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Blog di Francesco Di Franco (Mi chiamo Francesco Di Franco e sono nato il 27/11/1985 a Palermo...................continua nella colonna in basso a destra)

2 giugno 2013
Due testimoni alle prese con i mali dell'Italia di EUGENIO SCALFARI
LA COSIDDETTA narrazione serve a guardare il passato e a raccontarlo con gli occhi di oggi ricavandone un'esperienza da utilizzare per agire sul presente e costruire il futuro. Narrare il passato è dunque un elemento indispensabile per dare un senso alla vita. Chi rinuncia a raccontare vive schiacciato sul presente e il senso, cioè il significato e la nobiltà della propria esistenza, fugge via.

Nei tempi oscuri che stiamo attraversando sono molti quelli che hanno rinunciato alla narrazione oppure che l'hanno trasformata in una favola senza alcun riscontro con la realtà. Le narrazioni sono ovviamente soggettive poiché ciascuno di noi guarda il passato con i propri occhi, ma il riscontro con i fatti avvenuti è doveroso; poi ci sarà il confronto sulle differenze. Le favole, invece, sono lo strumento preferito dei demagoghi e servono solo per accalappiare gli allocchi.

Le narrazioni più interessanti in queste giornate di notevole intensità politica ed economica le hanno fatte due persone, titolari delle due istituzioni più stimate dalla pubblica opinione: il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, nelle sue "Considerazioni finali" che sono presentate ogni anno all'assemblea della Banca il 31 di maggio e il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un'ampia intervista con il nostro giornale registrata nei giorni scorsi e che spetterà a me presentare domenica prossima a Firenze dove si svolgerà la nostra iniziativa denominata "la Repubblica delle Idee".

Una narrazione economica e sociale quella di Visco, sociale e politica quella di Napolitano. Scriverò dunque dell'una e dell'altra in questa mia nota domenicale perché compongono entrambe una narrazione coerentemente complementare da due distinti punti d'osservazione. Aggiungo che mi riconosco in entrambe poiché entrambe indicano la stessa via d'uscita dal famigerato tunnel nel quale ancora ci troviamo: senso di responsabilità e di realismo, innovazione, coraggio.

Ma c'è anche un terzo protagonista in sintonia con queste indicazioni ed è il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, cui spetta di trarre indicazioni politiche dalla duplice narrazione ed anche lui, allo scadere dei primi cento giorni del suo governo, darà i primi concreti segnali del percorso intrapreso nella sua conversazione fiorentina con Ezio Mauro.

***

La narrazione di Visco comincia da 25 anni fa, cioè dal 1988. È una data approssimativa per difetto, poteva e forse avrebbe dovuto andare indietro d'una altra decina d'anni perché è dalla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso che la partitocrazia diventa un sistema e il debito pubblico comincia la sua corsa.
Comunque i mali storici individuati da Visco sono quelli che affliggono da gran tempo il nostro Paese: l'industria rallenta il suo tasso di crescita, la base occupazionale è statica con tendenza a restringersi sempre di più, le dimensioni delle aziende sono nella loro stragrande maggioranza piccole e piccolissime, difettano di capitali e rifiutano di aprirsi al capitale di rischio, perciò l'autofinanziamento è molto scarso e sono le banche a darsene carico. La forza lavoro ha quasi interamente disertato dall'agricoltura e si è riversata nei servizi che però sono quasi tutti di manovalanza o di professionalità strettamente corporative. Il capitalismo ha una dimensione di incroci azionari incestuosi che designano un sistema di tipo oligopolistico. Le innovazioni difettano, la finanza prende il posto della manifattura, langue la ricerca aumentano le rendite e le diseguaglianze, il tasso di evasione e il mercato sommerso galoppano, la classe operaia si frantuma in centinaia di contratti. Le mafie fanno il resto.
Questa è la diagnosi di Visco che affronta poi la crisi economica iniziata nel 2008 e impetuosamente arrivata in Europa l'anno successivo dove dura tuttora. Gli imprenditori hanno cercato di scaricarla sui licenziamenti e sul lavoro precario a bassissima remunerazione. Nella competitività siamo agli ultimi posti e siamo in coda anche nella produttività benché per fortuna proprio due giorni fa tutti i sindacati e la Confindustria hanno raggiunto un accordo di grande importanza sulla contrattualità di secondo livello e la rappresentanza sindacale nelle imprese. Poi Visco affronta il tema delle banche. Molti osservatori, pur riconoscendo l'esattezza del quadro da lui tracciato, hanno però rilevato che le sue critiche alle banche sono state molto più discrete e mescolate ad apprezzamenti non sempre meritati.

A me non sembra. Visco ha detto che il sistema bancario è complessivamente solido con la sola eccezione rilevante di Monte Paschi. Sostanzialmente è così. Ha aggiunto che la percentuale dei fondi investiti dalle banche in titoli pubblici italiani rappresenta poco più di un decimo di quelli erogati a imprese e famiglie ed è vero anche questo.

Ha infine rilevato che il credito erogato è diminuito perché le imprese hanno ridotto la domanda e perché una parte del credito richiesto non è "meritato" come prova il brusco aumento delle sofferenze equivalente a vere e proprie perdite che ormai hanno raggiunto il 7 per cento delle erogazioni alla clientela.
Fin qui la difesa del sistema, il quale però secondo il governatore ha trascurato di ammodernarsi, è andato in caccia di sportelli senza rimodernare la struttura aziendale con la conseguenza di una diminuzione dei profitti e di un calo nella raccolta e nella produttività.

La Bce non ha fatto mancare la liquidità ma gran parte di essa è rimasta giacente nelle casse di Francoforte. La strigliata alle banche c'è dunque stata, eccome, ma non separata dal fatto che la mancata crescita di dimensione delle piccole imprese ha scaricato un peso abnorme sul sistema bancario cui il governatore rimprovera anche di non aver spinto la moltitudine dei "padroncini" ad aprirsi al capitale di rischio.

Bisogna dunque che le banche cambino molte cose, così ha concluso il governatore, rivendicando anche l'accresciuta vigilanza europea e i maggiori poteri d'intervento chiesti dalla Banca d'Italia. Insomma la carota per ieri ma un nodoso bastone pronto ad essere usato domani se non aumenta l'ammodernamento bancario e l'erogazione alla clientela a minori tassi di interesse indotti dalla diminuzione dello spread.

*** 

Mi auguro che tra una settimana saranno molti a seguire sul nostro sito, oltreché nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, la conversazione con Giorgio Napolitano.

Il tema è affascinante: come mai un giovane non propenso alla militanza politica improvvisamente sceglie di iscriversi al Partito comunista; come mai diventa militante e dirigente locale e poi deputato ad appena 28 anni; come mai è tra i pochi a praticare il lavoro parlamentare nelle Commissioni economiche della Camera e contemporaneamente diventare anche dirigente nazionale del Partito. Qual è stato il suo rapporto con Togliatti e come ne giudica oggi la linea politica. Quale fu il suo rapporto con Amendola, con Ingrao, con Berlinguer. E poi la sua esperienza europea. La sua cultura formatasi sui testi di Gramsci, di Antonio Labriola, di Calamandrei, di Benedetto Croce e di Luigi Einaudi. La sua amicizia per Antonio Giolitti. E il formarsi fin da molti anni fa della sua vocazione istituzionale che lo portò, già nel lontano 1995, a dire in un discorso di spessore culturale al Circolo Vieusseux di Firenze: "Perché non possiamo non dirci liberali". Insomma la storia di una persona che occupa ora da oltre sette anni il vertice dello Stato, da dirigente del Pci a uomo delle istituzioni al di sopra delle parti.
Ascolterete il suo racconto e perciò ne anticipo qualche tema ma non il suo svolgimento. Il finale invece è di strettissima attualità perché riguarda l'attuale "strana maggioranza", le ragioni che lo hanno indotto ad accettare il nuovo mandato presidenziale e la nomina da lui decisa del governo di larghe intese che dovrà durare fino a quando non avrà tratto fuori il Paese e collaborato a trarre fuori l'Europa dalle dolorose difficoltà in cui versiamo. Ma nel frattempo il Parlamento dovrà compiere alcune indispensabili riforme in parte economiche ma in parte istituzionali e costituzionali, a cominciare da quella elettorale che cancelli la legge vigente.

Questi sono gli obiettivi da lui indicati al primo posto dei quali c'è l'occupazione in genere e quella giovanile in particolare. Responsabilità e coraggio, esorta il Presidente, che questa volta è pronto ad intervenire nell'ambito dei suoi poteri poiché è intollerabile, per quanto riguarda soprattutto la legge elettorale, che si ripeta il già visto mesi fa quando - avendo tutte le forze politiche giurato che avrebbero abolito il Porcellum - pestarono per mesi l'acqua nel mortaio senza nulla concludere. Stavolta non sarà così, dice il Presidente e quasi lo grida verso la fine della nostra conversazione. Mentre lui parlava pensavo che il suo è uno dei rari casi in cui i vecchi sono molto più innovativi dei giovani: li sorregge l'esperienza e lo spirito di servizio al bene comune. Lo sentirete. Aggiungo ancora che Napolitano è contrario al presidenzialismo in un Paese come il nostro. E spiega il perché.

Ieri in un'intervista con l'Unità anche Stefano Rodotà ha manifestato analoga opinione: è contrarissimo al presidenzialismo e al semi-presidenzialismo. Lo sapevo da tempo perché conosco le sue opinioni, ma apprezzo che l'abbia ripetuto pubblicamente ora che molti e di varia matrice politica se ne dicono favorevoli. Rodotà come Napolitano e, modestamente, anch'io. Faccio a meno di dire il perché visto che Rodotà lo ha già ampiamente spiegato e il Capo dello Stato lo spiegherà a Firenze tra una settimana, alla festa del nostro giornale.

da La Repubblica del 2 Giugno 2013



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26 maggio 2013
L'Editoriale di Scalfari "Una medicina che non ci piace ma che forse ci guarirà"
L'editoriale di Eugenio Scalfari di oggi 26 maggio 2012:

HO LETTO ieri sul Foglio cinque pagine di giornale che Claudio Cerasa ha dedicato a Enrico Letta facendone un ampio ritratto politico e culturale. Cerasa è uno dei migliori analisti di personaggi, è giovane, specializzato sulla sinistra e in particolare sul Pd e, pur scrivendo su un giornale di parte, mantiene un'encomiabile obiettività senza naturalmente rinunciare alle sue opinioni. Il ritratto di Letta è abbastanza corrispondente al personaggio anche se non nasconde un giudizio sostanzialmente negativo. L'incolpazione maggiore è quella di puntare, attraverso il governo di strana maggioranza affidato a Letta da Napolitano, ad una storica pacificazione tra centrodestra e centrosinistra, che passa necessariamente dalla fine dell'antiberlusconismo programmatico e più ancora antropologico che ha motivato non solo la sinistra estrema ma anche il centrosinistra negli ultimi vent'anni.

Ebbene, Cerasa su questo aspetto peraltro capitale del suo ritratto sbaglia di grosso sia per quanto riguarda Letta sia il suo mandante, Giorgio Napolitano. Di Letta lo ricavo da quanto lui stesso ha più volte già dichiarato in proposito dopo esser stato nominato presidente del Consiglio. È rimasta celebre la frase pronunciata in Parlamento nel discorso di presentazione per ottenere il voto di fiducia e poi più volte da lui stesso ricordata: "Avrei voluto presiedere un governo ben diverso da questo, che poggia su una formula anomala".

"Comunque non mi occuperò di politica ma di politiche, cioè di questioni concrete che l'Europa, i bisogni della nostra gente e i disagi che affronta ci impongono di risolvere al più presto. Questo è perciò un governo che non proviene da una libera scelta ma da una necessità che verrà a cessare quando gli scopi per il quale è stato nominato saranno stati realizzati". Questo Letta.

Quanto a Napolitano, che conosco da quarant'anni e che mi onora della sua amicizia, ancora recentemente in una lunga conversazione che abbiamo avuto su alcuni momenti cruciali del passato, ha ricordato la profonda differenza che Enrico Berlinguer faceva tra l'ideologia del compromesso storico e un governo di solidarietà nazionale imposto dalle circostanze e cioè dalla lotta contro il terrorismo degli anni di piombo e la crisi economica e finanziaria che in quello stesso periodo scosse profondamente la società italiana. Il compromesso storico era una sorta di mantello che nascondeva la realtà e la necessità dei veri moventi dell'accordo tra il Pci e la Dc e che ebbe termine nel 1979 con la svolta di Salerno con la quale il Pci tornò all'opposizione e vi si mantenne per tutti gli anni che seguirono. Questo sarà anche - così pensa Napolitano - ciò che avverrà quando la necessità che motiva questo governo sarà superata e riprenderà la dialettica tra centrosinistra e centrodestra le cui differenze di fondo restano in piedi, come resta e sempre resterà la differenza profonda tra la visione del bene comune vista dalla sinistra e quella che ispira i conservatori e i moderati.

Questo governo va dunque giudicato con il metro dello scopo e della necessità e deve muoversi celermente evitando, nei limiti del possibile, di affrontare argomenti "divisivi" che potrebbero minarne l'esistenza e sempre che quegli argomenti possano essere rinviati a momenti più adatti.
Ciò non può tuttavia eliminare la rimozione di tali argomenti quando essa diventi impossibile e rischi di deformare l'esistenza stessa del governo il quale, pur basandosi su una strana alleanza, non può snaturare l'essenza dei partiti che ne fanno parte. Esiste e deve esistere cioè una spiccata autonomia del governo e della squadra dei ministri che lo compongono rispetto ai partiti.
Anche quest'aspetto della questione è stato più volte ribadito da Letta e da Napolitano: il governo, qualunque governo, è un'istituzione e, come tutte le istituzioni, ha una sua autonomia e non è uno strumento delegato dei partiti.

Certo, la sua esistenza dipende dalla fiducia del Parlamento ma se uno dei partiti che lo appoggia decide di sfiduciarlo, deve proporre la sua sopraggiunta sfiducia al Parlamento assumendosene la responsabilità. Se la sfiducia fosse approvata spetterà poi al capo dello Stato di decidere come provvedere nei termini della Costituzione. Mi pareva che in tempi ancora molto agitati e piuttosto confusi fosse quanto mai opportuno tornar a chiarire questi principi che sono alla base dell'attuale situazione.

***
Gli obiettivi concreti che il governo Letta deve realizzare sono i seguenti:

1. Il pagamento effettivo dei debiti che la pubblica amministrazione ha nei confronti delle imprese creditrici, per una cifra che sia la più elevata possibile dei debiti suddetti.
2. Il rifinanziamento della Cassa integrazione in deroga che ne assicuri la capacità di operare almeno per un anno.
3. Nuovi posti di lavoro per i giovani che facciano diminuire la loro disoccupazione in modo da ridurne almeno due punti percentuali rispetto alla vetta attualmente raggiunta.
4. Incentivi attraverso sgravi fiscali alle classi di reddito più basse.
5. Una riforma dell'Imu con andamento fortemente progressivo rispetto ai patrimoni dei contribuenti.
6. Incentivi alle imprese sull'assunzione di giovani e interventi per la diminuzione del cuneo fiscale.
7. Mantenimento degli impegni assunti con le autorità europee, ma attivazione in Europa di provvedimenti di forte rilancio della crescita.
8. Una politica europea che innesti l'evoluzione verso un governo europeo in linea con le proposte avanzate nei giorni scorsi dal presidente francese, Hollande.
9. Abolizione dell'attuale sistema di finanziamento pubblico ai partiti e sua sostituzione con finanziamenti privati limitati come quota e servizi gratuiti per quanto riguarda tariffe postali, affissione di manifesti ed altre forme di propaganda solo quando si tratti di fasi elettorali.
10. Leggi costituzionali per l'abolizione delle Province, riforma del Senato federale, drastica diminuzione del numero dei parlamentari.

Questo vuole la gente, ma la premessa è la riforma della legge elettorale che, secondo i più recenti sondaggi, si colloca al primo posto dei desideri del popolo e sulla quale la stessa Corte costituzionale sta per intervenire sollecitata da un ricorso della corte di Cassazione.
Questo è complessivamente il programma per la realizzazione del quale il governo Letta è stato insediato. Quanto tempo ci vorrà per attuarlo? Non moltissimo, ma neanche poco. A occhio, direi che 18 mesi, cioè un anno e mezzo, siano il minimo, tre anni il massimo. Poi si tornerà in nuove condizioni alla normale dialettica di alternativa tra contrapposte forze politiche.

Nel frattempo spetta ai partiti e movimenti riformarsi per riacquistare un grado maggiore di quella comunicazione e fiducia con la società civile che è ormai ridotta ai minimi termini. Ma questo spetta a loro e a loro soltanto. Questo governo potrà stabilire norme di trasparenza alla loro attività e rendicontazione dei loro bilanci affidata ad un organo terzo che un'apposita legge potrà indicare e insediare.

***
Sarà una fase di intenso lavoro sia del governo sia del Parlamento sia della pubblica amministrazione. Ma anche della società civile, intesa soprattutto come parti sociali a cominciare da imprenditori e sindacati, i cui comuni obiettivi consistono nel far aumentare il tasso di produttività, competitività e posti di lavoro. Gli imprenditori, nella riunione di Confindustria di venerdì scorso, hanno manifestato una vera e propria disperazione perché l'industria del Nord sta morendo. Se è per questo, sta morendo anche e ancora di più quella del Centro e del Sud, ma poiché il grosso delle imprese è concentrato a Settentrione, l'allarme è più che giustificato.

La disperazione manifestata da Squinzi presuppone che le imprese siano soltanto vittime innocenti, ma le cose non stanno esattamente così, anzi non stanno affatto così. Le imprese e in particolare quelle piccole e medie, ma anche le grandi e grandissime che sono ancora in piedi, hanno cessato di investire da trent'anni in qua. In parte per le loro eccessivamente piccole dimensioni e, quindi, per l'esiguità dell'autofinanziamento, in parte per la mancata innovazione del prodotto e del processo produttivo. La conseguenza è stata una caduta netta della base occupazionale e una sostituzione dell'attività finanziaria a quella industriale con ricadute sulle esportazioni e soprattutto sulla domanda interna ed una crescente dipendenza dal sistema bancario. La crisi iniziata nel 2008 e sopraggiunta in Europa nel 2011 ha fatto il resto con pressione fiscale e debito pubblico in aumento e impossibilità di svalutazioni monetarie. Questo è il panorama dal quale purtroppo occorre ripartire.

Tacere sul sindacato sarebbe una colpevole omissione. Il sindacato e in particolare la Cgil ha anch'esso notevoli responsabilità. In tutti questi anni si è trincerato dietro la difesa dei privilegi esistenti accogliendo col contagocce la flessibilità di un mercato del lavoro che, ingessato nella normativa, è diventato di fatto non già flessibile ma caotico, con una quantità di contratti e di lavoro nero che ha di fatto stravolto la struttura sindacale diventata anch'essa una sorta di casta.

Questa è la svolta da compiere senza la quale la de- industrializzazione diventerà un fatto compiuto con tutte le conseguenze che ne deriveranno. Il governo attuale c'entra poco perché questo è un lavoro che comporterà tempo e di cui protagoniste sono appunto le parti sociali se saranno in grado di togliersi le bende che le hanno mummificate e ritrovare la spinta che ebbero dalla fine degli anni Quaranta fino alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. Oggi sono ridotte a simulacri di quello che erano un tempo. L'alleanza dei produttori, questo sarebbe lo strumento idoneo. Ma un tempo c'erano i Di Vittorio, i Trentin, i Lama, i Mattei, i Valletta, gli Olivetti. Oggi quelli che sembrano i più attivi sono i Landini, che puntano a fare della Fiom un partito politico il che vuol dire che non hanno imparato nulla e non hanno ancora capito che l'Italia non è un'isola ma una costola dell'Europa la quale a sua volta è una costola del mondo globale.

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I processi di Berlusconi non riguardano il governo e tantomeno il Parlamento. Lo stesso interessato l'ha detto in una delle sue mutevoli dichiarazioni. Riguardano lui, i suoi avvocati e le Corti giudicanti. Governo e Parlamento debbono invece aggredire la corruzione con leggi adeguate; quelle varate dal governo Monti, e in particolare dall'allora ministro della Giustizia Severino, non lo sono. Debbono riportare ai livelli precedenti i tempi della prescrizione ma contemporaneamente accorciare radicalmente la durata dei processi sia civili che penali. Berlusconi deve difendersi nei processi adducendo prove che risultino convincenti e tenendo presente il principio immodificabile dell'eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge; come garanzia esistono tre gradi di giudizio prima che la pena diventi definitiva. Quando lo diventa e se lo diventa va scontata e non ci possono essere né se né ma.

La questione dell'ineleggibilità deve esser chiarita con una legge; quella esistente è di dubbia interpretazione. Basta un solo articolo che indichi come responsabile dell'azienda il suo azionista di riferimento, dopodiché il suo funzionamento diventa automatico. Quanto alla legge sui partiti, movimenti o liste che siano, io ragiono così: bisogna fare norme sulla trasparenza e sul finanziamento elettorale.

Trasparenza, limiti di spesa elettorale e relative facilitazioni sui servizi che la fase elettorale comporta. Tanto basta e dev'essere eguale per tutti, partiti, movimenti, liste civiche comunque si chiamino. Chi viola tali norme non potrà partecipare alle elezioni o, secondo la natura della violazione, incorrerà in elevate multe. Mi pare che basti e che ci sia lavoro per tutti.

Da La Repubblica del 26 Maggio 2012



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23 febbraio 2013
Un pensiero sulle prossime elezioni
Prima del silenzio elettorale vorrei affidare a questo post alcune considerazioni. Domenica e Lunedì abbiamo un enorme responsabilità ed è fondamentale che tutti quanti comprendano questa cosa. Da questo voto dipenderà il futuro del nostro paese, da questo voto dipenderà il modo in cui l'Europa e i Mercati (ed è bene che tutti ci rendiamo conto del fatto che in un paese come il nostro con 2000 mld di debito e con la necessità di restituirne 250 mld all'anno non è poco importante cosa pensano i mercati) guarderanno al nostro paese. Dobbiamo pensare a chi ci rappresenterà di fronte ai mercati e in Europa; solo in Europa e con l'Europa possiamo pensare di rilanciare la crescita economica nel nostro paese e potere ripagare il nostro debito e non essere più soggetti a speculazioni finanziarie (e le conseguenze sul famoso spread). Ci vuole credibilità, assolutamente credibilità. Ricordiamoci anche che il prossimo parlamento (che noi eleggeremo) sceglierà il prossimo Capo dello Stato, che ci rappresenterà nel mondo per i prossimi 7 anni. La politica ha deluso, con diverse proporzioni dal mio punto di vista, ma ha deluso (certo io non penso che i cittadini che oggi urlano contro questo sistema politico siano del tutto privi di colpe). Ma oggi è necessario assumersi la responsabilità di questo voto se vogliamo avere un altra possibilità ed evitare sacrifici molto molto molto peggiori di quelli affrontati in questo anno di governo Monti. Ed è bene che tutti abbiano chiaro questo, perchè nessuno dica dopo "io non c'entro niente"; tutti c'entriamo, tutti quanti con il voto che daremo. Io ho scelto e mi assumo la responsabilità di questa scelta: io voterò per il PD e per la coalizione del centrosinistra ITALIA BENE COMUNE di Bersani (PD, SEL di Vendola, Centro Democratico di Tabacci e lista il Megafono di Crocetta); ho fatto questa scelta perchè, ragionando come cittadino italiano e non come militante di partito, la ritengo l'unica (e forse l'ultima) soluzione oggi percorribile. Buon voto a tutti quanti.

P.S. Per questa assurda legge elettorale (fatta da Calderoli e dal centrodestra berlusconiano per determinare l'ingovernabilità) è fondamentale il voto al Senato e saranno Sicilia e Lombardia le regioni che determineranno molto probabilmente il risultato. Quindi anche chi alla camera voterà un qualunque movimento di protesta valuti fortemente la possibilità di votare uno dei partiti della coalizione di centrosinistra (PD, SEL di Vendola, Centro Democratico di Tabacci e lista il Megafono di Crocetta) al Senato.





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30 ottobre 2012
Quasi 500 voti, grazie a tutti!!!!
492 voti, 492 volte grazie a tutti voi che avete voluto dare fiducia a questa candidatura. Grazie ai ragazzi del PD e del progetto Finalmente Sud con i quali è nata l'idea di questa avventura. Grazie alla mia famiglia (papà in primis) e agli amici che ci hanno fortemente sostenuto. Questi sono voti liberi e di opinione, ottenuti senza avere nessuno dietro (nè davanti e neppure di lato), senza nessuna struttura che ci sostenesse, in sole 3 settimane di campagna elettorale (continuando a lavorare), con una spesa elettorale assolutamente minima (tra telefono, sala e benzina circa 400 euro + facsimili forniti dal partito). Siamo arrivati noni in lista (ottavi considerando che la Maggio sarà eletta con il listino). Questo dimostra che è possibile fare politica come impegno civile portando la propria esperienza di vita e professionale affrontando il tutto con normalità e sobrietà. Partiamo da questo risultato e pretendiamo che siano ascoltate le nostre ragioni (riportate sul nostro manifesto) per un vero e serio rinnovamento, come vuole il nostro segretario Bersani che proprio nel nostro progetto di formazione Finalmente Sud crede con assoluta convinzione. Grazie, grazie, grazie, ancora a tutti voi!!!!!



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26 ottobre 2012
Come Votare



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22 ottobre 2012
Incontro per discussione candidatura
Vi aspetto Giovedì 25 Ottobre dalle 18:00 alle 20:00 presso la sala conferenze del Centro Don Orione di Via Pacinotti 49, angolo Via Campolo, per discutere insieme a voi della mia candidatura alle prossime elezioni regionali.



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10 ottobre 2012
Alcuni punti alla base della mia candidatura

Alcuni punti alla base della mia candidatura (condivisa con altri ragazzi del PD)  nata all’interno del Partito Democratico dopo un percorso di formazione politica (il progetto “Finalmente Sud”) fortemente voluto dal Segretario Bersani.

 

1)      Crediamo nel progetto del Partito Democratico, inteso come grande forza politica di centrosinistra che memore delle sue radici culturali e politiche (quelle della sinistra democratica, del cattolicesimo democratico, del liberalismo democratico, dell’associazionismo, dell’impegno civico e dell’europeismo), ed assumendo come valori fondanti quelli della giustizia sociale e dell’uguaglianza (non egualitarismo), si propone come grande forza politica riformista per cambiare profondamente il nostro paese nel complesso e nello specifico la nostra regione.

2)      Crediamo che ad oggi il Progetto del Partito Democratico, soprattutto in Sicilia presenti delle difficoltà dovute ad una eccessiva frammentazione in correnti (molto spesso non di tipo ideale ma di tipo personale) che limita profondamente il dibattito interno sulle questioni di contenuto e determina molto spesso una paralisi decisionale. Nel rispetto della pluralità delle posizioni, vogliamo che si ragioni in una logica unitaria del partito, vogliamo che la partecipazione al dibattito politico ed alla vita democratica alla del  partito non sia vincolata alla fedeltà nei confronti di qualche capo corrente ma che sia diritto/dovere di tutti gli iscritti ed elettori (ognuno secondo il proprio ruolo), aprendo il partito alla società il più possibile.

3)      Crediamo che il demagogico fenomeno dell’antipolitica (rappresentata in chiave nazionale dal movimento di Grillo ed in chiave locale da appendici folkloristike come quelle dei forconi), incapace di dare risposte concrete ai problemi dei cittadini, sia colpa della cattiva qualità della politica che ha caratterizzato questi anni. In tal senso, in chiave assolutamente costruttiva e consapevoli del costo economico della democrazia, vogliamo la piena trasparenza  sui bilanci dei partiti a livello regionale (come avviene già per il partito a livello nazionale), dei gruppi parlamentari regionali. Vogliamo le piante organiche dei funzionari in servizio presso i gruppi parlamentari ed i partiti regionali (con relativo curriculum professionale). Vogliamo una anagrafe degli eletti a livello regionale con curriculum vitae professionale e politico di ciascun eletto all’assemblea e vogliamo anche la dichiarazione patrimoniale di tutti i deputati (come avviene per i parlamentari nazionali). Per tutte queste informazioni vogliamo il totale accesso via internet per qualunque cittadino. Vogliamo che voci aggiuntive all’indennità dei parlamentari regionali come diaria e rimborso eletto-elettore non siano più forfettarie ma siano date in seguito a giustificazioni di tipo contabile (contratti per l’affitto della casa, fatture, ricevute fiscali). Sul fronte pensionistico passare per i parlamentari regionali al sistema puramente contributivo (come per tutti gli altri cittadini) senza privilegi di alcun tipo. In tal senso il Partito Democratico dovrà dare l’esempio a tutti gli altri partiti.

4)      Crediamo che la politica debba essere fatta con la dovuta professionalità e competenza ma che non debba diventare una professione. E’ un arricchimento per il sistema politico e istituzionale avere uomini e donne con una storia personale professionale e di studio che può contribuire al miglioramento della qualità della politica nel suo complesso. Crediamo nel rinnovamento della classe dirigente su criteri meritocratici verificabili e non solo di tipo generazionale.

5)      Crediamo che si debba rompere il rapporto malato tra eletto ed elettore di tipo clientelare, che molto spesso caratterizza la politica nella nostra regione. E’ necessario fare si che la politica risponda a bisogni collettivi ed affronti le questioni in una visione d’insieme (avendo uno slancio progettuale), eliminando la possibilità che il politico possa, avendo capacità d’intervento sulle singole questioni individuali (che debbono competere ad una amministrazione imparziale, competente e trasparente), trasformarsi in una agenzia di collocamento.

6)      Crediamo nella necessità di una ritorno al valore del civismo, del rispetto delle regole, dei diritti altrui e della consapevolezza dei propri doveri nei confronti della società. Crediamo nella meritocrazia intesa come forma di promozione sociale fondata esclusivamente sul merito e sulle capacità individuali (e non sul ceto sociale di appartenenza).

7)  Crediamo nella necessità di cambiare questa regione che costringe i propri giovani qualificati (magari laureati, con master e dottorati) e rispettosi delle regole ad andare via, determinando un impoverimento sul territorio di tipo economico, sociale e culturale. Pretendiamo che la politica nel suo complesso si interessi concretamente del problema. Vogliamo che sia posto come prima priorità,

8)  Crediamo nella necessità di puntare su un significativo incremento della spesa regionale per Università e Ricerca, rimodulando in tal senso la programmazione dei fondi strutturali europei. Riteniamo questo premessa fondamentale per un qualsiasi sviluppo industriale di tipo innovativo della nostra regione. Crediamo nella necessità di adottare, prendendo ad esempio il progetto di Industria 2015 dell’allora Ministro Bersani, una politica industriale regionale che punti a valorizzare i distretti industriali e tecnologici (dove Università, Imprese e Istituzioni Pubbliche collaborano insieme); in tal senso si pensi ad un consolidamento e ad una riprogrammazione delle mission industriali di realtà come l’elettronica nell’Etna Valley, il settore automobilistico a Termini Imerese e la raffinazione e la petrolchimica nel sud-est della Sicilia. Crediamo nella necessità di riformare profondamente la formazione professionale, puntando ad incrociare realmente la formazione con l’esigenze produttive. Crediamo in uno sviluppo in chiave industriale del turismo e del settore agroalimentare




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7 ottobre 2012
La ricerca scientifica-tecnologica per una nuova politica industriale nel Mezzogiorno

Di seguito una riflessione sulla necessità di una nuova politica industriale nel sud Italia basata sui distretti tecnologici; la Sicilia deve essere pienamente parte di un percorso di questo tipo, riprogrammando la spesa relativa ai fondi strutturali europei e alle risorse proprie a questo scopo.

 

La ricerca scientifica-tecnologica per una nuova politica industriale nel Mezzogiorno, è’ un tema fondamentale per le nuove classi dirigenti che devono avere ben chiaro il concetto di sviluppo economico nuovo che ci deve essere. Solo una politica industriale di questo tipo, non quindi basata sull’idea di prodotti e servizi di bassa qualità connessi ad un bassissimo costo del lavoro impiegato, può consentire un reale sviluppo economico del sud Italia con conseguente beneficio in termini di posti di lavoro generati sul territorio (contrastando l'odiosa emigrazione alla quale sono sottoposti i giovani) e di rilancio generale dell'economia di tutto il paese (condizione necessaria in un contesto nel quale all'Italia è richiesto uno sforzo nella direzione della riduzione del proprio debito pubblico al 60% del PIL in 20 anni con il Fiscal Compact)

Prima di tutto bisogna partire dal presupposto che nel sud Italia esistono diversi distretti tecnologici dove università, centri di ricerca ed imprese lavorano in settori ad alto contenuto tecnologico. Nel report “Il Mezzogiorno tecnologico. Una ricognizione in sei distretti produttivi. Una ricerca del Cerpem per Invitalia. A cura di Mimmo Cersosimo e Gianfranco Viesti” del Ministero per la Coesione Territoriale, commissionato dal Ministro Barca, vengono riportati tra gli altri gli esempi dei distretti della meccatronica pugliese, l’aerospazio campano e l’elettronica siciliana. Bisogna partire da queste realtà esistenti e concentrare, con una gestione nuova e fortemente discontinua rispetto a quella che fino adesso c’è stata, tutti gli sforzi sia politici sia economici (in termini quindi di investimenti) su di essi. Parallelamente si potrebbe ragionare magari sulla realizzazione di qualche altro distretto tecnologico, per es. quello dell’automobile a Termini Imerese (oggi senza nessuna mission industriale) dove coinvolgendo le Università ed i centri di ricerca si potrebbe pensare di rilanciare tutta l’area produttiva nel settore della realizzazione di bus ecologici e revamping di quelli esistenti (il parco mezzi pubblici italiano, ed in particolare nel sud italia, è inquinante ed inefficiente dal punto di vista dei consumi).

I distretti tecnologici potrebbero diventare la base per una nuova politica industriale nel mezzogiorno. L’endemica incapacità delle aziende Italiane (e maggiormente quelle del sud) di fare ricerca scientifica-tecnologica al fine di migliorare i prodotti, i servizi o a renderne più efficienti i processi produttivi (condizione necessaria al fine di potere competere nel mercato globale), dovuta alle ridotte dimensioni delle stesse e ad una scarsa cultura d’impresa in materia, rende i distretti tecnologici uno strumento prezioso. La possibilità di fare interagire aziende, università e centri di ricerca all’interno di queste realtà consente di sopperire alla mancanza di strutture che si occupano di ricerca interne alle aziende stesse.

Nel solco del piano Industria 2015 di Bersani quando era Ministro dello Sviluppo Economico durante il Governo Prodi II, bisogna individuare dei Progetti di innovazione industriale per il Mezzogiorno (all’interno di grandi temi come Efficienza energetica, Mobilità sostenibile, Nuove tecnologie per la vita, Nuove tecnologie per il made in Italy, Tecnologie innovative per i Beni culturali, Nuovi materiali per applicazioni avanzate etc..) che abbiano il perno sui distretti tecnologici relativi. E’ assolutamente necessario affidare la gestione del Progetto d’Innovazione o parti di esse (nell’ipotesi di grandi progetti), cercando sulla base di criteri puramente meritocratici (senza alcuna intermediazione della politica, di qualunque tipo sia: politica locale, politica nazionale, politica accademica etc..) ed assolutamente verificabili (partecipazioni a congressi internazionali, pubblicazioni scientifiche su riviste ISI, brevetti, ruoli ricoperti all’interno di società scientifiche internazionali etc..) i migliori gruppi di ricerca dello specifico settore (utilizzando il metodo dei bandi chiari e trasparenti). E altresì fondamentale il monitoraggio e la verifica costante dei risultati ottenuti in tutte le diverse fasi della realizzazione del progetto (scala di laboratorio, realizzazione prototipo, scala industriale).

E’ assolutamente necessario per una classe dirigente sapersi misurare con la giusta consapevolezza con questo tema, tema che già oggi è assolutamente importante (e che va affrontato all'interno di una logica europea) ma che sempre di più lo diventerà in un contesto mondiale in cui colossi come Cina e India non competono più solamente sul terreno del basso costo del lavoro ma competono sempre di più, grazie agli ingenti investimenti degli ultimi anni, sul terreno dell’innovazione tecnologica delle loro produzioni.





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permalink | inviato da ciccio.difranco il 7/10/2012 alle 20:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

6 ottobre 2012
Tre sono le cose
Meritocrazia: Concezione che fonda ogni forma di promozione sociale esclusivamente sul merito e sulle capacità individuali.

Civismo: Osservanza delle norme del vivere civile, dettata dal rispetto per i diritti altrui e dalla consapevolezza dei propri doveri.

Trasparenza: diritto del cittadino a essere informato e a partecipare ai procedimenti amministrativi che lo riguardano
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permalink | inviato da ciccio.difranco il 6/10/2012 alle 19:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

5 ottobre 2012
Una Campagna elettorale normale

Una campagna elettorale normale per persone normali. Persone che ogni giorno studiano, lavorano, si comportano secondo le regole e proprio per questo motivo spesso "la prendono in quel posto". Io voglio rappresentare loro, voglio rappresentare i loro problemi, voglio che la politica (ed in primis il mio partito) abbia queste persone come primo pensiero. Senza la meritocrazia ed il civismo non si può recuperare la nostra terra: dobbiamo partire da questo.