrona ministeriale. L'infornata dei nove sottosegretari promossi dal gruppo di Iniziativa Responsabile dà la misura dell'abiezione etica della maggioranza, costretta a pagare la cambiale in bianco firmata a un drappello di scissionisti-opportunisti fuoriusciti da Futuro e Libertà. Ma dà anche la misura della disperazione politica del presidente del Consiglio, costretto a imbarcare chiunque, a prescindere dal curriculum personale e persino della fedina penale, pur di sopravvivere al suo declino. "Su queste nomine ci saranno delle ironie", dice Silvio Berlusconi con il consueto sprezzo del ridicolo. Si sbaglia.
L'ironia si può usare di fronte a un episodio che stona, infastidisce, ma in fondo fa sorridere. Qui non c'è niente da sorridere. Anche se lo spettacolo indecente a cui stiamo assistendo è sospeso a metà tra "Aggiungi un posto a tavola" e "Ok il prezzo è giusto".
La cooptazione dei "disponibili" è un altro passo verso una "democrazia dei miserabili" dove tutto si può negoziare, tutto si può vendere e tutto si può comprare. Ben oltre l'articolo 67 della Costituzione e l'assenza di vincolo di mandato. E non serve a niente, agli impalpabili Catoni del premier, dire che "così facevan tutti", compresi i governi dell'Ulivo e gli "straccioni di Valmy" di Cossiga. Intanto perché è vero solo in parte (l'impresentabile Misserville, nel dicembre del '99, fu comunque costretto a dimettersi subito dall'incarico e ad uscire dal governo D'Alema). E poi perché una destra seria, se esistesse anche in Italia, non si difenderebbe dall'accusa di aver fatto campagna-acquisti in Parlamento con i soliti giudizi di equivalenza e con la solita prassi del "todos caballeros", ma semmai combatterebbe il Far West e lotterebbe per il ripristino di una dignità della politica.
In questa operazione di bassa macelleria governativa, che umilia il Paese e le sue istituzioni, si fa invece l'esatto contrario. Fino a raggiungere abissi che indignano (come la promozione dell'ex finiano Giampiero Catone, parlamentare discutibile e discusso, già plurinquisito e persino arrestato nel 2001 per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e alla bancarotta fraudolenta). Oppure indispongono (come la promozione di Massimo Calearo che, dopo aver accettato nel 2008 di fare la "figurina" nel mazzo dei candidati di Veltroni, si ritroverà ora ricompensato, per i servigi resi nel cambio di campo, con il tragicomico incarico di "consulente per l'export del presidente del Consiglio").
Il dramma è che siamo solo agli inizi.
Con questo funesto "allargamento della squadra di governo", come si usa nobilitare l'inverecondo mercanteggiamento sugli strapuntini di sotto-governo, Berlusconi ha pagato solo la "prima rata" del suo debito verso i "transumanti" di Montecitorio che lo hanno salvato dopo il divorzio con Fini. Altri "responsabili"  -  dopo aver fieramente annunciato un impensabile e non credibile "passo indietro"  -  bussano alla porta di Palazzo Chigi.
Da Pionati a Baccini, ci sono altre rate da pagare. Persino più salate, perché i posti da sottosegretario sono finiti, adesso si tratta di inventare vice-ministri, e per farlo occorre addirittura una legge che modifichi la Bassanini e che il premier ha già messo impudentemente in agenda.
Ma c'è un dramma nel dramma.
Questa miracolosa moltiplicazione dei posti non è solo vergognosa. È soprattutto dannosa. Primo, perché nasce a dispetto delle promesse pre e post-elettorali sul taglio dei costi della politica, la guerra demagogica alle auto blu, la battaglia strumentale contro i privilegi della "casta". Qui la "casta" non arretra, ma avanza e si riproduce per partenogenesi. Secondo, perché avviene al servizio del nulla. Questo governo non vive di politica, campa di soli numeri. Promette "riforme epocali" ma non vuole farle, se non quelle utili a "scudare" i processi del Cavaliere. Annuncia "scosse alla crescita" ma non può farle, se non quelle ad alta intensità propagandistica e a zero impatto economico come il Decreto Sviluppo appena varato dal Consiglio dei ministri.
Berlusconi, insieme ai deputati, compra "tempo" per durare e resistere. Ma è ormai chiaro a tutti che il voto amministrativo del 15 e 16 maggio è diventato un "test nazionale" decisivo. Milano, per il premier, è davvero una linea del Piave. Se cade, Bossi può uscire finalmente dal "cespuglio". E la Lega può trovare il coraggio di consumare lo strappo che ha preferito evitare sulla Libia. L'hanno capito l'establishment, le elite, le parti sociali, che cominciano ad uscire allo scoperto. Non è un caso che tra oggi e domani la Cgil lancerà la sua protesta con lo sciopero generale e la Confindustria griderà il suo scontento alle assise di Bergamo.
Di qui al 2014 l'Italia si è impegnata con la Ue a varare una manovra da 39 miliardi di euro. Nessun governo può reggere un'impresa del genere, nascondendo i contrasti e galleggiando sui rimpasti. Meno che mai il glorioso governo Berlusconi-Scilipoti-Catone-Calearo.


Massimo Giannini

Da "La Repubblica" del 6 Maggio 2011


30 aprile 2011
Il fallimento del governo in Politica Estera

Le posizioni della Lega contro l’azione militare intrapresa dal nostro paese, all’interno della coalizione a guida Nato, rendono palese la totale inadeguatezza che ha mostrato il governo nell’affrontare la crisi Libica. Ricordiamo brevemente che fino a poco prima dell’inizio delle rivolte in Libia, il Presidente del Consiglio Berlusconi (spingendosi ben oltre i normali rapporti diplomatici che ragioni di realpolitik possono imporre) definiva il Colonnello Gheddafi un illuminato leader amato dal suo popolo, baciandogli la mano e consentendogli di trasformare Roma in un “circo” fatto di amazzoni e cavalli berberi.
Agli inizi della rivolta in Libia e dopo che era conclamata l’azione di sterminio dei civili che le truppe mercenarie del Colonnello stavano attuando sparando sulle folle di manifestanti contro il regime, il Presidente Berlusconi intervenne dicendo che non era opportuno disturbare il leader libico in quel momento. Con l’evolversi della situazione, risoluzione Onu e attivismo della Francia nell’organizzare una coalizione militare che imponesse la no-fly zone e bloccasse la strage di civili (soprattutto nella città di Bengasi), le posizioni del governo e del Presidente del Consiglio sono cambiate con la partecipazione del nostro paese, attraverso soprattutto il supporto logistico (aeroporti), alla coalizione. Oggi la spaccatura evidente nella maggioranza dimostra con chiarezza l’incapacità di questo governo anche in politica estera, oscillando tra un demagogico pacifismo della Lega (assolutamente avulso dal contesto internazionale) e, in certi momenti, un avventato militarismo di certi settori del Pdl (si pensi al Ministro La Russa). La famosa politica estera berlusconiana delle pacche sulle spalle , quella tanto decantata dal centrodestra si è mostrata assolutamente fallimentare.
Accanto a questo l’eco internazionale delle vicende private nelle quali è implicato il nostro Presidente del Consiglio, completano il quadro generale dell’immagine dell’Italia nel mondo.
Il Partito Democratico quale forza politica responsabile deve, come detto dal Presidente della Repubblica (che come Capo dello Stato ci rappresenta degnamente nel mondo), mantenere una posizione coerente con quella votata in parlamento nel Marzo scorso, una posizione in accordo con la risoluzione Onu 1973.


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12 febbraio 2011
Meno male che Giorgio c'è

Il momento politico che stiamo vivendo è molto brutto; proprio in occasione del 150-esimo compleanno del nostro paese abbiamo raggiuto un livello bassissimo di credibilità delle istituzioni. La strategia del Presidente del Consiglio Berlusconi di rinchiudersi in un bunker e di attaccare tutti (magistratura, corte costituzionale, opposizioni, presidente della camera), di continuare a lavorare all'accattonaggio di qualche altro parlamentare promettendo posti di sottogoverno preannunciando l'infornata di una decina di nuovi sottosegretari (ricordiamo benissimo le critiche dell'allora opposizione al governo Prodi per il numero dei suoi componenti), di evitare qualsiasi confronto televisivo serio e di comunicare solo attraverso monologhi (telefonici o videomessaggio), di non contemplare minimamente la possibilità di dimettersi e aprire una fase nuova per il paese (quale che fosse: nuovo governo di centrodestra con altro Premier, governo di responsabilità nazionale, elezioni) come indicato dal Partito Democratico e dalle altre opposizioni, di procedere a continui strappi istituzionali (ultimo la questione del federalismo fiscale), di continuare a lanciare slogan demagogici e vuoti (come l'abolizione dell'articolo 41 della costituzione), ha fatto degenerare terribilmente il clima. Sullo sfondo tutti i problemi che il nostro paese ha, con una ripresa economica che stenta ad esserci senza interventi da parte del governo, con una disoccupazione (soprattutto giovanile) molto alta, con una totale assenza di politiche per lo sviluppo economico e l'innovazione (come fatto notare anche da esponenti del mondo confindutriale in primis la Presidente Marcegaglia).
Tutti i sondaggi rilevano un solo dato che a mio avviso è confortante, l'unica istituzione che si salva e che possiede la fiducia di circa l'85 % degli italiani è la Presidenza della Repubblica ed in particolare la figura del Presidente Napolitano. Il suo garbo istituzionale privo di eccessi, il suo rispetto delle regole e della costituzione, devono essere per tutti una rassicurazione. Verrebbe proprio da dire Meno male che Giorgio c'è. 


31 gennaio 2011
Berlusconi si dimetta e si apra un confronto tra le forze politiche

Oggi il presidente Berlusconi ha pubblicato una lettera sul Corriere della Sera in cui chiede al Partito Democratico di aprire una fase di confronto programmatico con la maggioranza e il governo relativamente alle politiche per la crescita economica del nostro paese.
Il presidente Berlusconi ha ragione ad affermare che una questione fondamentale come quella relativa alla crescita economica del nostro paese (dalla quale discendono occupazione, investimenti, redistribuzione della ricchezza, riduzione del debito pubblico) debba essere messa al centro del dibattito politico e vada discussa in modo bipartisan; ma mi chiedo, è lo stesso Berlusconi che per due anni ha rifiutato una discussione in parlamento tra tutte le forze politiche sulla crisi economica (da lui e dal suo governo per lungo tempo negata e ora recentemente scoperta) e sulla non crescita del nostro paese, proposta svariate volte dal Partito Democratico (ricordo la proposta dell'allora segretario Franceschini di una sessione speciale del parlamento sulla questione)? Si è lo stesso Berlusconi che oggi in una situazione di evidente difficoltà cerca di recitare il ruolo (assolutamente inadatto alla sua persona) di mediatore tra le forze politiche per cercare di ridurre l'imbarazzo (di portata mondiale) in cui lui (con il suo discutibilissimo stile di vita) ha portato le istituzioni di questo paese.
Il presidente Berlusconi deve fare una sola cosa, dimettersi al fine di aprire una fase nuova per il nostro paese
Dopo le sue dimissioni, il Partito Democratico potrebbe anche discutere, insieme alle altre forze oggi all'opposizione, con un nuovo governo di centrodestra (magari guidato da un Tremonti o da un Letta) delle questioni economiche, oggi totalmente assenti dall'agenda di governo (come ricordato anche dalla presidente di Confindustria Marcegaglia).


23 gennaio 2011
Ritorna in scena il partito democratico

 
È molto difficile in queste settimane di tensione politica, giudiziaria, mediatica, che ci sia in Italia un evento tale da esimerci dallo scandalo Berlusconi. Se ne è dovuto occupare, nel linguaggio appropriato che è quello della più alta istituzione dello Stato, il nostro Presidente della Repubblica e se ne è dovuto occupare addirittura il Papa. E ovviamente se ne occupano i giornali per soddisfare il legittimo diritto dei loro lettori ad essere informati.

Ieri Ezio Mauro ha indicato ancora una volta la linea del nostro giornale: a noi non interessano i comportamenti privati delle persone che rientrano nell'ambito della loro libera scelta; a noi interessano i comportamenti non saltuari ma ripetuti fino a esser diventati uno stile di vita d'un uomo pubblico, anzi del più importante degli uomini pubblici, che sono inevitabilmente di (cattivo) esempio all'insieme dei cittadini e che contrastano con l'articolo 54 della Costituzione secondo il quale il rappresentante di un'istituzione deve tenere alto il decoro dell'ente che rappresenta.

Voglio qui citare le parole con le quali Walter Veltroni ha aperto ieri il suo discorso al Lingotto di Torino, dedicate proprio a questo tema, perché in quelle parole ci riconosciamo interamente: "Un uomo di governo che minaccia i giudici che lo indagano: sono le agghiaccianti parole pronunciate da Berlusconi nell'ultimo suo messaggio televisivo".

"Ciò che dava più dolore - ha aggiunto Veltroni - è che
quella espressione minacciosa sulla "punizione" dei magistrati veniva pronunciata davanti alla bandiera tricolore. Nessuno può dimenticare che per difendere l'onore di quella bandiera e di questa nazione molti magistrati hanno dato la vita. La situazione in cui l'Italia si trova è davvero grave e pericolosa. Il presidente del Consiglio è accusato non di comportamenti ma di gravi reati. Egli sostiene per l'ennesima volta che solo di fandonie e di complotti si tratta. Ma non lo deve dire in Tv facendosi scudo del suo ruolo e utilizzando il suo impero mediatico. Deve dirlo ai magistrati, come ogni cittadino".

Ho citato Veltroni perché l'evento sul quale mi sembra doveroso oggi riflettere e commentare è il suo discorso, la risposta di Bersani, l'ingresso - finalmente - del Partito democratico in un'arena politica dove finora era mancata la presenza della maggiore forza d'opposizione. Quest'assenza suscitava sconcerto e turbamento, molti davano per liquidato il riformismo democratico italiano e il vuoto che a causa di quell'assenza si stava creando rendeva ancor più difficile lo sblocco d'una situazione sempre più insostenibile.

Ieri questo vuoto è stato colmato o almeno sono state poste le premesse perché lo sia. Con lucidità di pensiero e con fermezza d'intenti. La maggior forza d'opposizione è finalmente entrata in campo con un obiettivo e un programma. Ora il quadro è finalmente completo ed è questo che dobbiamo esaminare: la sua efficacia, la sua capacità di modificare gli equilibri e di sanare gli squilibri, l'accoglienza che potrà ricevere da un Paese turbato, insicuro, arrabbiato.

* * *
Una prima osservazione riguarda la riapparizione di Veltroni sulla scena politica dopo due anni dal Congresso del 2008 e un anno dalle dimissioni da segretario del partito.

Ha parlato da leader, con la passione e l'eloquenza d'un leader ed anche con il senso di unità e di generosità che un leader deve avere, il desiderio di fare squadra, di rilanciare una scommessa all'insegna del cambiamento. "Dobbiamo uscire dal Novecento", ha detto e ripetuto più volte e più volte ha cercato di scrollare di dosso il fin qui diffuso rimprovero che veniva mosso al Pd e a tutta la sinistra, d'essere paradossalmente diventato una forza conservatrice anziché innovativa.

"Non ci potrà mai essere una forza più radicale della nostra" ha detto "perché più radicale del nostro riformismo non ci sarà nulla e nessuno". E citando Mark Twain: "Tra vent'anni sarete più delusi per le cose che non avrete fatto che per quelle che avrete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete i venti con le vostre vele. Esplorate. Scoprite. Sognate".

La platea del Lingotto e probabilmente i democratici militanti e i tanti diventati indifferenti o addirittura ostili per delusione subita, è questo che aspettavano: non di perenne attracco ai porti dove impera il politichese, la conservazione dell'esistente, le rivalità tra capi e capetti, tra galli e galletti, ma il coraggio di fronte alle novità e la capacità di affrontare il mare aperto.

Bersani è un uomo concreto. D'Alema un politico fine. Franceschini un combattente esperto. Enrico Letta un abile diplomatico. All'interno di un recinto. Veltroni ha anche lui queste qualità insieme ai difetti che in tutti rappresentano l'altra faccia dei punti di forza; ma possiede un "in più" che nessuno degli altri ha: è capace di evocare un sogno. Non il sogno dell'utopia, ma quello che emerge dalla realtà.
Si discute spesso del carisma e della sua definizione. Spesso il carisma sconfina nel populismo ed è quello di Berlusconi. Ma ci fu il carisma di De Gasperi, che certo non era un populista, e quello di Berlinguer, quello di Ugo La Malfa, quello di Craxi, quello di Pertini. C'è stato uno specialissimo carisma di Ciampi e quello di Romano Prodi e quello, impalpabile perché volutamente privo d'ogni retorica, di Giorgio Napolitano.

Ebbene, c'è anche un carisma di Veltroni: il realismo che evoca il sogno di un'Italia nuova e di una nuova frontiera. Veltroni ha ricordato nel suo discorso Roosevelt e Luther King e la nuova frontiera kennedyana. Potrà funzionare oppure no il suo carisma, ma nel Pd oggi è il solo che possieda quel requisito e se non lo saprà usare la responsabilità sarà soltanto sua.

* * *
Le sue proposte politiche, economiche, sociali, sono state "offerte" come suggerimenti al gruppo dirigente e agli organi del partito, dei quali si è ben guardato dal mettere in discussione il ruolo. Ma erano suggerimenti così precisi e circostanziati, così "oltre" il politichese corrente da costituire un programma e una strategia.

A partire dall'Europa, che non deve e non può diventare uno Stato, ma deve però esprimere un governo che guidi l'economia del continente e un Parlamento che sia eletto direttamente da tutti i cittadini dell'Unione.

E poi: una politica economica che abbia come obiettivo la crescita, la cultura, la ricerca; una politica finanziaria volta alla riduzione del debito pubblico; un patto con i ceti abbienti per farli contribuire al finanziamento necessario a ridurre il debito con un prelievo patrimoniale diluito in tre anni così come fu fatto nel 1998 con la tassa per l'ingresso nell'euro; una politica dei redditi in favore delle donne, delle famiglie, dei giovani, dei lavoratori, delle partite Iva, delle imprese, ottenuta con sgravi concretamente indicati; il federalismo visto come autonomia delle comunità. "L'Italia - ha detto con molta efficacia - è la comunità delle comunità, un Paese molteplice, la cui molteplicità può essere una grande ricchezza o una grande sventura ma che comunque non potrà mai esser cancellata perché è iscritta da secoli nella nostra storia".

Ha detto anche parole molto chiare sul caso Marchionne, l'altro evento che ha fatto irruzione nella nostra immobile economia. Un'irruzione positiva secondo Veltroni, che ora però dovrà dimostrare la sua capacità di vincere la sfida del mercato con nuovi modelli di auto, nuovi investimenti, un piano industriale adeguato associando però i lavoratori al controllo e alla partecipazione nell'azienda agli utili ed anche al capitale e assicurando la rappresentanza di tutti i lavoratori senza discriminazioni.
Infine la lotta alla mafia e alla corruzione, indicando anche qui gli strumenti concreti per renderla efficace.

****
C'è stata, nel discorso di Veltroni, anche un'apertura a Vendola, un invito a collaborare e a non chiudersi nei veti, nel massimalismo e nell'utopia. In realtà quell'apertura è stata possibile perché Veltroni - così penso io - è il solo nel Pd che possa ridimensionare Vendola. Anche il governatore con l'orecchino è portatore d'un sogno. Se si confronta soltanto col politichese, il sogno di Vendola vince anche se isolerebbe la sinistra in una presenza puramente testimoniale. Ma se il sogno vendoliano e la sua "narrazione poetica" si confronta con un sogno che emerge dalla realtà, allora l'orecchino non basta a fare la differenza anche se può dare un contributo ad un riformismo "ben temperato".

* * *
La risposta di Bersani è stata una presa d'atto all'interno della cornice indicata da Veltroni. Una presa d'atto coraggiosa e costruttiva, l'invito a fare squadra e a vitalizzare le strutture del partito, rinnovandole se necessario, spronando i democratici alla battaglia.

Bersani ha un suo modo di parlare paesano e colloquiale. Dopo il discorso di Veltroni così teso e intenso, faceva uno strano effetto, di quelli che spesso Crozza provoca quando lo imita a "Ballarò". Uno strano effetto ma molto positivo, di chi ricorda che un partito è comunque lo strumento di filtraggio sia della realtà sociale sia del sogno d'una nuova frontiera. Ma su questo non c'era contrasto con Veltroni, che aveva concluso il suo discorso con l'elogio della politica, quella praticata con la maiuscola, come il solo strumento che consenta la realizzazione del bene comune.
Oppure del male comune, come quello in cui il Paese è sprofondato e dal quale deve riemergere se vuole ancora avere un futuro.

Eugenio Scalfari

Da "La Repubblica" del 23/11/11


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22 gennaio 2011
Relazione di Walter Veltroni al Convegno del Movimento Democratico


E’ ancora una volta da qui, da questo luogo, ieri di fatica operaia e oggi di servizi, tecnologia, idee, che vogliamo parlare della nostra Italia. Qui, da questa meravigliosa città che ha esaltato i due tratti fondamentali della nostra peculiarità nazionale, la voglia di intraprendere e lavorare e la grandezza del talento e della creatività.
Da qui, ancora una volta, deve venire una spinta coraggiosa a rendere possibile ciò che oggi rischia di sembrare impossibile.
Da qui deve venire l’indicazione di una luce per uscire dal tunnel e dall’incubo nel quale è precipitato il paese.
In queste ore si è passato ogni segno e la situazione è diventata davvero carica di preoccupazione per tutti coloro che credono nei valori della democrazia e nei valori liberali. E parlo di politica, non di altro.
Un uomo di governo che minaccia i giudici che lo indagano. Sono le agghiaccianti parole pronunciate da Berlusconi nell’ultimo suo messaggio televisivo . Ciò che dava più dolore è che quella espressione minacciosa sulla “punizione” dei magistrati veniva pronunciata davanti alla bandiera tricolore. Nessuno lo può dimenticare: per difendere l’onore di quella bandiera e di questa nazione molti magistrati di Milano, come i loro colleghi di Genova, di Torino, di Roma e come gli eroi semplici di Palermo hanno dato la loro vita.
La situazione in cui l’Italia si trova è davvero grave e pericolosa. Il presidente del consiglio è accusato non di comportamenti, ma di reati, reati gravi. Egli sostiene, per l’ennesima volta, che solo di fandonie e di complotti si tratta.
Ha il diritto di dirlo, anche contro ogni evidenza. Ma non lo deve dire in Tv, facendosi scudo del suo ruolo e utilizzando il suo impero mediatico. Deve dirlo, come ogni cittadino, ai magistrati.
Ha sostenuto che questa volta non lo farà perché la procura di Milano è incompetente. Questa volta? Per non comparire davanti ai magistrati che cercavano la verità ha inventato ogni diversivo possibile, fino a costringere il Parlamento a dedicare buona parte di questa legislatura ad approvare una legge che lo tenesse al riparo dal rischio di dover rispondere alle domande degli inquirenti.
O Berlusconi è in grado di chiarire immediatamente tutto ai magistrati, come è suo diritto ma come dubito possa fare, oppure esiste una sola possibilità. Per una volta pensi a questo paese ferito e colpito. Per una volta pensi a sessanta milioni di cittadini e non a se stesso. Faccia un passo indietro, si dimetta, nell’interesse dell’Italia.
Tornerò più avanti sulle scelte che credo debbano essere compiute in questa delicata fase. Insieme alla preoccupazione, dobbiamo però anche coltivare la fiducia che il paese ora voglia davvero cambiare e ritrovare la serenità perduta.
A distanza di diciassette anni dalla famosa “discesa in campo” di Berlusconi, la promessa di una “rivoluzione liberale”, che modificasse in profondità la struttura del paese, si sta trasformando nel suo esatto opposto.
In mezzo, tra il 1994 e il 2011, c’è il fallimento di ben tre tentativi di governo: tutti e tre salutati al loro insediamento come il vascello che avrebbe finalmente portato l’Italia nel nuovo mondo della modernità, tutti e tre finiti sulle secche, o addirittura colati a picco, con il loro carico di aspettative di cambiamento, appena fuori dal porto.
Più o meno come avvenne alla Wasa, il vanto della marina svedese del Seicento, che si rovesciò e affondò il giorno del varo, davanti agli occhi increduli del re.
E come i maestri d’ascia di Stoccolma tentarono di dare la colpa di quel disastro ad un’improvvisa raffica di vento, così Berlusconi se l’è presa la prima volta coi “ribaltonisti”, la seconda volta con l’11 settembre, la terza volta con la crisi mondiale. E tutte e tre le volte, ovviamente, con la magistratura.
La verità è che la Wasa era mal progettata: aveva un aspetto imponente e un impressionante numero di cannoni, ma non era in grado di tenere il mare. Proprio come il berlusconismo, tanto aggressivo nella propaganda e inarrivabile nella sua potenza di fuoco mediatico, quanto inadatto a governare e a riformare il Paese.
Lo abbiamo scritto a chiare lettere nel documento dei 75 che ha dato vita al nostro Movimento democratico: la radice del suo fallimento sta nel fatto che il berlusconismo è una forma di populismo e il populismo è l’antitesi, la negazione del riformismo.
Ma non siamo venuti qui, al Lingotto, solo per ripeterci che l’Italia sta male e che il berlusconismo è fallito.
Siamo venuti qui anche per interrogarci su cosa possiamo fare noi, noi democratici, quali idee e quali forze possiamo mettere in campo, per dare all’Italia, al nostro Paese, fiducia e speranza nel futuro.
E lo facciamo con l’intento di contribuire positivamente al lavoro di definizione del programma del Pd che è in corso da diversi mesi.
Perché non ci sono scorciatoie. Il miglior modo, forse l’unico modo di accelerare la fine del berlusconismo, è preparare il dopo Berlusconi, la politica di un nuovo ciclo della storia italiana.
Dobbiamo dirci la verità, oggi gli italiani non credono ancora che da noi, dal nostro partito, dal Partito democratico, e più in generale dal centrosinistra, possa giungere la risposta ai loro problemi, ai problemi del paese.
Lo dimostra il fatto che da mesi e mesi, al calo verticale di fiducia nei confronti di Berlusconi, del suo governo e del suo partito, non fa riscontro, come dovrebbe, la crescita di fiducia e di consenso per il Pd, che anzi scende nei sondaggi.
A lungo, non noi, ma molti nel nostro partito hanno pensato che potesse essere una tradizionale strategia delle alleanze a sopperire al nostro calo di consensi. Oggi è chiaro a tutti che non è così.
Solo se il Pd riprenderà a crescere nella fiducia e nel consenso tra gli elettori, potrà trovare sulla sua strada anche le alleanze necessarie.
E solo un Pd che sappia proporre agli italiani una visione del futuro, un progetto coraggioso di cambiamento e una proposta di governo autorevole, credibile e affidabile per realizzarlo, può tornare a crescere, a riconquistare le menti e i cuori degli italiani.
Fino a rendere realistico l’obiettivo di diventare il primo partito del paese, il promotore e il protagonista di quel ciclo riformatore, solido e duraturo, che l’Italia non ha mai conosciuto nella sua storia.
Tre sono le condizioni perché la proposta dei democratici possa rivelarsi una via concreta e realistica.
La prima è quella di liberarci dalla tentazione di opporre al populismo berlusconiano un altro populismo, uguale e contrario.
Il populismo di destra non si batte col populismo di sinistra, ma con il riformismo, con la costruzione delle condizioni necessarie a dare nuova forma alla convivenza civile.
La seconda condizione è quella di affrancarci dall’illusione frontista, dalla coazione a ripetere la fatica di Sisifo di costruire schieramenti eterogenei, accomunati solo dall’essere “contro” l' avversario, ma incapaci di reggere la prova del governo.
L’esperienza dovrebbe averci insegnato che non si vince senza una credibile proposta di governo e non si governa senza coesione politica e programmatica.
La terza condizione è il coraggio dell’innovazione. Il motto dei democratici non può essere “difendere”, ma “cambiare”.
Questo non è nuovismo, è realismo: in un mondo nel quale tutto cambia velocemente, se i democratici si chiudono in difesa non potranno impedire il cambiamento.
Semplicemente, dovranno rassegnarsi a subirlo, a vederlo procedere sulla base di valori e interessi altrui, anziché essere loro, almeno in parte, a produrlo, a guidarlo, a orientarlo.
La grande crisi finanziaria, economica, occupazionale ci pone di fronte a nuove sfide, per affrontare le quali non sarà la nostalgia di Ulisse ad aiutarci, il suo struggente desiderio di tornare a casa, ma piuttosto la speranza di Abramo, il suo sofferto coraggio di mettersi in cammino verso cieli e terre nuove.
Il novecento è finito, davvero. E anche modi di pensare, categorie culturali e politiche che lo hanno attraversato non bastano più a leggere gli sconvolgenti mutamenti di questo nuovo tempo della storia.
La crisi finanziaria e la grande recessione di questi anni hanno decretato la fine del paradigma neo-conservatore, che aveva fatto dell’aumento delle disuguaglianze il motore della crescita. Ma non segnano il ritorno di vecchi modelli di pensiero.
La vittoria di Obama e i grandi cambiamenti che sta producendo in America e nel mondo, ci dice che davanti a noi si è aperta la possibilità di dar vita ad una fase nuova, che veda protagonisti i democratici, la loro cultura politica, il loro ideale storico concreto: coniugare in modo innovativo, nella democrazia, crescita economica, uguaglianza sociale e qualità ambientale.

1. Vogliamo eleggere il Presidente degli Stati Uniti d’Europa

L’Europa è stata l’architrave della stagione dell’Ulivo e del primo governo Prodi, una delle poche, vere e purtroppo brevi stagioni riformatrici che abbia conosciuto l’Italia. Un governo del quale fu protagonista, con la sua meravigliosa eleganza intellettuale e la sua probità, Enrico Micheli. Un amico sincero che ricorderò, sempre, con grande affetto.
Al banco di prova della crisi, l’Europa guidata da esangui governi moderati, assediati da destre populiste, si è dimostrata divisa, spenta, incapace di fornire risposte comuni.
L’Unione europea ha bisogno di scelte politiche coraggiose. Perché la crisi dell’Euro chiarisce i termini della questione: o si abbandona la moneta unica, o si va avanti, verso una vera unione economica e in definitiva verso una vera unione politica.
L’accordo raggiunto in seno al Consiglio europeo, per una nuova governance economica è un passo avanti importante.
D’ora in avanti manovre finanziarie e riforme economiche dovranno essere concertate tra i governi e con la Commissione.
Ma difficilmente avrà successo la politica di stabilità senza una politica europea di sviluppo.
Il rilancio della proposta Delors, di istituire un fondo europeo per grandi investimenti, finanziato attraverso l’emissione di Eurobond
, è dunque un passaggio di vitale importanza.
E la proposta avanzata dal presidente dell’Eurogruppo Junker insieme al ministro Tremonti, che riprende un’idea di Mario Monti, sulla gestione europea del debito pubblico è un segnale interessante e positivo.
Come sempre accade per l’Europa, ogni progresso apre nuovi problemi e presenta nuove sfide.
Se, come sta avvenendo, la sovranità della politica economica si sposta dagli stati membri all’Unione, non si può non porre il tema di chi la esercita.
Se non vogliamo che la eserciti lo Stato più forte, dobbiamo dare all'Europa non uno Stato – perché l'Europa è costitutivamente “poliarchica” – ma un’autorità di governo: che sappia far valere il punto di vista europeo di fronte al riemergere di spinte intergovernative e nazionaliste; che superi il deficit di democrazia che allontana i cittadini europei dall’Unione; e che consenta finalmente all’Europa di parlare nel mondo globalizzato e multipolare con una voce sola.
Di fronte all’affievolirsi delle ragioni costitutive del processo di integrazione, di fronte all’afasia delle famiglie politiche europee, è venuto il momento di “dare un volto alla democrazia europea”, come suggeriva Tommaso Padoa-Schioppa.
I tempi sono maturi per porre al centro dell’agenda politica europea, attraverso una iniziativa determinata dell’Italia, paese fondatore, il paese di De Gasperi e di Spinelli, l’obiettivo storico dell’elezione popolare diretta del Presidente degli Stati Uniti d’Europa.
Penso che i democratici debbano fare di questo grande obiettivo una loro bandiera, attorno alla quale intraprendere una battaglia politica, culturale, civile, in Italia e in Europa.
La strada è in salita, ma va nella direzione della storia: l’alternativa, per l’Europa, per i paesi e i popoli europei, è la disgregazione e la subalternità nel mondo.

2. Facciamo come la Germania: un’Agenda 2020 per l’Italia

Entrando nell’Euro, l’Italia si è impegnata a ridurre il debito pubblico ed ha rinunciato per sempre a usare la svalutazione della moneta.
E invece ha mancato entrambi gli obiettivi.
E’ ora di cambiare strada. Lo dobbiamo a noi stessi. Lo dobbiamo agli italiani che soffrono di più, che fanno più fatica a lavorare e a vivere.
E lo dobbiamo in particolare ai giovani, ai nostri figli, ai quali non possiamo lasciare in eredità pesi e vincoli, che rendono sempre più chiuso e buio il loro futuro.
Solo una stagione di riforme può liberare le energie presenti nella società italiana e mettere a valore le grandi risorse delle quali dispone, per investirle in un programma innovativo di crescita economica solida e di qualità sociale elevata, battendoci contro tutti i conservatorismi, quelli di destra e quelli di sinistra.
Del resto, il successo della Germania, invidiato in tutta Europa, è in gran parte figlio del riformismo coraggioso del governo Schroeder-Fischer.
Altro che sconfitta strategica della “terza via”. E’ stato grazie alle scelte compiute dal governo rosso-verde con la famosa Agenda 2010, allora tanto contestata, che la Germania della signora Merkel può oggi raccogliere frutti in modo puntuale e in misura copiosa.
Noi vogliamo che l’Italia si metta a “fare come la Germania”: dobbiamo darci una nostra Agenda 2020, un pacchetto di riforme chiare e precise che, nell’arco di un decennio, consentano risanamento finanziario e dimezzamento del debito, crescita sostenuta dall’aumento della produttività, in un contesto di maggiore giustizia sociale e di sostenibilità ambientale.

3. Portiamo il debito a quota 80 per cento

Noi democratici dobbiamo essere in prima fila nel definire e nel proporre un piano credibile per ridurre il volume globale del debito, entro il 2020, all'80 per cento del Pil.
Raggiungere questo ambizioso risultato è difficile, ma è necessario ed è possibile, dunque è doveroso: attraverso un’azione in tre mosse.
La prima è una vera e propria rivoluzione sul versante della spesa pubblica corrente primaria. Nonostante tutti i tagli lineari di Tremonti, nell’ultimo decennio è cresciuta in media del 4 per cento l’anno. Dobbiamo invece porci l’obiettivo vincolante di farla aumentare annualmente della metà della crescita del prodotto nominale: ad esempio, se il Pil cresce del 2, la spesa non può crescere più dell’1.
La strada maestra non sono i ”tagli lineari”, ennesima prova dell’idiosincrasia a scegliere, ma un vero “piano industriale di ristrutturazione” del settore pubblico che abbia come obiettivo chiaro ed esplicito: “fare meglio con meno”.
Serve una revisione di tutta la spesa, settore per settore. Nulla più deve essere dato per scontato. Nulla si deve continuare a fare in un certo modo solo "perchè si è sempre fatto così". Tutto deve essere trasparente e valutato. Carriere e stipendi di tutti, in alto come in basso, vanno legati alla valutazione dei risultati.
Abolizione delle province nelle città metropolitane; un solo Ufficio territoriale del Governo; un solo istituto di previdenza; un nuovo modello di difesa, integrato in Europa, con meno uomini, e mezzi più sicuri ed efficaci.
E l’introduzione del tempo come nuovo paradigma del pubblico. I cittadini hanno diritto a scadenze certe: per una pratica, per una sentenza, per una concessione.
La seconda mossa è la valorizzazione del patrimonio pubblico: un asset che vale quanto il debito.
Di recente, per finanziare spesa corrente, si è fatto come i nobili decaduti, che vendono ali del castello per sostenere un tenore di vita che non possono più permettersi.
Quella che proponiamo qui è una strada radicalmente diversa: una quota significativa del patrimonio pubblico va conferita ad un'apposita Società, partecipata dal sistema delle Autonomie, che la paga finanziandosi sul mercato e recando a garanzia il patrimonio ricevuto.
Tutte le risorse acquisite, dal primo all’ultimo centesimo, sono usate dallo Stato per ridurre il debito, mentre la Società sarà libera di valorizzare il patrimonio come meglio crederà, fermi restando i vincoli culturali, ambientali e storico-paesaggistici.
E’ solo in questo contesto, di rigore nella spesa, e di valorizzazione degli asset pubblici, che può entrare in campo anche la terza mossa.
La Banca d’Italia ha certificato di recente che il decimo più ricco della popolazione italiana – attenzione: in termini di patrimonio, non di reddito – possiede quasi la metà del patrimonio privato italiano, che nel suo insieme ammonta a circa il triplo del debito pubblico.
Proprio qui al Lingotto, citando Olof Palme, io dissi e confermo che noi democratici non siamo contro la ricchezza, ma contro la povertà. La ricchezza, per noi, non è una colpa da espiare, ma un legittimo obiettivo da raggiungere.
Ma la ricchezza non può non essere anche una responsabilità da esercitare. Perché se vogliamo essere davvero una comunità, è giusto che chi ha di più contribuisca di più ad uno sforzo collettivo che ha come scopo un interesse fondamentale di tutto il paese.
E’ per questo che io penso che un governo riformista degno di questo nome potrebbe credibilmente rivolgere al decimo più fortunato degli italiani un discorso di questo genere:
«Il debito pubblico è un cancro che divora il futuro del nostro paese. Io sto facendo ciò che è possibile e necessario per debellarlo: ho messo in ordine i conti e in valore il patrimonio pubblico. Per abbattere il debito più rapidamente, ho bisogno del vostro aiuto: vi chiedo un contributo straordinario per tre anni per far scendere il debito in modo rapido verso dimensioni più rassicuranti».
Quando i cittadini decisero di pagare l’Eurotassa tutti compresero che era necessaria, doverosa, utile. Un governo autorevole, dentro una manovra credibile come quella illustrata, potrebbe ripetere, in altri termini, il miracolo compiuto dal governo dell’Ulivo.
L’Italia si libererebbe finalmente dalla morsa del debito e si renderebbero disponibili risorse imponenti, oggi bruciate per pagare gli interessi, che potrebbero essere invece impiegate per gli investimenti e quindi per la crescita, per le politiche sociali e dunque per l’uguaglianza.

4. Per il lavoro: produttività, contrattazione, partecipazione

L’Italia non riprenderà a crescere se non si libererà dalla morsa del debito. Ma anche viceversa: non sarà possibile liberarsi dal debito, se non riprendendo a crescere.
Anche su questo versante c’è poco da difendere e molto da cambiare, quando la struttura economica di un paese è caratterizzata da bassa produttività, bassi salari e bassa occupazione, mentre ad essere alta è solo la precarietà.
La situazione va radicalmente rovesciata, con un nuovo patto tra produttori: per far crescere insieme la produttività, i salari e l’occupazione e per ridurre la precarietà mediante un forte sistema di flexicurity.
Per questo dobbiamo riaffermare la vocazione industriale e manifatturiera del nostro paese, insieme all’apertura del nostro mercato agli investimenti esteri.
Per questo il successo dell’operazione Fiat-Chrysler, con la nascita e il consolidamento sul mercato mondiale di una grande multinazionale dell’auto, fortemente radicata in Italia, è di importanza strategica per il futuro del paese.
E per questo abbiamo espresso un convinto consenso ai pur difficili e dolorosi accordi su Pomigliano e su Mirafiori.
Sono accordi che chiedono un supplemento di impegno, di fatica, di disciplina, a lavoratori che già vivono condizioni di lavoro pesanti, in cambio di retribuzioni certamente inadeguate.
A quei lavoratori, al loro “si” contrastato e sofferto, pensiamo debba andare il rispetto, l’ammirazione, la gratitudine di tutti gli italiani. Così come occorre comprendere le ragioni del no e con esse dialogare.
Senza gli accordi non ci sarebbe stato l’investimento: Napoli, Torino, l’Italia avrebbero visto ridimensionata una presenza industriale che deve invece essere confermata e rilanciata.
Con gli accordi, Fiat ora è chiamata a confermare ed estendere il suo radicamento in Italia.Ed è chiamata a mostrare la sua forza inventando prodotti competitivi sui mercati.
Con gli accordi, per i sindacati, la cui unità non dobbiamo mai smettere di cercare e promuovere, per le imprese e per la politica, si è aperta una fase nuova, una stagione paragonabile a quella in cui si affermò una nuova legislazione del lavoro, ormai decine di anni fa.
E’ un tempo per i riformisti, quello che ora si può e si deve aprire.
Prima di tutto: nuove relazioni industriali. L’approvazione degli accordi per la nuova Fiat accelererà la tendenza allo spostamento del baricentro della contrattazione collettiva dalla dimensione nazionale verso i luoghi di lavoro.
E’ quindi ancor più necessario e urgente costruire un nuovo modello di relazioni sindacali e ridefinire, in questo contesto, le regole della rappresentanza, per fare non meno, ma più contrattazione collettiva, in un contesto sicuro di diritti e doveri per ciascuna organizzazione.
La via maestra è quella di un accordo interconfederale, eventualmente tradotto poi in norma di legge. Ma sono tredici anni che se ne parla.
Ha quindi ragione Pietro Ichino, quando propone, in carenza di accordo, di approvare una legge, che attribuisca in modo alla coalizione sindacale maggioritaria il potere di negoziare con efficacia per tutti e al sindacato minoritario, anche se rifiuta di firmare, non il potere di veto, ma il diritto alla rappresentanza in azienda.
Ma c’è una questione ancora più grande che è tempo di affrontare senza gli schemi ideologici di una storia passata. Cominciammo a farlo nel programma elettorale del 2008. Si chiama partecipazione dei lavoratori alla vita dell’azienda.
E’ ora e tempo di dare attuazione all’articolo 46 della Costituzione: un articolo frutto della convergenza riformatrice di due personalità del rilievo e della statura di Giovanni Gronchi, che fu l’estensore del testo dell’articolo, e di Giuseppe Di Vittorio, che lo sostenne e lo difese contro gli opposti conservatorismi ideologici della destra liberale e del radicalismo di sinistra, “attribuendo al concetto di collaborazione il significato di partecipazione attiva dei lavoratori alla gestione dell’azienda e quindi allo sviluppo dell’azienda stessa nell’interesse dei lavoratori e del paese”.
Partecipazione significa diritto di accesso dei lavoratori, rigorosamente basato sul principio contrattualistico, alle informazioni sull’andamento dell’impresa ed eventualmente anche partecipazione agli organi di controllo della gestione, partecipazione al capitale, senza escludere quella agli utili.
E’ attraverso la partecipazione nella gestione dell’impresa, che i lavoratori possono condividere con il management la “scommessa” legata a piani di sviluppo innovativi, che chiedono grandi investimenti in capitale e lavoro e pretendono da entrambi forti dosi di condivisione del rischio.
Se il piano ha successo e gli obiettivi produttivi vengono conseguiti, deve risultarne direttamente influenzato l’assetto retributivo, sia dei lavoratori, sia del management, a partire dal leader dell’azienda.
Ma voglio, a questo punto, dire con chiarezza: basta con esagerate stock-option e premi milionari per i manager, esercitabili senza vincolo temporale e centrati sui risultati finanziari e speculativi di breve periodo, anziché su quelli industriali, con l’inevitabile, conseguente conflitto d’interessi, fonte di sospetti e di sfiducia.
Anche a questo proposito Obama ci fornisce un riferimento prezioso. Negli Usa, il presidente ha potuto e dovuto agire sugli emolumenti scandalosi dei top-manager delle banche salvate coi soldi dei contribuenti.
Qui in Italia, possiamo limitarci a chiedere che alla Fiat anche il contratto di Marchionne sia legato, come quello dei lavoratori, al successo di lungo periodo del piano Fabbrica Italia.

5. Contro la precarietà, un diritto unico del lavoro

In quasi tutti i settori produttivi, oggi - nella nostra Repubblica fondata sul lavoro - possono esistere aziende importanti con pochissimi lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato e una enorme massa di lavoratori di serie B, C e D.
Un apartheid che per i giovani significa il dramma dell’insicurezza e la paura del futuro.
Ai lavoratori precari, in particolare giovani, non basta rivolgersi con proposte di ordinaria manutenzione del nostro diritto del lavoro, magari accompagnate da un immediato, forte aumento dei contributi previdenziali.
Bisogna puntare risolutamente al bersaglio grosso, ora, subito. Perché è in gioco il destino di un'intera generazione e perché la Grande recessione ci ha fatto toccare con mano l'intollerabilità etico-politica e l'inefficienza economica di un sistema di diritti e tutele del lavoro così pesantemente discriminatorio verso la sua parte più debole.
Questo è il tempo di una battaglia per l'adozione di un “diritto unico del lavoro”, che possa applicarsi a tutti senza compromettere la competitività delle nostre imprese.
Non si tratta di intaccare o modificare la posizione di chi ha già un rapporto di lavoro stabile. Si tratta di offrire a tutti quelli che si affacciano oggi al mercato del lavoro qualcosa di molto migliore di ciò che il regime di apartheid attuale offre loro.
Si può fare, si deve fare adesso.

6. Un fisco a favore del Quinto Stato, delle donne e della famiglia

Anche a proposito del fisco c’è poco da difendere e molto da cambiare.
L’azione di riforma fiscale deve essere iscritta, pena il suo fallimento, in un contesto di riqualificazione e riduzione della spesa pubblica. Con l’occhio rivolto, al tempo stesso, alla qualità sociale e alla produttività del sistema. Tre esempi basteranno, per dare l’idea.
Il primo: l'allarme è stato di recente rilanciato dal Manifesto del Quinto Stato di ACTA, l'associazione dei lavoratori/partite IVA del terziario avanzato, che denunciano le distorsioni di un sistema fiscale che non riconosce la loro specificità. Il nostro sistema è infatti organizzato solo attorno alle due tradizionali componenti: lavoratori dipendenti e autonomi.
E’ ora che irrompa, per ragioni di giustizia e di equità, questo nuovo soggetto: i lavoratori delle partite Iva, tanta parte del tessuto produttivo italiano.
Il secondo. La risorsa meno valorizzata nel nostro paese è quella rappresentata da milioni di donne giovani, mediamente più istruite e impegnate dei loro coetanei maschi, che vorrebbero lavorare fuori dalle mura domestiche, ma non ci riescono. Al punto che si scoraggiano, specie nel Sud, e smettono addirittura di cercare.
Certo: non c’è la misura di politica economica e fiscale capace da sola di innalzare la partecipazione delle donne alle forze di lavoro: dall’attrazione di investimenti diretti esteri fino alle strutture per la conciliazione, serve un insieme coerente di politiche.
Ma credo che ci sia bisogno di uno shock: a parità di tutto il resto, il reddito da lavoro di una donna, che sia dipendente o autonoma, deve essere tassato con un’aliquota significativamente più bassa di quello, identico, di un lavoratore maschio.
Il terzo. C’è bisogno del pieno riconoscimento della famiglia come soggetto fiscale. Il modo più concreto e corretto per farlo è raccogliere la proposta avanzata dal Forum delle associazioni familiari e che va sotto il nome di “no-tax area familiare”.
Dal prelievo Irpef verrebbe detratta una quota esente per ciascun membro della famiglia. E' una proposta giusta e realista perché può essere adottata progressivamente, a partire dal basso, e non presuppone una immediata modifica di tutto il sistema fiscale.

7. La bellezza è sviluppo

E’ vero, viviamo nella competizione globale, e tutto si può clonare e delocalizzare. Ma non qualcosa che è scritto nell’ identità italiana. E’ ciò che ci ha fatto grandi e amati nel mondo.
Perché prima di essere il paese del Bunga Bunga, noi siamo stati e siamo rispettati all’estero per quello che abbiamo dato all’umanità. Perché siamo una nazione abituata a convivere con la bellezza. Le nostre piccole chiese di provincia che contengono un Piero Della Francesca e le aree archeologiche che si incastrano nei moderni centri cittadini. Da noi si vede il tempo della civiltà umana, tutto intero. E poi siamo la poesia di Dante, la musica di Verdi, la scultura di Michelangelo. Il cinema di Fellini, il teatro di Eduardo, le parole di Elsa Morante. Siamo un talento che non finisce e che esplode dovunque può: nella moda come nell’automobilismo, nell’architettura come nel design. So che oggi è difficile dire quello che sto per dire. Ma tanto più è necessario farlo. Che fortuna essere italiani e che bello è il nostro paese.
Ma tutto questo la politica di oggi lo considera inutile. “La cultura non si mangia”, sia stato detto o no, è la sintesi più felice dell’idea di paese che ha la destra. La cultura si respira e rende la vita di ciascuno più piena. E allora il futuro dell’Italia deve scoprire come vocazione identitaria l’investimento sulla bellezza. E’ lì una quota importante del nostro ruolo nell’economia globale.
Aiutare chi lavora sulla creatività, sostenere un clima di vitale energia e di infinita ricerca. E non c’è bisogno di usare i finanziamenti a pioggia. Opportunità fiscali e innovazione, tanto basta.
Sostenere chi insegna, perché la società moderna è fatta soprattutto, in ogni campo, di buoni maestri. Come avete sentito fino ad ora, si può e si deve spendere di meno su tutto. Tranne che per la scuola, l’Università, la ricerca. Perché il sistema formativo deve diventare il centro della società del futuro. Si deve spendere anche di più, ma si deve spendere meglio. Facendo leva sull’autonomia, il merito, la rigorosa valutazione dei risultati.
E poi la produzione culturale, industria e talento diffuso. E il turismo, che è ricchezza e prestigio.
E l’ambiente, che con il femminismo e internet è stata la vera rivoluzione culturale che ha cambiato il nostro rapporto con la vita e con le persone.
Ma l’ambiente è risorsa di crescita, è lavoro, è ricchezza diffusa.
Il 30 per cento delle Pmi nel 2009 hanno investito sulla green economy (il 45% di quelle che esportano e innovano). Sostenere attraverso crediti d’imposta lo sviluppo di questa filiera innovativa, per esempio consentendole per questa via un più facile accesso alla ricerca, è un investimento sul futuro.
Come lo è la stabilizzazione ed estensione dell’ecobonus del 55 per cento in edilizia. Questa misura ha prodotto, secondo l’Enea, un volume stimato al dicembre 2010 di 11 miliardi di euro per 843 mila interventi.
La nuova frontiera potrebbe essere oggi quella di un piano per la messa in sicurezza antisismica degli edifici, indispensabile per il paese e in grado di mobilitare capitali privati diffusi.
Eccola, l’ Italia nel mondo. La bellezza che si fa ricchezza. Il talento che diventa crescita diffusa.

8. La comunità, forma di convivenza e di organizzazione sociale.

La nostra società non può crescere attorno ad un’idea astratta, teorica, immateriale di individuo, isolato, sovrano ma solo.
Dobbiamo riscoprire tutta la bellezza di una parola: “comunità”. Parlo di una comunità non identitaria, né unita da una particolare dottrina morale o da una sola concezione di che cos’è umano.
Una comunità politica, come suggerisce Ronald Dworkin, non va intesa come una macropersona, un’entità omogenea; ma come un’orchestra, un’entità composta da tanti individui che suonano insieme.
La politica deve riconoscere questa dimensione fondante del nostro vivere civile. E devono farlo i democratici: il riconoscimento che c’è una terza dimensione tra lo Stato e il mercato e tra lo Stato e l’individuo, una dimensione sociale e comunitaria, è anzi una delle ragioni più profonde della diversità dei democratici dalle culture della sinistra del novecento.
L’Italia è ricchissima di comunità, perché l’Italia è innanzi tutto una comunità di comunità. L’Italia è famiglie, territori, municipi, campanili, piccole imprese, cooperative, associazioni, volontariato.
Tra i cambiamenti radicali e forse irreversibili che la crisi globale ci consegna, uno dei più importanti è l’impossibilità di contare solo su risorse pubbliche statali, o per altri versi private di mercato, sia per sostenere lo sviluppo, che far fronte ai nuovi bisogni.
Nessuno può oggi pensare ad una ripresa dell’economia italiana che non faccia leva innanzi tutto sui “piccoli”, su quel fitto tessuto di medie, piccole e piccolissime imprese che sono la principale fonte di reddito, di occupazione, di esportazione del paese.
Un sistema di imprese che da sempre fonda il suo successo su una cultura partecipativa e cooperativa, nella quale l’imprenditore, come dicemmo proprio qui al Lingotto, è egli stesso lavoratore, perché spesso è un ex-operaio e vive faticosamente del suo lavoro.
Ce lo insegnano da più di un secolo migliaia di cooperative, ma ce lo hanno testimoniato di recente i tantissimi piccoli imprenditori che hanno sacrificato non solo il profitto, ma perfino il patrimonio personale pur di non chiudere l’azienda e pur di pagare lo stipendio ai dipendenti, pur di continuare a svolgere la loro funzione sociale, nella loro comunità locale.
Un tessuto così vivo e solidaristico di economia comunitaria va considerato una risorsa preziosa per fronteggiare in modo attivo anche la contraddizione tra la crescita dei bisogni sociali e la crisi fiscale dello Stato.
In Italia, nel 2025, avremo due milioni di anziani in più di oggi. Sull'altro estremo della scala demografica, un ventenne italiano su 5 è ridotto a “non far nulla”. Non studia, non ha un lavoro e non lo cerca attivamente. È di fronte a noi la prospettiva dello “stritolamento” di un’intera generazione.
Come ha scritto Maurizio Ferrera: “il Welfare statale non viene messo in discussione nella sua insostituibile funzione redistributiva, ma deve essere integrato dall'esterno laddove vi sono bisogni e domande non soddisfatte”.
Non il “fai da te”, spesso poco efficace e troppo costoso. Ma il “fare insieme”, attraverso nuovi strumenti di investimento sociale – con incentivi fiscali rivolti alle associazioni e alle organizzazioni no-profit – che agiscano in questa sorta di “secondo Welfare” comunitario.
Campo di applicazione prioritario: gli asili nido e l'assistenza agli anziani non autosufficienti. Due interventi capaci non solo di “fare uguaglianza”, ma anche di favorire la crescita dell'efficienza economica, liberando all'attività produttiva extra domestica la voglia di fare, l'intelligenza e lo spirito di sacrificio di milioni di donne oggi schiacciate dalla squilibrata concentrazione sulle loro spalle delle attività di cura.
Fissato il controllo di qualità e il quadro delle regole da parte della mano pubblica, per il resto sia prioritario il bisogno del cittadino e la società sia libera di esprimere la propria capacità di promozione e di organizzazione. E lo Stato la promuova e la favorisca fiscalmente.
Sussidiarietà, coesione, comunità, territorio. Persone, famiglia, cultura comune. Non avremo risorse per molte politiche statali, dobbiamo quindi puntare di più sulla società “buona”. Perché l’ Italia torni ad essere una comunità, come fu nel suo momento migliore: quello della ricostruzione dopo le macerie della guerra.

9. Diritti, doveri, legalità

Un’idea di comunità così intesa ci consente di mettere insieme i diritti e i doveri, i legami con gli altri e l’autonomia individuale.
Il tema dei diritti è da sempre nel dna dei democratici. Senza la cultura democratica, i diritti umani e civili, dei popoli e degli individui, non avrebbero potuto avanzare come hanno fatto. Per i diritti di ognuno, e in particolare degli ultimi, dei più deboli, degli indifesi, per la libertà religiosa, ci siamo sempre battuti, ci battiamo e ci batteremo. Come contrasteremo ogni forma di discriminazione, compresa quella, purtroppo oggi crescente, basata sugli orientamenti sessuali delle persone.
Penso anche ai diritti degli immigrati: quelli che sono residenti legali nel nostro Paese, che lavorano e pagano le tasse, che formano famiglie e partecipano in tanti modi alla vita della comunità nazionale. A questi immigrati non è riconosciuto alcun diritto politico e spesso anche l’esercizio della libertà religiosa è ostacolato. A loro, ai nostri nuovi cittadini,va assicurato, come abbiamo proposto, un rigoroso percorso di autentica cittadinanza,a cominciare dal voto alle elezioni amministrative.
La lotta per i diritti si è storicamente identificata, in Europa come in America, con la politica democratica. E fatemi salutare con sollievo il fatto che finalmente un uomo di Stato , non per caso il democratico Obama, abbia avuto il coraggio di ricordare alla potente Cina che devono avere un ruolo, insieme alla crescita del pil, i diritti umani e le libertà, a cominciare da quella politica del premio Nobel Liu Xiao Bao e da quella religiosa e civile del Dalai Lama.
Ma il tema dei diritti, per quanto importante per noi, non può essere esclusivo.
Al riconoscimento degli individui da parte della comunità deve corrispondere il riconoscimento della comunità da parte degli individui. Ai diritti devono corrispondere i doveri.
Non c’è bisogno di arrivare fino a Gandhi, quando diceva che “la vera fonte dei diritti è il dovere. Se adempiamo ai nostri doveri, non dovremo andar lontano a cercare i diritti”.
E’ sufficiente, molto più che sufficiente, guardare alla prima parte della nostra Costituzione, a quei principi che affermano diritti e doveri inscindibilmente legati tra loro e fondamento della nostra democrazia.
Ecco il passo in avanti che bisogna fare: non è più possibile pensare che mentre i diritti sono libertà, i doveri sono un obbligo.
Ci sono, semplicemente, quelle norme di volontaria auto-limitazione delle proprie azioni senza le quali la libertà sarebbe selvaggia, e diventerebbe legge della giungla, sopruso e sopraffazione dei moltissimi più deboli da parte dei pochi più forti.
Questo si chiama rispetto della legge. Si chiama legalità.
L’aria che permette a una società di respirare. Un ossigeno che in questi anni c’è mancato. Se la parabola politica di Berlusconi volge al termine, noi dovremo invece fare i conti ancora per molto tempo con i guasti del berlusconismo.
Con le tossine di una “cultura” impregnata di egoismo, di individualismo esasperato, di dispregio dell’identità e della dignità delle donne, di totale subordinazione del bene pubblico agli interessi privati. Di una illegalità diffusa, penetrata come mai nel profondo del nostro tessuto sociale.
Mi vengono in mente alcune parole di qualche anno fa di Antonino Caponnetto: “Certi modi di pensare”, diceva, “sono ormai così diffusi da sembrare normali, ed invece non per questo cessano di essere distorsioni, forme patologiche. Allora la scelta diventa se aderire alla patologia o salvarsene. Reagire”.
E’ questa l’alternativa che abbiamo di fronte. Ed è questo il compito, vorrei dire la missione, alla quale più di altri sono chiamati i democratici.
Reagire, diceva Caponnetto. E allora si tratta per prima cosa di reagire all’idea che le mafie debbano continuare a tenere prigioniere intere aree del nostro Paese. E badate: non stiamo parlando sempre e solo del Sud.
Qualche giorno fa, componenti del clan calabrese dei Macrì sono stati scoperti mentre progettavano l’uccisione di alcuni carabinieri in provincia di Imperia. Il motivo, in base alle intercettazioni? Bisognava dar loro una lezione, perché si stavano “allargando troppo”. A questo siamo arrivati: è lo Stato che si “allarga troppo” quando contrasta, come fanno con coraggio ogni giorno magistrati e forze dell’ordine, la criminalità organizzata.
Reagire, allora, significa colpire le mafie, le organizzazioni criminali, in ciò che hanno di più caro, mirando alle risorse finanziarie, confiscando loro i beni. Significa predisporre strumenti e politiche di controllo più efficaci quando si tratta di opere pubbliche e di appalti. Significa “riprendere il territorio”, per usare un’espressione cara a Don Luigi Ciotti. Significa sostenere lo sviluppo e la modernizzazione del Sud.
Nella pubblica amministrazione regole certe e rigorose in materia di contratti, di acquisti e forniture, di progettazione di lavori pubblici, di reclutamento del personale. E snellimento della burocrazia, perché non ci vuole molto a capire cosa può nascondersi dietro la necessità di un imprenditore di dover bussare a venti porte di venti uffici diversi per avere un permesso.
La politica e le istituzioni devono essere le prime ad assicurare pulizia e trasparenza al loro interno. Va spezzato ogni legame. Va cancellata ogni minima contiguità. Nella scelta dei gruppi dirigenti, al momento delle candidature, non deve succedere che la mafia possa minimamente influire o condizionare. E, per essere chiari, se una forza politica candida un condannato per reati collegati alla mafia deve decadere immediatamente il finanziamento pubblico del partito. Così vediamo.
E ci sono anche possibili meccanismi di autoriforma, se davvero si vuole. Non è che tutto debba per forza essere rimandato all’accertamento della responsabilità penale, cosa che ovviamente resta fondamentale.
C’è una specie di apologo, raccontato una volta da Gian Carlo Caselli, che rende in maniera molto semplice ed efficace ciò che intendo dire. Se chiunque di noi invita a cena qualcuno e poi si accorge che questo qualcuno se ne è andato portandosi via le posate, beh, questo signore lo denunciamo. Ma per non invitarlo più a casa nostra non è che aspettiamo la conclusione del processo. Non lo invitiamo più e basta. La domanda con cui concludeva Caselli era: quanti sono invece nel nostro Paese quelli che, anche se trovati con le posate in tasca, nella vita pubblica continuano ad essere invitati, a sedersi a tavola e a banchettare come se niente fosse?

Il riformismo, l’unica chance.

Come avete visto, non abbiamo parlato, non abbiamo voluto farlo, dei tanti e diversi temi che freneticamente occupano, ogni giorno, il dibattito politico del nostro Paese. In una perenne sensazione di fragilità.
Siamo come intrappolati in un eterno presente senza spessore e prospettiva. La dimensione del progetto non ci appartiene più. La capacità di guardare lontano, di avere una visione, quella che permise alla nuova classe dirigente di rimettere in piedi l’Italia dopo la guerra e poi negli anni successivi di farla crescere e di portare il primo benessere nelle case degli italiani, non è di questo tempo.
Lo sport preferito delle nostri classi dirigenti, e non parlo solo di quella politica, perché purtroppo ogni campo della nostra vita pubblica è colpito dallo stesso male, è rimandare la soluzione di ogni problema sulle spalle dei futuri cittadini. C’è una decisione difficile da prendere? Meglio rinviare. Servono risorse? Utilizziamo quelle disponibili, non importa se in modo sconsiderato e se presto finiranno.
Oggi è così, e domani si vedrà. Anzi: vedranno.
E’ anche da qui, dalla consapevolezza di tutto questo, che passa il disamoramento dei cittadini, dei giovani per primi, per la politica e per tutto ciò che è dimensione pubblica.
E’ su questo crescente distacco che punta e che fa presa quel populismo demagogico che è il cuore, l’essenza del berlusconismo
La democrazia non può essere rinvio, non è scansare i problemi, come faceva don Abbondio con i sassi che incontrava sulla strada.
La democrazia è decisione. Partecipata, ma decisione. Perché la democrazia è responsabilità. E la politica democratica è costruzione del consenso attorno alle scelte più giuste, perché lungimiranti.
Non c’è niente di più pericoloso, per la democrazia, del divorzio tra decisione e partecipazione: uno dei segni più inquietanti del nostro tempo. E il riformismo, che sfida conservatorismi e privilegi, più di ogni altro ha bisogno di democrazia che decida.
Solo pochi anni fa, sembrava che l’onda democratica, che stava travolgendo i regimi totalitari e autoritari di tutto il mondo, fosse una forza inarrestabile.
Oggi dobbiamo essere più cauti: la democrazia fatica a farsi strada in metà della popolazione mondiale. Si affermano modelli che sono definiti con un ossimoro: democrazia autoritaria.
Si va diffondendo l’idea che la democrazia è un ostacolo alla decisione veloce. E poiché la velocità è una risorsa strategica del nostro tempo, se si deve scegliere tra la decisione veloce e la democrazia, il rischio è che si sacrifichi la democrazia.
Ne aveva parlato, con profetica lucidità, Piero Calamandrei, in un intervento alla Costituente: “La democrazia per funzionare deve avere un governo stabile. Se un regime democratico non riesce a darsi un governo che governi, esso è condannato. Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dall’impossibilità di governare dei governi democratici”.
Le istituzioni devono poter governare, devono poter decidere. Ed è al principio della democrazia partecipata e decidente che devono ispirarsi le necessarie riforme istituzionali ed elettorali che l’Italia attende da lungo tempo: rafforzamento dei poteri del premier e di quelli di controllo del Parlamento, regolazione del conflitto d’interessi, norme contro la concentrazione del potere mediatico e il controllo politico della Rai, differenziazione delle camere e riduzione del numero dei parlamentari.
Sulla legge elettorale, condividiamo e sosteniamo l’impianto maggioritario fondato sui collegi uninominali, scelto dall’Assemblea nazionale del Pd.
I rimedi istituzionali alla crisi della politica democratica sono necessari e importanti.
Ma la soluzione, non smetterò mai di esserne convinto, è anche nella bellezza della politica.
E’ la politica che ha cambiato il mondo. E’ la politica che ha segnato gran parte del cammino dell’umanità. Cammino che ha avuto cadute e ha conosciuto orrori, ma che è stato contrassegnato da un continuo progresso e da conquiste gigantesche.
E’ la politica che ha contribuito alla diffusione di libertà e benessere, quando prima libertà e benessere erano privilegio di pochi. E’ la politica che ha dato diritti e dignità ai lavoratori, gli stessi che prima erano costretti a togliersi il cappello di fronte al padrone. E’ la politica che ha abbattuto i muri della discriminazione razziale e dello scontro ideologico che teneva in sospeso il destino del mondo.
E’ la politica che ha fatto vivere meglio e può far vivere meglio le persone.
Ad una condizione: che sia sfida, che sia coraggio di fronte alle novità, che sia non immobilismo, non perenne attracco in porti solo apparentemente sicuri, ma viaggio, capacità di affrontare senza paura il mare aperto.
Tra vent’anni”, scriveva Mark Twain, “sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite”.
Ora, davvero, l’ Italia può girare pagina. Deve farlo, con urgenza. Perché un giovane su cinque non ha lavoro e non crede di trovarlo, perché al Sud sono povere due famiglie su dieci. Perché la metà delle donne è senza lavoro. E il governo si occupa solo del destino del suo leader.
Usciamo insieme da questa paralisi pericolosa. Le stesse persone più avvedute del centro destra non vedono l’ora che finisca. Saranno giorni difficili ,perché Berlusconi non ha alcuna idea di cosa significhi senso dello stato.
Anche per questo io penso che ,in questa delicata fase della vita parlamentare, le forze di opposizione dovrebbero trovare più stabili forme di coordinamento e di consultazione che, nel rispetto dell’autonomia di ciascuno e senza prefigurare alcunché, consentano di evitare forzature o violazioni del ruolo del Parlamento. E mostrino, tutta intera, la forza delle opposizioni.
Se in Berlusconi, per una volta, prevalesse l’interesse del paese e si dimettesse si aprirebbe, comunque, una fase nuova. E le opposizioni dovrebbero registrarlo.
Se il governo passasse la mano ci sono tre soluzioni.
Una non è ovviamente nelle nostre disponibilità: è un nuovo governo con la maggioranza attuale, o più estesa, e un nuovo premier. In questo caso si potrebbe creare un clima di più civile confronto e di maggiore serenità.
Le soluzioni che possono riguardare il Pd sono due. Io vorrei indicare la mie priorità.
Resto convinto della proposta che nelle settimane passate tutto il partito ha avanzato e che io credo sia giusto rilanciare oggi.
Un nuovo governo, non un ribaltone, che comprenda tutte le forze parlamentari, con un premier che sappia garantire un clima istituzionale nuovo. Un governo che si proponga di rasserenare la situazione, fronteggi le emergenze sociali e finanziarie, riformi immediatamente la orrenda legge elettorale. In questo contesto, e in un clima più sereno e ascoltando le proposte migliorative delle autonomie, si potrebbe portare a compimento l’iter del federalismo, oggi messo a rischio dal clima di scontro in atto.
Credo che questo, in altri paesi, farebbero forze politiche non egoiste, non dominate dalla furbizie tattiche. Forze che poi, in un clima repubblicano, tornerebbero a dividersi, in un bipolarismo maturo.
In questi mesi ho sostenuto che andare a votare in questo clima e con questa legge elettorale sarebbe la peggiore delle soluzioni. E lo confermo. Ce n’è una soltanto di soluzione ancora peggiore: la livida prosecuzione di un governo al tempo stesso inesistente e pericoloso, con un ulteriore imbarbarimento della situazione nazionale.
In questo caso si, credo che le opposizioni, unite, dovrebbero chiedere le elezioni.
Ma sarebbero elezioni che non si possono perdere, pena rischi gravi per l’ Italia. Per questo solo un appello voglio rivolgere a tutti noi. Non si ripeta mai più il tragico errore del ’94. Quando le divisioni nel campo democratico spianarono la strada all’avventura berlusconiana.
Bisogna girare pagina e cominciare un nuovo ciclo della politica italiana.
E la parola chiave deve essere cambiamento.
Una società aperta, dinamica, tesa a costruire opportunità e qualità sociale.
Un nuovo ciclo. Che ha bisogno , per realizzarsi, delle condizioni istituzionali e politiche necessarie.
Voglio dirlo chiaramente, non si può cambiare un paese come l’Italia senza un vero, nuovo bipolarismo.
Quello vero, non il prodotto della conflitto statico tra berlusconismo e antiberlusconismo. No, il bipolarismo europeo.
A quello dobbiamo tendere , senza nostalgie ingiustificate.

E’ avanti che dobbiamo guardare. Non si può tornare indietro, ad un sistema partitico e proporzionale che era quello dei cinquantatre governi in cinquant’anni di storia repubblicana e di un debito pubblico che definire abissale è poco. L’Italia delle stragi di Brescia e Bologna, dei depistaggi sulle inchieste che cercavano la verità. L’Italia delle trame eversive e della P2. Un mondo che ha generato instabilità e debito pubblico. Due cose che, con i vincoli europei, oggi non sono immaginabili.
Finita questa fase di emergenza e superato il berlusconismo, potremo finalmente entrare in Europa anche dal punto di vista politico. Noi abbiamo interesse ad un bipolarismo che sia il confronto tra una destra moderata e un centrosinistra riformista.
Perché l’alternativa vera non è, non deve essere, tra populismo ed estremismo, ma tra conservatori e riformisti.
Insomma penso che, superata la transizione, sarebbe naturale che in Italia nascesse un nuovo centrodestra, ispirato a culture liberali e forte senso dello Stato. Ciò che in Inghilterra è Cameron.
Così come penso che il nostro compito storico sia fare il centrosinistra riformista in Italia.
E il tempo successivo al fallimento del berlusconismo può e deve essere il nostro tempo.
La condizione fondamentale è che noi ribadiamo senza equivoci la nostra identità. Noi siamo un partito di centrosinistra. Noi siamo i democratici italiani nati per dare al paese quel ciclo riformista che non ha mai conosciuto. Noi siamo il cambiamento, l’innovazione.
Questa è un’epoca in cui di fronte alle sfide non ci si può sottrarre. E nemmeno si può pensare di calarsi l’elmetto e mettersi nella propria ridotta a difendere ciò che esiste e si conosce. E mi colpisce che questo sia in certe circostanze ancora un riflesso presente alla nostra sinistra.
Si, perché esiste un’area alla nostra sinistra. E non bisogna temere che ciò accada. Noi siamo una forza democratica, di centrosinistra che , come tutte le forze riformiste, può trovare alleanze anche con chi ha posizioni diverse . Non dico posizioni più radicali perché penso che nessuno debba essere più radicale nel cercare il cambiamento dei riformisti.
Lo dico al mio amico Nichi Vendola, la cui sfida va seguita non con ostilità e paura ma con rispetto e interesse. Lo dico come si fa tra chi vuole sinceramente andare verso un incontro. Ma ad una condizione. Che si costruisca, questo incontro, per rispondere davvero ad un bisogno di stabilità e di cambiamento. Ogni riedizione dell’Unione sarebbe un suicidio politico.
Per questo non mi ha convinto la definizione della proposta di Marchionne, poi approvata dalla maggioranza dei lavoratori, addirittura come una delle pagine più nere della democrazia italiana. E aggiungo che non è definendolo, con una scivolata retorica, un “eroe” alla pari di Falcone , che si rende giustizia a una vittima come Carlo Giuliani.
Le nostre diversità devono coniugarsi ad una sincera intenzione. Non cercare di sottrarre consenso l’uno all’altro ma estendere quello sociale e politico di un nuovo centrosinistra possibile, che non ripeta gli errori del ’94 , quelli della caduta di Prodi e quelli dell’Unione.
In Italia può vincere una alleanza di centrosinistra. E’ molto più difficile che possa farlo una intesa esclusivamente di sinistra.
Il Partito Democratico, da parte sua, ha innanzitutto il compito di riprendere il suo cammino, recuperando la direzione di marcia che gli aveva consentito di guadagnare un consenso mai raggiunto, nella storia, dai riformisti italiani.
Un partito di centrosinistra. Ambizioso perché consapevole che se i sondaggi oggi gli attribuiscono il 24% altre rilevazioni dicono che siamo il partito con il più alto elettorato potenziale: oltre il 42 %. Ambizioso e convinto di poter parlare a tutti gli italiani forte delle sue idee e con un solo linguaggio, senza una suddivisione di compiti tra riformisti di centro e riformisti di sinistra destinati a ritrovarsi esclusivamente in un’alleanza di governo.
Questa, e non altro, non le rappresentazioni che ne sono state fatte, a volte sbagliando in modo voluto e pretestuoso, era ed è la “vocazione maggioritaria” del Partito Democratico.
E voglio dirlo con estrema chiarezza: senza questa vocazione, e senza il bipolarismo, il Partito Democratico non sarebbe se stesso.
Se invece saremo questo, allora anche le alleanze verranno. Verranno da sé. Sarà la forza delle nostre proposte, del nostro programma, ad attrarre chi diventerà nostro alleato. Non saremo noi a rincorrere chi magari poi, alla fine, ci direbbe no.
Riusciremo se romperemo steccati e allargheremo lo sguardo, se torneremo a parlare a quelle persone moderate e civili che chiedono modernizzazione, che sono deluse da questo governo pur avendolo votato e che magari tre anni fa avevano cominciato ad osservarci in modo diverso, pur non scegliendoci ancora. Se toglieremo voti moderati alla destra, se ridaremo fiducia a coloro che vogliono astenersi.
Fuori dal novecento. Anche smettendola di sentirsi ex di qualcosa che, quale che sia, è finito venti anni fa. Fuori dalle ideologie, fuori dagli “ismi” che tutto giustificano. E, se posso dirlo, fuori anche dalle autocertificazioni che assolvono. Non basta dichiararsi di sinistra o democratici e poi avere comportamenti, ad esempio, non coerenti sul piano della legalità e del contrasto di ogni forma di spregiudicata ricerca del consenso elettorale. Almeno questo dobbiamo a Pio La Torre e a Piersanti Mattarella e ai tanti nostri amministratori che, rischiando, combattono l’illegalità.
Essere democratici non è il minimo comun denominatore di culture più forti ma oggi non declinabili. No, essere democratici in Italia significa essere l’incarnazione di quel riformismo che ha cambiato il mondo. Perché le uniche rivoluzioni che non siano finite con la riduzione della libertà sono le rivoluzioni democratiche. Come la Resistenza italiana, come la liberazione dai regimi comunisti o dei colonnelli. Come la fine dell’Apartheid.
Fu un democratico, Franklin Delano Roosevelt, a inventare il new deal. Fu una rivoluzione democratica, quella di Martin Luther King, a consentire a milioni di neri di poter andare sullo stesso autobus o nella stessa scuola dei bianchi. Democratici, orgogliosi di esserlo. Non la prefigurazione, comoda e rassicurante, di una inesistente società altra, non il rinvio a tempi migliori di palingenesi. No, qui e ora. Qui e ora davanti ai conservatorismi che reagiscono con violenza, ai fondamentalismi, agli intolleranti. Qui e ora, rischiando. E scuotendo società ferme come la nostra.
L’Italia ha bisogno di una grande rivoluzione. L’unica possibile, quella democratica. Quella che cerca di fare in modo che due ragazzi abbiano, indipendentemente dalle condizioni sociali di partenza, la stessa possibilità di mostrare il loro talento. Che Nord e Sud si sentano fratelli e non nemici. Quella che crede nel talento e nella onestà delle persone. Quella che combatte l’egoismo che ci distrugge e afferma il senso di una comunità aperta. L’unica nella quale valga la pena di vivere. Chi, se non i democratici, può far vivere questo progetto?
Gli incubi fanno fatica ad andar via e le favole fanno presto a scomparire. E’ la realtà il luogo in cui viviamo. E’ la realtà l’unica cosa che può cambiare. Se noi lo vorremo, succederà.

Torino, Lingotto, 22 gennaio 2011


19 gennaio 2011
Pd/ Veltroni: Al 24%? Ritrovare orgoglio, non inseguire alleanze
 
"Al Lingotto rilanceremo la sfida dell'innovazione riformista"

Roma, 17 gen. (TMNews) - Se il Pd è in difficoltà è anche per la scelta di puntare più sulla politica delle alleanze che su un proprio progetto di "innovazione". Walter Veltroni parla al tg de La7 e commenta il sondaggio commissionato da Enrico Mentana che mostra il Pd al 24,3%: "Questa è un'anomalia, una cosa che spiega una delle difficoltà della situazione". Se Berlusconi riesce a "procrastinare quest'agonia" è per "la difficoltà dell'affermarsi di un'alternativa. E un'alternativa in questo paese si fa solo se c'è una grande alternativa riformista, come in tutte le grandi democrazie europee. Senza un grande partito riformista il rischio è di dover rincorrere alleanze molto difficili da realizzare".
Quando Mentana gli chiede coma mai l'alternativa non ci sia, Veltroni risponde: "Non è che non c'è, parliamo di un partito che ha una dimensione importante...". Il problema è che non riesce a intercettare i delusi del Pdl: "È la domanda che ci siamo fatti con il documento dei 75. Ci deve essere un'alternativa capace di modernizzare e noi dobbiamo costituirla. Al Lingotto cercheremo di rilanciare la sfida di un'innovazione riformista che possa affermare l'orgoglio del Pd e la sua centralità". E come si potrà tornare, di fatto, alla vocazione maggioritaria senza scontrarsi con il segretario Pier Luigi Bersani? "Discutendo, non c'è nulla di male. In tutti i partiti del mondo si discute, persino con stima personale, cosa che altrove non c'è. Discutevano Napolitano e Berlinguer, Moro e Fanfani, si discute anche da queste parti. Nei partiti dove non si discute poi succedono brutte cose".


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8 gennaio 2011
Tutti devono cambiare qualcosa, la lettera di Veltroni su "La Stampa"

Caro direttore,

i progressisti possono essere quelli che, per contrastare la cattiva innovazione, scelgono di opporsi a qualsiasi innovazione, chiudendosi a difesa dell’esistente. Così però rischiano di condannarsi al minoritarismo e di non essere in grado di tutelare le ragioni stesse della loro identità.  Per questo  , l’ho detto più volte e come me Sergio Chiamparino, la parola chiave del centrosinistra non può essere “difendere”, deve essere “cambiare”. Seguirono questa regola i riformisti della FIOM, guidati da un giovanissimo Bruno Buozzi, quando nel 1923 – di fronte alla prospettiva della grande trasformazione ford-tayloristica della fabbrica – firmarono con Giovanni Agnelli un accordo che concedeva al padrone maggiori spazi di iniziativa nella riorganizzazione del lavoro e delle sue condizioni, in cambio del riconoscimento al sindacato della piena capacità di rappresentanza dei lavoratori. Fu l’accordo che aprì la strada al contratto collettivo di lavoro: una rivoluzione nelle relazioni sindacali di allora.
Sono passati quasi cento anni. Ma oggi la sfida si ripropone, con impressionanti analogie: costruire  un nuovo modello di relazioni sindacali per renderle capaci di “regolare” il rapporto e la prestazione di lavoro nella fase di investimenti reclamati dalla competizione globale e dall’innovazione tecnologica. Le regole della rappresentanza da ridefinire, per fare non meno, ma più contrattazione, in un contesto sicuro di diritti e di doveri: chi, scelto come, può firmare impegnando tutti, con qualsiasi clausola di responsabilità, esigibili sia da parte dei lavoratori, sia da parte dell’azienda.
Marchionne ha posto con chiarezza, durezza e per tempo il problema: come ha scritto Berta (Sole24Ore del 14 dicembre) “la FIAT intende dar seguito ai programmi di investimento solo se i regimi di orario e le condizioni di lavoro garantiranno massima efficienza”. Non si tratta della proposta di abolire la contrattazione, o di ridimensionarne l’ambito e l’oggetto: è però certo che le tradizionali relazioni industriali, tutte incentrate sul contratto nazionale di categoria, non sono in gradi di “ospitare” il confronto tra le parti in modo tale da renderlo capace di fornire una risposta positiva alle esigenze di grandi e piccoli insediamenti produttivi nell’Europa del nuovo millennio. Ci vuole un contratto di lavoro costruito più a ridosso dell’organizzazione aziendale. Lo ha detto con parole chiare il Presidente di Federmeccanica, Pier Luigi Ceccardi: “oggi ogni impresa ha sempre più caratteristiche sue proprie per tecnologia, organizzazione produttiva, prodotto, mercato. Ed anche, sottolineo, per realtà e stile di gestione delle relazioni industriali”.
La contrattazione nazionale potrà mai rispondere pienamente a queste caratteristiche? No. E l’incertezza che ne consegue non solo potrebbe indurre la FIAT a non dar corso agli investimenti già programmati con Fabbrica Italia, ma è forse il principale fattore (con le cattive performance della PA, giustizia civile in particolare) che tiene lontane le grandi multinazionali dal realizzare investimenti importanti nel nostro Paese.
Ce ne mostravamo consapevoli già nei primi mesi del 2008, quando scrivemmo, nel Programma elettorale del PD, a proposito della necessaria riforma del Patto di Luglio del ’93: “ora serve un nuovo modello, con un nuovo obiettivo: l’incremento della produttività totale dei fattori, introducendo fortissime dosi di innovazione nel nostro sistema economico ed aprendolo agli investimenti stranieri… Tutti devono “cambiare” comportamenti e capacità di rappresentanza: la politica, certo. Ma anche le forze sociali, per le quali diventa urgente (per renderle protagoniste della contrattazione di secondo livello, dove si può agire sulla produttività), una (auto)riforma delle regole della rappresentanza”. Non ho cambiato idea, di fronte alle pur grandi difficoltà poste dalla scelta di Marchionne di usare la normativa in vigore per escludere, in modo che non può essere accettato, la FIOM dalla rappresentanza: il modello contrattuale “di fatto” vigente, produce un effetto depressivo sui livelli retributivi e ostacola gli investimenti stranieri abbinati a piani industriali innovativi.  Esso, dunque, va profondamente cambiato, affermando la centralità della contrattazione di secondo livello – azienda, distretto, filiera e territorio. Come hanno scritto in un loro documento Ichino e altri esponenti del PD, diversamente collocati nella dialettica dell’ultimo Congresso del partito, “la via maestra per il riassetto del sistema delle relazioni industriali dovrebbe essere quella di un accordo interconfederale sottoscritto da tutte le confederazioni imprenditoriali e sindacali maggiori, nel quale trovino compiuta disciplina i cinque temi cruciali: misurazione della rappresentatività di ciascun sindacato nei luoghi di lavoro; efficacia soggettiva dei controlli collettivi; rapporti tra contratti collettivi di diverso livello; esercizio del diritto di sciopero; efficacia della clausola di tregua sindacale”. Ma, se a questo accordo non si giunge in tempi brevi e prefissati, non si può riconoscere a nessuno il diritto di bloccare tutto, col suo veto. Si dovrebbe proporre una soluzione legislativa, come quella da tempo delineata dal disegno di legge n. 1872, presentato in Senato da 55 senatori del PD.
Adottando questo insieme di soluzioni, si offre una risposta semplice e lineare al problema della pretesa (da FIAT) esclusione della FIOM dalla rappresentanza sindacale aziendale. Si tratta dell’esito inaccettabile (e per certi versi paradossale) di una ennesima vicenda di ordinario conservatorismo: le regole in vigore-allora immaginate dal sindacato per escludere i cobas- che avrebbero dovuto essere cambiate da tempo e non lo sono state perché “guai a chi tocca il sistema dei diritti”, riconoscono rappresentanza solo a chi firma accordi. È proprio vero che le regole fatte per fotografare un’esigenza del presente, trovano sempre il modo di ribaltarsi, nel futuro, contro i loro autori. Ma una disciplina molto semplice e lineare della rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro deve consentire ai lavoratori di definire col voto il sindacato o la coalizione sindacale titolare della maggioranza dei consensi, dal livello aziendale fino a quello nazionale, così stabilendo chi è in grado di firmare contratti applicati erga omnes, e quindi impegnativi anche per le minoranze, con annesse clausole di responsabilità e di tregua sindacale, con riferimento alle materie regolate dal contratto stesso.
Ma è anche il momento di affrontare un tema per troppo tempo rimosso e che invece considero, non diversamente da Eugenio Scalfari che ne ha scritto domenica su Repubblica, una delle nuove frontiere della innovazione e della giustizia sociale, l’una e l’altra così  urgentemente necessarie al nostro paese.
Parlo della partecipazione dei lavoratori nell’impresa. Scrivevamo nel già citato Programma elettorale: “Imprenditore e lavoratore sono legati da un comune destino. È quindi necessario dare avvio a forme più avanzate di democrazia economica, anche per consentire ai lavoratori di partecipare ai profitti dell’impresa: (1) partecipazione finanziari con un mercato di capitali “da lavoro dipendente”, con l’azionariato dei dipendenti e un più forte ruolo dei fondi pensione promossi dalla contrattazione collettiva; (2) il modello duale della governance d’impresa, anche prevedendo al presenza dei rappresentanti dei lavoratori nel Consiglio di Sorveglianza; (3) forme negoziate tra le parti di costruzione di un legame diretto tra componenti della retribuzione e utili di impresa”.
E’ un tema sul quale si deve discutere, senza i fantasmi del passato. Ci torneremo sopra alla prossima Assemblea del Lingotto (22 gennaio), perché credo che tutti – a partire dai lavoratori della FIAT – abbiano il diritto-dovere di rispondere un chiaro Sì alle richieste di Marchionne di modernizzazione delle relazioni sindacali italiane, anche mutuando le soluzioni da esperienze di altri Paesi, a partire dalla Germania.  Ma allo stesso modo penso che Marchionne, AD di un’impresa , fuori dall’Italia, che ha come maggiore azionista un sindacato, mentre chiede di applicare il modello tedesco della clausola di tregua, non potrà certo rispondere, alla domanda di forme nuove e incisive di partecipazione dei lavoratori nella impresa, con un rinvio alla “peculiarità” della situazione italiana.

da "La Stampa" del 5/01/2011


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18 dicembre 2010
Alcune considerazioni sulla situazione economica


La situazione economico-finanziaria in cui si trova il nostro paese è abbastanza critica; dopo la Grecia, l'Irlanda e la Spagna, l'Italia rischia di essere la prossima preda della speculazione finanziaria sui debiti pubblici. La previsione per il prossimo anno (2011) di una crescita economica pari al 1% del PIL, contro una media europea del 1.7%, tende a peggiorare ulteriormente le cose.
Come ha detto qualche giorno fà il Governatore della Banca di Italia Mario Draghi, solo crescendo si possono pagare i debiti; nel 2010 per interessi sul debito pubblico abbiamo pagato circa 74 mld di euro su 443 mld di euro di entrate totali.
Il problema della crescita economica si risolve solo se si decide, e per decidere è necessaria una forte volontà politica, di spendere le risorse del nostro paese in determinati settori, togliendole ad altri, al fine di rimettere in moto le cose.
In particolare è noto a tutti che si deve spendere in detassazione sul lavoro (sia per imprese che per lavoratori), in formazione universitaria e in ricerca; solo se si riduce il carico fiscale sul lavoro, se si forniscono laureati di qualità (sopratutto nei settori scientifico-tecnologici) e se si migliorano la qualità dei prodotti e dei processi produttivi (attraverso la ricerca), si può competere sul mercato globale al fine di incrementare il volume di affari e creare posti di lavoro riducendo la disoccupazione (sopratutto quella giovanile). Molto spesso si dice: da dove si prendono le risorse per fare tutto questo? Ecco alcune idee:
- Evasione Fiscale. Per il 2010 si è stimato un ammontare dell'avasione fiscale pari a 150 mld di euro (dati Confindustria); perchè, invece dei condoni fiscali misure una tantum e fortemente diseducative, non ci si impegna a recuperare almeno il 10% di questo (non dovrebbe essere una impresa impossibile). Si tratterebbe di 15 mld euro.
- Abolizione delle provincie. Le provincie costano ogni anno allo stato circa 13 mld di euro (dati Eurispes rapporto 2008); una loro abolizione frutterebbe alle casse dello stato, escludendo le spese per i dipendenti che vanno ricollocati in altre amministrazioni e quelle per investimenti, si otterrebe un risparmio del 60%. Sono circa 8 mld di euro.
- Riduzione spese militari. Escludendo le spese per investimenti, il nostro paese spende ogni anno per le spese relative al mantenimento di 195000 militari (esercito, marina e aviazione) circa 13 mld di euro (Bilancio dello stato 2010). Si potrebbe aprire una riflessione che, non facendosi condizionare da ingenui e utopistici furori antimilitaristi, punti alla costituzione di forze armate di minore entità numerica ma di alta qualità e professionalità. Se si riducessere del 30 % avremmo altri circa 4 mld di euro.
- Federalismo Fiscale. Un serio federalismo fiscale che, senza condannare al sottosviluppo il meridione, punti a ridurre gli sprechi (soprattutto nel settore della sanità); oggi spendiamo circa 100 mld di euro di trasferimento alle regioni principalmente per i servizi sanitari e per il trasporto pubblico locale (Bilancio dello stato 2010). Se si risparmiasse il 10 % si potrebbe recuperare altri 10 mld di euro.
Complessivamente avremmo totalizzato circa 37 mld euro da spendere in detassazione, università e ricerca.
Queste sono solo alcune proposte che servono a dimostrare che è possibile trovare le risorse per il rilancio dell'economia; accanto a questo si dovrebbe avviare una seria vendita (e non svendita) di parte del patrimonio pubblico inutilizzato (per es. uffici, caserme ed altro) per ridurre il debito pubblico.
Ma per fare tutto questo ci vuole una seria volontà politica; il governo Berlusconi con i tagli lineari di Tremonti (che sono serviti a salvaguardare i conti ma non hanno garantito risorse per la crescita) ha dimostrato di non averla, ha dimostrato di non sapere scegliere per non scontentare nessuno (per es. la Lega sulle province, una parte del Pdl su una seria lotta all'evasione fiscale).
Non era riuscito a farlo con una maggioranza di 65 deputati in più alla Camera, non riuscirà assolutamente a farlo con un governo Berlusconi-Scilipoti con 3 deputati in più.
La seria proposta avanzata dal Partito Democratico per un governo di responsabilità nazionale guidato da una grande personalità tecnico-istituzionale (il governatore Draghi su tutti) e sostenuta da una maggioranza di responsabilità (PD, UDC, FLI, la parte più responsabile del PDL, per es. Pisanu) per avviare serie politiche economiche contro la crisi salvaguardando il nostro paese dal rischio di un tracollo finanziario non si è, per il momento, riuscita a realizzare.
A causa del desiderio del Presidente del Consiglio di volere restare abbarbicato a Palazzo Chigi in qualsiasi modo (anche grazie ai vari Scilipoti), il nostro paese starà nei prossimi mesi ancora a galleggiare, non risolvendo nessuno dei problemi in questione ed aggravando ulteriormente la situazione.


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